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La seconda vita di Amy Lee

La cantante degli Evanescence spiega com'è nato in piena pandemia il nuovo album 'The Bitter Truth' e racconta la sua lotta contro fan che urlano «fuori le tette» e dj che si masturbano con le sue foto

Amy Lee degli Evanescence

Foto: Patricia De Melo Moreira/AFP/GettyImages

A Amy Lee manca Brooklyn. Ci ha vissuto per 12 anni con il marito e poi col figlio nato nel 2015. Un anno fa si sono trasferiti a Nashville. «Un tempismo perfetto», dice su Zoom, alzando gli occhi al cielo. Ha traslocato anche per essere più vicina alla famiglia che si trova in Arkansas e agli amici di Nashville, ma si è ritrovata bloccata in casa come il resto del mondo. «A causa del Covid non siamo riusciti a vederci quanto avremmo voluto, ma ora siamo qui, pronti per affrontare un anno migliore», dice ottimista.

Non è l’unico piano che ha dovuto cambiare in corsa. All’inizio di quest’anno, gli Evanescence, la sua band alternative metal, sono tornati in studio con il produttore Nick Raskulinecz per scrivere e registrare il loro primo album di inediti da Evanescence del 2011. La pandemia non ha fermato i musicisti del gruppo che hanno continuato a lavorare prima a distanza e poi, grazie ai test per il Covid, in uno studio di Nashville. «Non c’è fretta» dice Lee, 38 anni. «Cerco di godermi ogni momento nutrendo l’anima di musica».

In primavera gli Evanescence hanno pubblicato Wasted on You, una power ballad riflessiva e primo estratto dal disco a cui stanno lavorando, The Bitter Truth. Da aprile, quando i suoi compagni di band che vivono negli Stati Uniti l’hanno raggiunta a Nashville (il chitarrista Jen Majura è rimasto in Germania), hanno fatto di tutto per finire l’album. «L’energia si è come amplificata», dice Lee. «Andavamo alla grande. Ora i ragazzi sono tornati a casa e io sto ascoltando quel che abbiamo scritto, metto assieme i pezzi e faccio gli ultimi ritocchi». In un certo senso, dice, il lockdown è stato una benedizione: «Guardiamo il lato positivo, mi ha costretta a darci dentro. Anche nei giorni in cui non ne ho voglia, vengo qui e mi dico: forza, finiamo quest’album».

Il decennio, o quasi, che ha portato a The Bitter Truth le ha aperto gli occhi e l’ha resa più forte. Dopo Evanescence, il gruppo si è preso una pausa mentre risolveva una disputa legale con la precedente etichetta discografica. Lee ha lavorato ai suoi progetti da solista, incluso un disco di canzoni per bambini. Sono poi tornati in studio per Synthesis, l’album del 2017 in cui rifacevano i successi del passato con arrangiamenti orchestrali.

Questo significa che The Bitter Truth sarà il primo album di inediti con l’attuale formazione. La band è infatti cambiata in modo significativo da quando Lee l’ha fondata con il chitarrista Ben Moody nel 1995, l’anno dopo che si erano incontrati in un campo giovanile cristiano a Little Rock. Lei aveva 13 anni, il padre lavorava nel settore radiofonico, era cresciuta amando la Motown e la musica classica, scoperta dopo aver visto il film Amadeus. «Volevo essere come Mozart», dice. «Volevo a tutti i costi che mi facessero fare delle lezioni di piano. Poi è arrivato il grunge».

Nel giro di poco tempo, come molti adolescenti americani si è appassionata del rock radiofonico dell’epoca. Ascoltava Nirvana, Soundgarden, Tori Amos e Beck. Intanto scriveva poesie e pensava alle connessioni tra i suoi stili preferiti. «È venuto tutto da sé, semplicemente», spiega. «Più pesante era la musica, tipo Metallica e Pantera, e più somiglianze trovavo con Bach e Beethoven».

Gli Evanescence hanno firmato il loro primo contratto discografico alla fine degli anni ’90. Lee aveva 19 anni e iniziava a studiare composizione alla Middle Tennessee State University. Ci sono voluti alcuni EP indipendenti e il salto a una major affinché il duo diventasse una vera band, con una formazione che includeva alcuni amici. Con loro è stato inciso il primo album Fallen. È stato uno dei più grandi successi commerciali del 2003, sette volte disco di platino, e li ha portati rapidamente al livello di notorietà di Beyoncé, Christina Aguilera, Norah Jones e Avril Lavigne. Il singolo principale Bring Me to Life è diventato un inno pop gotico e il successivo My Immortal ci è andato vicino. Ai Grammy del 2004 gli Evanescence si sono portati a casa il premio come Best New Artist battendo 50 Cent e Sean Paul, e Fallen è stato nominato Album of the Year (ha perso contro l’inarrestabile Speakerboxxx / The Love Below degli OutKast).

Dietro le quinte, però, era difficile gestire il successo. «È strano», dice Lee, «sono cresciuta in pubblico». La sorprendeva il fatto che un album segnato dal lato oscuro della sua vita, inclusa la tragica morte della sorella in giovane età, era entrato nella Top 40. «Eravamo ragazzini di una rock band catapultati ai Grammy o agli American Music Awards fianco a fianco con le grandi pop star. Quando abbiamo vinto mi aspettavo che qualcuno saltasse fuori da dietro le quinte per dirci: è tutto uno scherzo, perdenti che non siete altro, via di qui, questo posto non fa per voi».

Lee ha passato il primo importante tour degli Evanescence a preoccuparsi per il fratello malato e le tensioni tra i membri del gruppo si sono esacerbate dopo l’abbandono di Moody avvenuto nel 2003 nel bel mezzo di un tour europeo. Non è più tornato a far parte della band. «Volevo solo tornare a casa», dice lei. «Ero quasi sempre l’unica donna, mi sentivo sola».

Foto press

Poche donne nella storia del rock sono riuscite a sfondare nel mainstream. Amy si sentiva isolata nonostante il suo mezzosoprano operistico fosse una delle voci più riconoscibili del genere. Durante un programma radiofonico, ricorda oggi, un dj ha presentato la band ammettendo di essersi masturbato con la copertina di Fallen dove campeggiava un primo piano del volto della cantante. Dopo la prima canzone e alcuni minuti di rabbia, Lee è sbottata. In un’altra occasione, ha interrotto un concerto per affrontare un fan che cercava di convincere il pubblico, prevalentemente maschile, a cantare: «Fuori le tette».

Amy Lee ci ha messo prima di sentirsi a suo ago nell’esprimere opinioni politiche. Lo ha fatto quest’anno attaccando Trump e parlando dell’omicidio di George Floyd da parte della polizia. In Use My Voice, il singolo uscito quest’estate, dice che non è più disposta a stare in silenzio: “Affoga la verità in un oceano di bugie », canta, «Di’ pure che sono una stronza perché oso stabilire dei limiti / Brucia ogni ponte e costruisci un muro sulla mia strada / Ma continuerò a usare la mia voce.”

Ai cori, nella canzone, ci sono Lzzy Hale degli Halestorm e Taylor Momen dei Pretty Reckless. Le due cantanti, molto note nel mondo hard rock, le hanno spiegato quant’è stata influente sulla loro carriera. «È come se mi avessero riportato in vita. Le loro parole mi hanno permesso di tornare a scrivere con una nuova comprensione di quel che faccio, uno scopo e la certezza che quel che dico ha un valore».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US. 

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