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La seconda vita di ‘Morning View’ degli Incubus, senza troppa nostalgia

Intervista a Brandon Boyd: la registrazione dell’album del 2001, la versione aggiornata che uscirà a maggio, il confronto col passato, l’esibizione con Lizzo, la nuova bassista Nicole Row, il prossimo disco

Foto: Cewzan Grayson/PA Images/Getty Images

Ripensandoci, per Brandon Boyd la primavera del 2001 non è stata poi tanto stressante. Gli Incubus avevano appena sfondato con Make Yourself e Drive era una hit. «Col senno di poi, avremmo dovuto sentire di più la pressione», racconta il cantante, che oggi ha 47 anni, «ma non ci è nemmeno passato per la testa. Ci siamo detti: è pazzesco, ci segue un sacco di gente, facciamo subito un altro album. E così abbiamo affittato una casa per stare alla larga da un normale studio di registrazione».

Ne sono usciti con Morning View. Pubblicato il 23 ottobre 2001, chiamato come la strada in cui si trova la casa di Malibu dove l’hanno inciso, è forse uno degli album rock più piacevolmente rilassati dei primi anni 2000, con pezzi amatissimi come Wish You Were Here, Are You In? e Just a Phase.

Ventitre anni dopo, gli Incubus rivisiteranno quel periodo suonando l’album per intero dal vivo in un tour americano che partirà il 23 agosto da Detroit. Non solo: il 24 maggio uscirà Morning View XXIII, versione riregistrata del disco. Boyd ci ha parlato dell’album, del tour, della nuova bassista Nicole Row e di come è stato dividere il palco dell’Hollywood Bowl con Lizzo.

Com’è nato il progetto?
Quell’album ha rappresentato un momento fondamentale per noi che tra il 1999 e il 2005 siamo stati sulla piattaforma di lancio e con Morning View siamo decollati. E poi volevamo fare qualcosa per celebrarne il ventennale, solo che il mondo si è bloccato. Abbiamo fatto un livestream dal salotto della casa di Morning View ed è stato divertente, è piaciuto. L’idea era di pubblicarlo come album dal vivo. Siamo stati a tanto così dal farlo, ma volevamo fare qualcosa di più. Mi sono detto: perché non fare qualcosa di grosso? Riregistriamo il disco!

A volte reincidere un album significa mettersi lì a rimparare brani dimenticati. Voi però avete suonato regolarmente queste canzoni dal vivo per anni, tranne forse Blood on the Ground.
È stato piacevole e allo stesso tempo impegnativo. Una cosa è fare una canzone dal vivo tra altre 20 in scaletta o suonare una manciata di pezzi presi da un certo disco. Se stecchi una nota ogni tanto non è grave. Che poi a noi non interessa essere perfetti live, ma catturare una certa energia. Però quando abbiamo iniziato a riregistrare, abbiamo realizzato che quelle canzoni le avevamo fatte quando avevamo 25 anni. Le abbiamo ascoltate in modo diverso, percependo la precisione con cui suonavamo. E, nel mio caso, ho notato con quanta disinvoltura raggiungevo certe note a 25 anni, mentre oggi, a quasi 48 anni, no e quindi ho dovuto modificare qualcosa. Evidentemente al me di allora non andava di rendere semplice la vita al me di adesso… Ed è bello che tu abbia citato Blood on the Ground. Se ci penso, alcuni dei miei momenti preferiti di questa riregistrazione sono proprio pezzi come quello o Echo, Under My Umbrella, Aqueous Transmission, tutte canzoni che risaltano un po’ di più rispetto alle versioni originali, almeno per me. Non vedo l’ora che la gente le ascolti.

Immagino sia stato più facile reincidere Mexico rispetto a Are You In?.
Già. Vent’anni in tour finiscono per modificare lo strumento che hai. Quando il mio funziona al meglio, ha più estensione e ampiezza rispetto a quand’ero più giovane. Nel dicembre 2019 mi sono anche sottoposto a un intervento al setto nasale. Te la spiego bene. Mi sono rotto il naso due volte. Una sul palco del Whisky a Go Go, a 17 anni, quando ho sbattuto la faccia contro lo strumento di Alex [Katunich], il nostro ex bassista. Non ho fatto nulla, ho lasciato che guarisse da sé. Prima ancora, quando ero in seconda media, mi sono beccato un uovo in faccia a Halloween. In pratica ho imparato a cantare con una narice sola e ho respirato così per la maggior parte della mia vita. La situazione ha iniziato a peggiorare progressivamente con l’avanzare dell’età. Sono andato da un otorinolaringoiatra che mi ha visitato e mi ha detto che la mia faccia era un gran casino e se poteva sistemarmi il setto nasale. Lo dico perché ho notato che, da quando è guarito, ho recuperato l’estensione dei miei 20, 30 anni.

Sono felice che ora respiri con entrambe le narici.
È bellissimo, lo consiglio a tutti.

Che obiettivo che vi eravate posti per la reincisione? Volevate rimanere fedeli all’originale?
L’idea era rendere giustizia ai pezzi, perché c’è qualcosa che non va nella prima versione. Ma perché riregistrarla? In fondo la gente la apprezza da anni e anni, reincidere tutto è pericoloso, ma amo le sfide creative, soprattutto se sono piene di ostacoli. Non mi fa venire voglia di tirarmi indietro: mi stimola a impegnarmi ancora di più. Detto questo, abbiamo modificato i pezzi qua e là, e gli abbellimenti che abbiamo inserito sono scaturiti dalle esecuzioni dal vivo. Quindi Morning View XXIII è molto fedele al disco originale, ma è quasi come se avessimo registrato le versioni che suonavamo dal vivo.

Gli Incubus nel 2001. Foto: Kevin Mazur/WireImage

Taylor Swift ha riportato in auge la pratica di riregistrare la musica per tornare a esserne proprietaria. Questa cosa ha influito sulla decisione di farlo?
Ha avuto un peso. Col tempo abbiamo riacquisito i diritti di reincisione e non è una cosa da poco. Per me è uno degli aspetti meno interessanti del progetto, ma è comunque una sua componente. Quando fai musica, soprattutto se hai firmato un contratto di quelli che si stipulavano negli anni ’90, metti l’anima e dai tutto te stesso in registrazioni di cui però alla fine non sei proprietario. Non è infrequente ed è triste. Essendo in giro da un sacco di tempo, abbiamo recuperato il diritto di riregistrare. I master originali non saranno mai nostri, però nei contratti c’è scritto che, qualora decidessimo di reincidere un album, saremmo proprietari dei nuovi master. Ma non è questa la cosa più importante.

I fan si concentreranno meno su questo aspetto e più sul poter riscoprire l’album e magari tornare alla loro giovinezza.
Sì e so bene che l’elemento nostalgia rientra nell’equazione. Non è uno dei risvolti più interessanti dell’operazione, ma sarebbe sbagliato ignorarlo. Parlo per me: mi riporta a un certo periodo della mia vita. Avevo appena compiuto 25 anni quando abbiamo scritto e registrato in quella casa. È stata un’esperienza strana, stavo affrontando una separazione difficile, e così quella casa e la scrittura delle canzoni sono diventate un rifugio. Stavamo vivendo un successo inaspettato, c’era entusiasmo, ma era anche un periodo segnato dal dolore e dalle normali difficoltà della vita di tutti. Riregistrando il disco, mi sono ricordato nitidamente come mi sentivo allora. Sembra una vita fa, ma insieme a quella nostalgia torna qualcosa che, in fondo, è una speranza per la piega giusta che le cose possono prendere.

È una sensazione forte quella di essere sul tetto del mondo. Ed è bello da ultraquarantenne dire: l’ho provata. E quindi adesso stiamo portando questo slancio interiore nella composizione delle nuove canzoni. Sì, stiamo scrivendo un disco. Ogni giorno entriamo in studio con un’idea nuova per un brano. È divertente e travolgente.

Vi siete trovati di fronte a qualche sfida durante la riregistrazione? Di qualche canzone avete detto: «Non è invecchiata bene»?
(Ride) Non ci sono stati problemi di questo genere. A parte questo, le sfide sono state bellissime. Abbiamo lavorato con Nicole Row, che ora suona il basso con noi.

Infatti stavo per dire che Morning View è l’ultimo album degli Incubus con Alex. Nicole come si è approcciata alle sue parti?
È stato bello vedere che le eseguiva onorando le registrazioni originali, ma anche mettendoci del suo. È una musicista incredibile e suona benissimo la chitarra. Bello vederla affrontare questa sfida. Credo che la gente apprezzerà parecchio il suo lavoro sull’album, ma anche il fatto di vederla entrare nella nostra famiglia.

So che Nicole ha preso il posto di Ben Kenney nel corso di un tour, dopo che lui si è ammalato. Ora è un membro ufficiale della band?
Sì, certamente. Per prima cosa è venuta con noi in tournée ed è stata una boccata d’aria fresca, le siamo molto grati per tanti motivi. È triste quando il membro di una famiglia creativa decide di andarsene, ma lei ha portato una dimensione nuova nella band. Parte dello slancio che stiamo sperimentando nello scrivere il nuovo disco lo dobbiamo a lei.

Puoi aggiornare i fan su come sta Ben?
Si è ripreso. Premetto: è una situazione complicata a livello di relazioni interpersonali, ma è stato lui a decidere di farsi da parte. Credo che quello che è accaduto, come probabilmente succederebbe a chiunque, gli abbia fatto venire una serie di domande su cosa stava facendo nella vita e sulla direzione che stava prendendo. E, a quanto ho capito, ha deciso che era giunto il momento di andarsene e fare altro. Che Dio lo benedica. La sua scelta ci ha rattristati, ma gli vogliamo bene, lo rispettiamo e onoriamo il suo contributo alla nostra band per oltre 20 anni. Ma voglio che sia Ben a rispondere a questa domanda coi suoi tempi e con la sua voce, non credo spetti a me spiegare le sue motivazioni.

Il video originale di Wish You Were Here mostrava la band che, in fuga da fan urlanti, si buttava giù da un ponte come i Monkees in Head. MTV l’ha eliminato dalla programmazione dopo gli attentati dell’11 settembre, ma i fan più accaniti l’hanno visto nel DVD Morning View Sessions. Lo pubblicherete insieme alla riregistrazione?
Non ci avevo pensato, è una bella idea. L’unico problema è che, molto probabilmente, i diritti non sono nostri. Sono della Sony. È buffo che l’abbiano bandito. Molto stupido. Insomma: che c’è di male? C’eravamo noi che saltavamo giù da un ponte. Credo che si sia visto all’estero, quindi è in circolazione, ma è difficile da trovare. Il che è divertente, soprattutto nell’era di Internet.

Per farlo abbiamo speso tutti i soldi che avevamo. Ricordo quando la nostra casa discografica ci ha detto che MTV non l’avrebbe passato per via dell’11 settembre: era percepito come offensivo. Eravamo sconvolti. Poi ci hanno detto: «Avete circa 24 ore per cambiarlo». Forse erano 36  ore, ma per accentuare l’effetto drammatico diciamo che erano 24. Per fortuna avevamo fatto un intero giorno di riprese della band, tutte quelle scene in slo-mo di noi in una stanza coi ventilatori, i capelli che si scompigliano e tutte quelle altre stronzate. Avevo una videocamera sempre con me, nella casa di Morning View, quindi avevamo molto materiale. Mi sono detto: «Farò un video musicale casalingo mescolato alle riprese della band». E l’ho montato io, anche se non avevo mai montato un video prima di allora. Non importava. Abbiamo trasformato un potenziale disastro in qualcosa di utile.

Avete suonato per la prima volta tutto Morning View lo scorso autunno, all’Hollywood Bowl. Non mi capacito del fatto che Lizzo abbia suonato il flauto in Aqueous Transmission. Com’è successo?
Mia moglie mi ha fatto leggere un articolo di qualche anno fa in cui Lizzo diceva qualcosa su di me. Lei è una grande fan di Lizzo e così ho iniziato ad avvicinarmi alla sua musica. È una musicista dotata, mi mette in soggezione da molti punti di vista. Ci siamo parlati un paio di volte via FaceTime, ma la sera del Bowl è stata la prima volta che l’ho incontrata di persona. Mi ha colpito la disinvoltura con cui canta e suona il flauto. Ha detto: «Dai, per caso ho qui un flauto!». (Mima il flauto, nda) È facile dimenticarlo, probabilmente perché ha avuto un successo enorme ed è entrata nella cultura pop, ma è ancora una ragazzina. È divertente, simpatica, affettuosa. E ha spaccato.

Gli Incubus hanno conquistato molti giovani grazie al revival del rock dei primi anni 2000. Lo hai notato anche tu?
Non è che ci pensi spesso, ma in effetti mi pare vero quel che dici. Da quello che posso vedere ai concerti, tra il pubblico c’è un po’ di tutto, non una sola fascia d’età. Mi piace che ai nostri concerti vengano persone di ogni tipo, età, colore, credo religioso, pianeta o chissà che altro. È proprio bello. Ma in particolare negli ultimi due anni, da quando abbiamo ricominciato ad andare in tour dopo il Covid, viene gente più giovane e ho l’impressione che sia dovuto al fatto che i genitori si portano i figli ai concerti.

Ho cominciato ad appassionarmi ai Led Zeppelin tra i 13 e i 15 anni, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Quei dischi erano usciti solo 10 o 15 anni prima, eppure mi sembravano già vintage e incredibilmente fighi. Poi penso alle persone che vengono ai nostri concerti coi figli e al fatto che oggi i nostri album sono più vecchi di quelli degli Zeppelin quando li ascoltavo da ragazzino. E questo fa riflettere, è pazzesco.

Da Rolling Stone US.

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