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La seconda vita dance dei Green Day

Billie Joe Armstrong racconta la genesi del nuovo album ‘Father of All…’, l’influenza dei classici dell'R&B e i progetti per il prossimo tour con Weezer e Fall Out Boy

Foto: Pamela Littky

«Sapevo che avrei voluto qualcosa di diverso», dice Billie Joe Armstrong. Parla della ricerca del nuovo sound per il seguito di Revolution Radio (2016), l’album in cui i Green Day sono tornati alle origini dopo il periodo più controverso della loro carriera. Armstrong cercava un modo per incorporare la sua “fase soul”, ascoltava da Smokey Robinson a Amy Winehouse, nello stile della sua band. «Ho sempre amato la musica dei mod degli anni ’60, ma volevo andare alla fonte e capire se quella musica poteva passare nel filtro dei Green Day», dice. «Ho fatto un sacco di errori, un sacco di momenti da strapparsi i capelli».

Poi è successo: Armstrong era nella sua casa di Newport Beach, in California, a jammare con il batterista Tre Cool, che ha iniziato a suonare “un beat perverso”. Armstrong pensò subito a un titolo, Father of All Motherfuckers, e decise di trasformare il brano in una jam disco cantata con un falsetto ispirato da Prince. «Ho detto al fonico: “Potrei sembrare un fottuto idiota, ma stammi dietro”», dice. La canzone, spiega, «mi sembrava come un unicorno caduto dal cielo. Pensavo: non so cos’è, non so come ho fatto a scriverla, ma questa è la direzione da prendere». Alla fine è diventata la title track del nuovo album dei Green Day, Father of All…, in uscita il 7 febbraio, tutto dedicato a esperimenti groove, riff ballabili e suoni che vanno dalla New Wave all’R&B vintage.

«Billie si è messo alla prova per trovare qualcosa di nuovo», dice il bassista Mike Dirnt. «Dovevamo seguirlo. Fa parte del gioco, nessuno va più a fondo di Billie». Dirnt dice che alcune canzoni del disco sono fedeli al suono punk delle origini del gruppo: si riferisce a Meet Me on the Roof e Junkies on a High, «i Green Day alla massima potenza». (C’è qualcosa che non ha ispirato il nuovo album? Donald Trump. Nonostante i Green Day abbiano attaccato Bush con l’album American Idiot, dice Dirnt, «non volevamo dare a un pezzo di merda come Trump altro spazio sui media. Hai già avuto i tuoi 15 minuti di gloria, ora fottiti»).

La nuova direzione dei Green Day conferma quanto la band sia convinta di poter ancora dominare il pop, anche se sono passati 25 anni dall’uscita di Dookie. In rete si è parlato molto di un tour celebrativo dedicato al primo album, ma, spiega Dirnt, «quelli sarebbero concerti molto molto brevi». Al contrario, I Green Day partiranno per suonare il nuovo materiale in un gigantesco tour negli stadi insieme a Weezer e Fall Out Boy. «Suonare in uno stadio è una figata di per sé», dice Armstrong, «ma noi volevamo che il nostro fosse il tour rock più grande dell’anno». Sarà la prima volta in cui i Green Day condivideranno il palco con i Fall Out Boy, che hanno accompagnato l’entrata dei Green Day nella Rock & Roll Hall of Fame nel 2015. Il rapporto con i Weezer è ancora più profondo: «Conosco Rivers Cuomo dal 1994, qualcosa del genere», dice Armstrong. «Le nostre band sono esplose nello stesso periodo, e il tour sarà l’occasione per divertirsi un po’. Alla fine siamo ancora qui».

Il tour negli stadi – e i 33 anni di carriera – ha costretto i Green Day a pensare alla loro eredità più di quanto avessero previsto. Qualche giorno fa, Dirnt ha trovato una foto scattata da Danny Clinch a Woodstock ’94: il trio era nel backstage, completamente ricoperto di fango. Dirnt sorride mentre Armstrong, capelli blu e faccia da bambino, tiene in mano una birra. «Trovare quella foto è stato come chiudere il cerchio: amico, è stato un viaggio pazzesco», dice. «Non so come sia possibile che io sia ancora in piedi a suonare quella che considero la miglior musica della nostra carriera. Pensarci mi fa sentire onorato, ma so che abbiamo ancora fame, vogliamo ancora spaccare il culo a tutti».

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