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La solitudine di Mike Skinner

Torna dopo nove anni il progetto The Streets. Il rapper inglese spiega come si convive con isolamento e depressione, e racconta com’è nato il mixtape che uscirà in luglio e che contiene il pezzo con i Tame Impala

Mike Skinner ovvero The Streets

Foto: press

In Italia non ha mai veramente sfondato, eppure The Streets è una leggenda della musica alternativa europea. Il suo esordio nel 2002 Original Pirate Material fu una rivelazione. Così come il successo di pubblica e critica di A Grand Don’t Come For Free, concept album che raggiunse la vetta della classifica UK. Un ragazzino inglese, bianco, con il terribile accento di Birmingham era riuscito a trovare la chiave per un rap capace di emanciparsi dalle origini americane affondando le radici nella working class britannica. Il suono di The Streets è una sintesi della storia della controcultura inglese underground: UK garage e rap di strada, echi di jungle e drum’n’bass, con un rap/parlato intelligente, inedito, arguto, come nessuno prima di lui. Dopo aver riempito il primo decennio dei 2000 con cinque album (e altrettanti dischi di platino), a causa dell’eccessivo carico di stress, il progetto The Streets venne accantonato.

Dopo quasi dieci anni di pausa, arrivato ai 40 anni, Mike Skinner ha deciso di tornare ad essere The Streets. None Of Us Are Getting Out Of This Life Alive, previsto per il 10 luglio, sarà la prima uscita ufficiale dai tempi di Computers and Blues del 2011. Ad anticipare il mixtape è Call My Phone Think I’m Doing Nothing Better, primo singolo estratto in collaborazione con i Tame Impala. Abbiamo raggiunto Mike al telefono sperando non avesse meglio da fare se non raccontarci un po’ cosa è successo in questi anni. Lui ci ha risposto con una calma serafica e una gentilezza inaspettata.

Dopo The D.O.T., The Darker the Shadow the Brighter the Light e Tonga Balloon Gang sei tornato a The Streets. Com’è andata?
Ho sempre continuato a far musica, a tenere in mano un microfono. La mia attitudine non è mai cambiata. Quando ho chiuso The Streets nel 2011 è stato difficile, lo ammetto. Per sette anni non ho più ascoltato niente di quel periodo. All’inizio, quando ho riformato la band per i concerti è stato strano. Ma superato quel momento, tutto è filato liscio. È comunque quello che faccio da sempre, fare musica è come andare in bicicletta.

Hai esordito quasi vent’anni fa. Com’è cambiato il mondo della musica da allora?
La più grande differenza è che ora il rap è conosciuto. Il suo impatto è enorme. Per i ragazzi è fondamentale, hanno qualcosa a cui aspirare, qualcosa con cui possono relazionarsi. L’atmosfera in UK è pazzesca. Agli esordi, la mia musica era considerata weird. Il rap, soprattutto il mio che era parecchio particolare, sembrava destinato solo a chi era dentro quel mondo. Ora è comune, è normale. Ed è un bene.

Sei molto attento a quello che capita nella tua città, Birmingham, tanto che ci ha fatto un documentario. Qual è la differenza tra fare musica a Londra e a Birmingham?
Londra è show biz: è la città della musica e del business. Tutto funziona. A Birmingham, invece, la gente è più concentrata su quello che davvero è e su come riuscire a farlo venir fuori. Ma anche se scrivi barre sul luogo da cui provieni, l’obiettivo è essere un musicista professionista. È una cosa che viene facile a Londra ed è il motivo per cui Londra funziona. Devi sforzarti di più se arrivi da un posto come Birmingham. A livello pratico penso che la mia carriera possa aver stimolato gente della mia città a pensare di potercela fare.

None Of Us Are Getting Out Of This Life Alive è il tuo primo lavoro come The Streets dopo molto tempo. Hai scelto il formato del mixtape che è tipico del rap e vedendo la tracklist piena di featuring mi pare di capire che ne uscirà un disco molto diretto. Ce lo racconti?
In questo ultimo periodo sono stato impegnato nella lavorazione di un film che ho scritto. Nel mentre, come sempre, stavo facendo musica, tendenzialmente per i club. Parlo di collaborazioni. Quando ho capito quanto tempo ci sarebbe voluto per terminare il film, è nata l’idea di pubblicare un mixtape. Inizialmente pensavo che sarebbe stato un disco per il mio progetto Tonga Balloon Gang, ma lavorandoci mi è sembrato naturale farlo uscire a nome The Streets. None Of Us Are Getting Out Of This Life Alive è molto diretto, non cerca di inventare nulla.

Come hai scelto gli artisti per le collaborazioni? In questi anni hai lavorato con Vice e Noisey per dei documentari sulle scene rap inglesi, hai pescato anche da quel bacino di talenti?
Mi sono guardato attorno per capire cosa stava succedendo, come in quei documentari, e ho scelto gli artisti che sentivo più vicino alla mia idea di musica. Ci sono tanti rapper, ma anche artisti molto differenti come gli Idles (band post punk di Bristol, nda) e Chris Lorenzo (producer e dj di UK garage, nda). Ho cercato musicisti con cui sentivo una connessione, a dispetto dei generi di provenienza. Tutto nasce quasi per caso, da scambi di idee su Instagram.

Il nome più sorprendente è quello dei Tame Impala. Come è nata la collaborazione?
Da Instagram, come tutti i featuring presenti sul disco. Call My Phone Think I’m Doing Nothing Better è stata la traccia più facile da realizzare perché, a dispetto delle altre, c’è stata l’occasione di lavorare assieme a Kevin Parker nel suo studio a L.A. appena prima che arrivasse il coronavirus. Siamo riusciti a trovare la vibe che cercavamo in un attimo.

Il tuo modo di scrivere è cambiato rispetto al 2011?
È rimasto più o meno lo stesso. Penso ad esempio ai brani che in questi anni ho fatto a nome The Darker the Shadow the Brighter the Light, progetto su cui prima o poi tornerò; avevano la stessa modalità di scrittura. Molti han detto che questo singolo con i Tame Impala è la mia prima canzone dopo nove anni, e anche per me è assurdo pensare che l’ultima uscita di The Streets è del 2011, ma dal mio personale punto di vista non è propriamente così. Ho continuato a scrivere canzoni.

Nell’ultimo decennio ti sei concentrato sulla carriera da dj con Tonga Balloon Gang. Questo nuovo ruolo ha plasmato il tuo modo di fare o pensare la musica?
Fare il dj ha totalmente cambiato il mio modo di vivere la musica. Anche solo ascoltarla è diventato differente; ora penso come potrebbe essere percepita in pista. Ho notato che quando metto dischi in un club, se il pubblico ama una traccia, mi ritrovo ad amarla di più anch’io. E naturalmente questo accade anche quando un brano non funziona. Da quando metto dischi sento questa nuova intensa relazione con la musica, probabilmente una sensazione simile a quando sei giovane, hai presente? Questo mi ha influenzato molto.

In passato hai dato alla tua carriera un voto di 7 su 10. Sei ancora d’accordo?
Quando ho detto quella frase ero in un periodo in cui ero molto stanco. Stavo facendo dischi di The Streets da dieci anni, senza pausa. Diventi cinico quando non hai più una vita, hai solo la prossima canzone da produrre. Fare il dj ha rotto questo circolo vizioso. Mi ha fatto capire quanto le persone amano la musica e quanto spesso se ne fottono di tutto il resto. Ora penso che tutti gli artisti dovrebbero valutare i propri lavori 9 su 10 perché se non la pensi così diventi matto. D’altronde nessuno dovrebbe pensare di essere un 10 su 10, quello sarebbe un problema.

In passato hai parlato apertamente di ansia e depressione (Mike ha parlato della sindrome da affaticamento cronico di cui soffriva in Trying to Kill M.E. del 2011, nda). Pensi sia un effetto collaterale del mondo musicale?
Credo che tutti qui siano un po’ tristi, un po’ depressi. Ci dobbiamo convivere, dobbiamo accettare di poter essere anche tristi e depressi, senza per forza vergognarci.

In molti tuoi video cammini da solo. C’è un significato o un motivo specifico per questa scelta?
Non è una cosa programmata, forse è solo il mio stile. Nella mia vita sto sempre con troppe persone o con nessuna. Quando ho registrato il mio primo disco ero completamente solo. Quando invece sono arrivato al terzo e quarto, avevo gente che lavorava con me e per me in studio, dirigevo una label e far musica era diventato un fatto sociale. Pensavo che avere uno studio da solo non mi facesse bene, ma ora a casa ho tutto il necessario, un po’ come agli esordi, e ti dirò che mi ci ritrovo. Il luogo in cui registri cambia la tua performance. Quando sei in uno studio con altre persone, ti proietti su di loro, sei consapevole, mentre quando registri da solo c’è tutt’altra vibe. E questo condiziona lo stile e l’estetica. Forse è per questo che sembro sempre da solo nei video. Perché sostanzialmente lo sono.

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