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La seconda adolescenza degli Yello

Dopo 40 anni di dischi e zero live, il duo di elettronica svizzero è pronto a salire sul palco. Finalmente

Boris Blank e Dieter Meier, alias Yello. Foto: Helen Sobiralsk

Oh Yeah degli Yello è quella traccia che parte sempre nei film anni ’80 quando qualcuno si spoglia o comunque compie un gesto che scalda di molto l’atmosfera. La sequenza più famosa che si è servita del brano, e che quindi l’ha reso uno standard nelle scene che comprendono il trinomio sexy-ironico-80’s, è quella ne Il Segreto Del Mio Successo del 1987, in cui Michael J. Fox va a prendere in limousine una sensualissima Helen Slater, che comincia mettendosi il rossetto e finisce per spalmarsi cubetti di ghiaccio sul corpo, facendo perdere svariate diottrie al giovane autista dallo specchietto retrovisore.

Provate a mettere un sottofondo diverso sulla stessa identica scena: non farà ridere. O almeno non ai livelli degli Yello, la cui chiave di lettura è stata sempre e solo una, lo humour. Pionieri del synth pop e anticipatori della techno, i due svizzeri ormai ultrasessantenni hanno puntato tutto su una comicità post-dadaista, sul fascino infallibile di chi non si prende mai troppo sul serio. «Hai 26 anni e ti è piaciuto il disco? Beh, è un bel complimento per una vecchia scoreggia come me!», si stupisce Boris Blank, produttore e mente del duo, provocandomi già da subito i crampi dal ridere dall’altro capo del telefono. Ma c’è poco da stupirsi: Toy, ultimo album uscito il 30 settembre, nella lunga carriera del duo arriva come la 13esima riconferma di una formula geniale e quanto mai attuale, nonostante sia stata pensata quasi 40 anni fa. E poi, già presi singolarmente, lui e il suo socio Dieter Meier (la voce) sono personaggi che scritturerei all’istante, qualsiasi film si stia girando.

«Sambuca, lasagne, spaghetti, vino rosso, salsa verde», dice Boris in un italiano in stile Super Mario. «Mia moglie è italiana, del Lago di Garda. È davvero una vergogna che io sappia solo queste parole nella tua lingua. Il mio italiano è davvero risicato, però forse in un ristorante riesco a cavarmela». Concepire 13 album in studio (il primo, Solid Pleasure, è del 1980) ti rende sicuramente immune da ansie pre-uscita e sindromi da prestazioni discografiche, ma c’è qualcosa che sta per succedere che Boris e Dieter non hanno mai affrontato in quasi 40 anni di carriera. Nemmeno un mese dopo l’uscita di Toy, gli Yello si esibiranno in quattro date (quasi) consecutive a Berlino, per la prima volta nella loro vita, il 26, 28, 29 e 30 ottobre. «Nel 1983 abbiamo fatto un paio di live a New York. Ma ti parlo di 20 minuti ciascuno, non di certo esibizioni strutturate di un’ora e mezza. Mai affrontato uno show completo in vita mia», spiega Blank. E capirete bene che sorge spontaneo chiedersi perché Boris e Dieter, rispettivamente 64 e 71 anni, abbiano scelto proprio il 2016 per iniziare con un’attività tanto intensa come i live. «Verso la fine dell’anno scorso eravamo a Londra negli uffici della nostra label, la Universal, per sottoporre allo staff il disco appena finito. La loro reazione è stata tipo: “Wow, che sound! Ti immagini a suonarlo davanti a un pubblico?”. Quella è stata la scintilla iniziale che ha scatenato tutto. E poi è tempo di condividere la nostra musica con una folla. Se contiamo che esce un nostro album ogni 5-6 anni, rischiamo di essere troppo vecchi quando uscirà il prossimo. Fra 9 anni Dieter ne compirà 80, penso sia meglio saltare e ballare ora che ne abbiamo ancora le forze, non quando saremo dei vecchi decrepiti che hanno bisogno di essere portati sul palco con una carrozzina». Il ragionamento di Blank non fa una piega, il timore risiede nell’eventualità di fare pena, incutere tenerezza nello spettatore, perdendo buona parte della serietà artistica per colpa dell’età. E questo, Boris, non è disposto a farlo succedere. «Sono andato a vedere Ennio Morricone a Zurigo: poverino, a un certo punto è anche caduto sul palco e sono dovuti andare a raccoglierlo. Adoro questa cosa dell’esibirsi a 90 anni, ma penso sia più sensato farlo quando hai ancora le forze», insiste Boris.

Se le quattro date dovessero filare via lisce, i due hanno già pianificato un adattamento dello spettacolo ad altri contesti, come per esempio il Coachella. Stanno arrivando anche richieste da promoter in Russia e in Australia, ma Boris è prudente e non si fa illusioni. «Dipende tutto dalla reazione del pubblico berlinese». Anche perché non si parla di uno spettacolo buttato lì, con due proiettori e una manciata di turnisti a fare il lavoro sporco. La location scelta per l’esordio live è il Kraftwerk, una ex centrale a 6 minuti di tram da Alexanderplatz che un tempo riforniva di energia elettrica buona parte della città bruciando gas naturale. Un gigantesco spazio vuoto al coperto, lungo 100 metri e alto 30. «Immenso come una cattedrale, come il Duomo che avete a Milano», aggiunge il produttore. Sfruttando l’intero edificio come una gigantesca installazione, gli Yello per la prima volta nella loro vita potranno fare della musica, dello spazio e del visual un tutt’uno. Un evento fondamentale, che però si sta rivelando più complesso da organizzare del previsto. «Contento? Mah, lo sarò sicuramente di più quando anche l’ultimo concerto sarà finito. Stiamo lavorando come schiavi, curando tutto nei minimi dettagli, dalla timeline agli incontri coi musicisti a Berlino. Solo la scorsa settimana ho incontrato i coristi, mentre nelle prossime dovrò parlare con la sezione fiati, i percussionisti e i chitarristi. Far combaciare tutto musicalmente per me è più una sfida. Non organizzavo una cosa simile da almeno 30 anni».

E Dieter Meier in tutto ciò cosa fa? Beh, lui appartiene a un mondo totalmente a sé, un uomo dalle mille forme, come guardare in un caleidoscopio. Rampollo di una famiglia milionaria, dandy, giocatore di poker ed ex golfer professionista, Mr. Meier è la reincarnazione di Sir Charles Lytton, l’antagonista di Jacques Clouseau interpretato da David Niven nel primo capitolo de La Pantera Rosa. A metà anni ’90 ha comprato 2200 ettari di terreno nella Pampa argentina e ci ha costruito un ranch, l’Ojo de Agua, che porta lo stesso nome del ristorante e negozio di sua proprietà in centro a Zurigo. Ma c’è stato un tempo, prima ancora che esistessero gli Yello, in cui Dieter non girava di certo con il foulard infilato nella camicia per tenere al caldo le corde vocali da crooner. Su Wikipedia non troverete nulla di quel passato, l’epoca in cui, a fine anni ’70, Boris incontrò Dieter. «È stato una vita fa, quasi 40 anni», racconta Boris divertito. «Io e Dieter frequentavamo lo stesso negozio di dischi, che allora ovviamente erano in vinile. All’epoca avevo messo in piedi un duo elettronico con Carlos Peron (membro degli Yello fino al 1983, ndr), e quando ho chiesto al proprietario del negozio di dischi alcuni consigli per produrre un primo album o un 45 giri, il tizio ci rispose: “Ok, prima però vi serve un cantante”. Così, un ragazzo che suonava in una band punk ci presentò il loro». No, fermi tutti. Mr. Meier, il dandy milionario che giocava nella nazionale di golf, cantava in una formazione punk di fine anni ’70? «Esatto, la band si chiamava Dieter Meier and The Assholes e diciamo che lui, più che cantare, cacciava urli incomprensibili. Così lo abbiamo portato nell’appartamento in cui facevamo le prove. La cucina era inutilizzabile per via di tutti i mixer e i sintetizzatori appoggiati sui fornelli. Dieter cominciò a urlare così forte nel microfono, che i nostri vicini ci cacciarono dal palazzo». Una volta trovato un posto più isolato dove provare senza problemi, un’ex fabbrica, gli Yello poterono dirsi nati. Ma per quanto il magnetismo di Meier possa attrarre di più, è inevitabile non nutrire una certa ammirazione per chi, a differenza sua, non è nato così fortunato, e, anzi, si è costruito il proprio futuro imparando ad arrangiarsi con ogni mestiere possibile.

Le prime esperienze nel lavoro, Blank le ha fatte nell’edilizia, per poi improvvisarsi addirittura graphic designer. Folgorato dalla musica elettronica, il giovane Boris comincia a spippolare con i primi synth consumer a metà degli anni ’70, ma la passione lo costringe a trovarsi un impiego serale. Insomma, un po’ quello che capita: l’edicolante, il commesso in un negozio di televisori, persino l’autotrasportatore per conto di una fabbrica di carta. «Portavo in giro questi pallet giganteschi pieni di carta, ma mi licenziarono ben presto per via di tutti i danni che ho fatto al camion! (Ride). Il primo contratto che mi ha permesso di diventare un musicista professionista me lo diedero i Residents, una band di San Francisco, la mia preferita di allora». A questo punto, la telefonata prende una piega nonsense.

Si sta chiacchierando sul fatto che, senza aver studiato un solo giorno, Blank abbia raggiunto il grado di guru del campionamento, avendo oltretutto iniziato in un’epoca la cui innovazione tecnologica ti forniva solo ingombranti (e fragilissimi) nastri magnetici. «Ho cominciato a campionare molto prima che diventasse una moda. Lavoravo con dei nastri in loop, ritagliando tanti piccoli pezzettini della stessa lunghezza e incollandoli di nuovo fra loro con un ordine casuale. Ma non sono rimasto fermo lì con la tecnologia! Sai, ho anche sviluppato un’applicazione per smartphone. Serve per campionare suoni e creare musica. Si chiama Yellofier. Capito? Y-E-L-L-O-F-I-E-R. Dai, dimmi qualcosa che ti registro!». Sul momento non so che dire, ma per evitare silenzi imbarazzanti proprio sul più bello improvviso uno: “Yello is cool!”. Segue un minuto e mezzo di voci robotizzate vagamente sullo stile Kraftwerk, processate e compresse casualmente. Più tardi, poi, mi sono informato per capirci di più e immagino che quel «costa meno di una tazza di espresso» vantato da Boris si riferisse ai prezzi in Svizzera, visti i 3,67 Euro a cui la app è in vendita sul Play Store di Google. A un primo sguardo, però, sembrano soldi spesi bene, uno step sequencer da maltrattare in un viaggio in treno, per la gioia dei compagni di cabina. Più parlo con Boris e più mi rendo conto che gli Yello non sono stati soltanto una valvola di sfogo per la creatività di due menti eccelse, ma anche un’ottima scusa per vivere esperienze surreali in posti assurdi. «Eravamo a Londra per il release party di un nostro album. Il manager del club, mi pare fosse il Candy Palace, mi prende da parte e mi dice: “Boris, hai un minuto?”. Dopodiché apre una porta e appare una dozzina di mie copie. Erano dei Boris Blank perfetti, con i baffi e la mia stessa pettinatura, se non fosse che ognuno di loro aveva una corporatura diversissima dall’altro. Ce n’era uno alto, uno basso e tarchiato, uno grassissimo. E tutti in coro: “Ciao Boris, piacere di conoscerti!”»

Questa intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di ottobre.
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