La saggezza di Vasco | Rolling Stone Italia

Foto: Gianluca Simoni

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La saggezza di Vasco

Era un figlio di nessuno che prendeva il rock inglese e americano e lo portava in provincia. È diventato il padre saggio del mainstream italiano, uno che incita a guardare in faccia la realtà e riesce a riempire gli stadi cantando della mancanza di senso e dell'inferno della mente. Lo abbiamo incontrato alla vigilia della pubblicazione di ‘Siamo qui’ per farci raccontare il modo in cui esorcizza le sue fragilità e perché essere disillusi non è poi tanto male

Diceva il pensatore romeno Emil Cioran che solo un mostro può permettersi il lusso di vedere le cose come sono. Quando ci si libera d’ogni illusione consolatoria la vita può sembrare spaventosa e quasi insopportabile, e perciò ci vuole un mostro per riconoscerlo e per dirlo. Nel pop italiano questo ruolo se l’è preso Vasco Rossi ed è una delle trasformazioni più prodigiose che si ricordino nella musica di casa nostra.

Stefano Bonaga, che lo conosce, dice che Vasco è un lettore vorace, uno che impara in fretta. Che può sembrare un provinciale incolto e invece è uno che si sottrae volutamente a un linguaggio alto a favore dell’immediatezza. Di sicuro negli anni ’80, quando cantava di godere e vivere pericolosamente, non si pensava che l’avremmo sentito un giorno citare Heidegger, Nietzsche, Byung-Chul Han, Umberto Galimberti, Telmo Pievani, Wittgenstein, Massimo Recalcati, Carl Gustav Jung, gli autori che ha tirato in ballo nelle ultime settimane per presentare Siamo qui, la canzone e l’album.

Vasco Rossi era un figlio di nessuno che prendeva il rock inglese e americano e lo portava in provincia, dandogli un carattere e una vitalità tutta italiana. Era quello diversamente lucido che sfidava i moralismi, irrideva il piccolo borghese impaurito dal mondo, cantava contro il mito della vita perbene e per allontanare la noia. È diventato il padre saggio del mainstream italiano, uno che riempie gli stadi anche se canta di solitudine estrema, della caducità delle cose, della mancanza di senso, di vite in balia del caso, dell’inferno della mente. In un mondo in cui invecchiare è una colpa, lui si mostra per quel che è: un uomo di quasi 70 anni che con i suoi limiti cerca di far felici le persone e intanto dire un paio di cose vere e qualche volta sconvenienti.

Era questo che volevo raccontare quando l’ho intervistato tre settimane prima dell’uscita di Siamo qui. Volevo farlo parlare di questa strana saggezza, della sua diversità, del modo in cui rappresenta la fragilità dell’uomo e poi la esorcizza di fronte a decine di migliaia di persone. Credo l’abbia detto lui più d’una volta: quando devono attraversare una zona buia, per farsi coraggio e riempire quel vuoto i bambini iniziano a cantare. È quel che accade ai suoi concerti. Da quando l’ho capito ho cominciato a vederli con occhi diversi, cercando un senso oltre i trionfalismi da re degli stadi, il popolo delle bandane, i gesti della vagina, le pose rock.

Rileggendo l’intervista che gli ho fatto m’è venuta in mente un’altra citazione di Cioran. Fa più o meno così: gli uomini seguono soltanto chi regala loro illusioni, ecco perché non ci sono assembramenti intorno a un disilluso. È il miracolo di Vasco: è un disilluso che crea assembramenti.

L’altro giorno hai detto una cosa che m’ha colpito: «Senza musica io non sono niente». Di solito la musica è un’esperienza totalizzante quando si è ventenni o trentenni. Ma a 69 anni?
È da quarant’anni che scrivo canzoni per andare sul palco. I concerti sono vita, sono un momento d’aggregazione straordinario, di vera comunione e liberazione. Abbiamo tutti diritto alla felicità e un po’ di evasione dalla realtà quotidiana. Io senza musica mi annoio, non ho altre passioni o hobby come andare a cavallo o giocare a tennis. Ma non la vedo come una cosa negativa, anzi, la musica è un buon motivo per vivere. Il rock è totalizzante. A qualsiasi età, perché non ha età. Nella vita è diverso, lì sì che si cambia e si cresce, guai se non fosse così. Qualcosa è cambiato con l’esperienza della malattia da cui sono uscito dopo un anno e mezzo. Conta che non ero mai stato in ospedale in vita mia. Lì ho conosciuto il mondo della sofferenza e quando sono uscito mi sembrava di vedere le cose in un altro modo. Ho passato due anni incantato dal mondo, vedevo tutto nuovo e osservavo con molta curiosità. Poi ho ricominciato a vedere quel che non mi piace e mi sono di nuovo rifugiato nella musica, che è l’unica cosa che mi conforta, mi dà libertà e speranza.

Questo sentirsi un niente senza musica e quindi la voglia di fare concerti derivano anche dal desiderio d’essere amato? Voglio dire, a molta gente basta una persona per sentirsi amato, tu nei vuoi 50 mila tutti in una volta, in uno stadio.
Tutti abbiamo un senso se siamo amati. È un’altra delle mie ultime scoperte, che l’amore è fondamentale per andare avanti. Io ho la fortuna di avere una comunità vasta di gente che mi segue, ascolta e ama le mie canzoni, le condivide. Ci si ritrova, le fa sue. Altro è l’amore che hai per la persona che ti sta vicino o quello di mia mamma, della famiglia. Ricordo che un tempo mia mamma faceva entrare i fan a casa, a Zocca, e io le dicevo: «Ma scusa, non puoi fare entrare gente che non conosci». E lei: «Ma sono fan». Eh, ma il fan ti vuole bene finché le canzoni gli piacciono.

E quindi fai concerti anche per sentire l’affetto delle persone che sono lì per te?
Certo che sì, l’affetto lo sento eccome, mi arriva un’ondata di energia e affetto che catturo e domino rimandandola indietro. È come una partita a ping-pong. Sul palco io sono il Supereroe che li prende e li porta via con sé, in alto. Io sono lì per loro per farli impazzire di gioia, per farli godere. Fino a 10 o 15 anni fa vivevo i concerti come una sofferenza pazzesca. Non me li godevo mai. Sentivo talmente la responsabilità di farli divertire che diventava un pensiero ossessionante, fin dal giorno prima. Adesso invece mi permetto di divertirmi anch’io sul palco e di godermi tutto quell’affetto. I brutti sogni del giorno prima ci sono sempre, ma cerco di esorcizzarli. E quando salgo sul palco e la musica comincia, tutto torna e io mi trasformo nel Supereroe.

E quando finisce il concerto?
Quando scendi dal palco hai l’adrenalina a mille. Ti senti il padrone del mondo. Fai la doccia e torni coi piedi per terra. Torni tu, quello che sei, quello che eri. Pensi alla prossima. Finché c’è il concerto l’adrenalina mi tiene su, ma appena finisco mi arrivano anche addosso tutti i dolori. Dopo il mio primo concerto a San Siro, quando feci 75 mila persone, mi venne un ascesso pazzesco.

Foto: Gianluca Simoni

Parliamo di Siamo qui. Una cosa lega quella canzone e in parte l’album al tuo catalogo del periodo maturo: la disillusione. Non intesa in senso negativo, eh? Sei un portatore di disillusione sana.
Siamo qui parla di disillusione, ma è sana disillusione. A tutti capita di crescere e di vedere le illusioni crollare, ma questo significa soltanto prenderne atto e reagire, mai lasciarsi andare ma proseguire. Siamo ancora quelli delle grandi illusioni, della fantasia al potere, e oggi siamo qui, poveri eroi, disillusi perché consapevoli di non aver cambiato il mondo ma, almeno, abbiamo cercato di cambiare noi stessi. La disillusione sana col tempo è diventata il mio marchio di fabbrica. All’inizio forse la prendevo con più ironia, dicevo di guardarla in faccia la realtà che poteva essere meno dura. Oggi sono più distaccato e probabilmente più cinico. In questo disco c’è il mio sguardo, il mio punto di vista sulla nostra condizione umana e sociale.

E non è deprimente, anzi. Emil Cioran…
Che conosco bene…

Ecco, lui diceva che gli uomini non sono capaci di vedere le cose come sono, che solo un mostro lo può fare. Esageriamo: nella musica italiana tu sei il mostro che opera questo ardimentoso disinganno.
Bello. Leggendo Jacques Lacan, grazie a Massimo Recalcati, ho scoperto la figura del reale. Noi vediamo la realtà filtrata attraverso i nostri sensi, la nostra percezione, ma non vediamo mai il reale. Il reale non ha senso. Il reale è violento. Il reale è terrificante. E quindi sì, ci vuole un mostro per vedere le cose come sono, perché sono mostruose.

Quando cantavi Portatemi Dio, ci credevi in Dio?
Avevo 30 anni e qualche dubbio ce l’avevo. Avevo anche scritto una messa rock da ragazzino a Zocca. L’oratorio della chiesa era uno dei “locali” che potevamo frequentare. In quella canzone lo volevo sul banco degli imputati e giudicare lui come lui giudica noi. Pensavo che se c’era allora doveva rispondere alle mie domande. Me ne facevo tante. Vengo da una famiglia cattolica, poi a 13, 14 anni sono andato in un collegio di salesiani a Modena, catapultato in un mondo che non mi apparteneva. Non è una questione di essere atei o meno, io capisco chi sente il bisogno di pensare a una presenza suprema sopra di noi e capisco che avere una fede possa aiutare a vivere meglio. Altro è credere agli oroscopi, ai santoni o ai predicatori delle cosiddette verità alternative.

In fondo anche i complottisti hanno il desiderio di credere in qualcosa. Non accettano che sia solo caos. Vogliono un sistema ordinato, un motivo, una ragione, anche se malvagia. Ma una ragione non c’è.
Si fa fatica ad accettare che il caso governi la vita. C’è bisogno di dare la colpa a qualcosa, a qualcuno. Non riescono a rassegnarsi al fatto che le nostre vite sono in balia del caso.

Con gli anni questo pensiero è diventato sempre più centrale nella tua musica.
L’ho messo sempre più a fuoco, sì. Alla perenne ricerca di un senso che non c’è, sei tu che devi dartelo. In fondo gli argomenti di cui canto sono sempre quelli lì: il rapporto con sé stessi, con le proprie fragilità, temi esistenziali e sociali. Non giudico e non faccio politica, non è il compito dell’artista che, invece, denuncia ciò che vede nel mondo e nella società, prima di tutti gli altri. “Siamo qui pieni di guai” non l’ho scritto ieri, l’ho scritto ben prima che scoppiasse la pandemia. Evidentemente qualcosa nell’aria l’avevo sentita. Ci metto sempre ironia, soprattutto con quelli che ti vogliono insegnare a tutti i costi stare al mondo. Quelli che ti vogliono aiutare a tutti i costi non li capisco proprio. Probabilmente sono io che vedo il mondo tutto al rovescio. Paradossalmente: prendi uno che si vuole suicidare, si sta per buttare, arriva uno e lo salva. Ma se mi salvi ti devi poi prendere la responsabilità del tuo gesto, non puoi salvarmi e poi andar via facendo finta di niente. Questa per me si chiama ipocrisia e fa parte della nostra cultura cattolica. Fai ma non dici. Apparenza, convenienza, superficialità. Anche quando parliamo non siamo mai diretti, ci giriamo attorno. A me piace parlare diretto e sintetico, come nelle serie americane. Come nelle mie canzoni.

Quand’è che hai intuito che un linguaggio essenziale come il tuo poteva funzionare nella canzone italiana?
Mi piace la sintesi, che è diversa dalla semplicità: è dire tutto, ma in poche parole. Io sono cresciuto coi cantautori, ma non riuscivo a scrivere come loro, sentivo che era in atto un cambiamento di stile. E dovevo trovare il mio stile così come loro avevano avuto il loro. Loro erano adatti a quel periodo lì, gli anni ’70, ma a cavallo degli anni ’80 è cambiata la cultura e c’è stata una svolta musicale. Mi ero accorto che la gente non aveva più il tempo di ascoltare discorsi lunghi. Per catturare l’ascoltatore c’era bisogno di colpirlo subito con una frase-slogan e di ripeterla: “vado al massimo, vado al massimo, vado al massimo, pum!, vado a gonfie vele”. Poche parole ma molto dense e soprattutto il rock. E così che da cantautore ho cambiato pelle trovando il mio stile di rock provocautore prima e poi di rockstar, usando sempre la band come chitarra elettrica

Non è uno stile decisamente meno nobile di quello dei grandi cantautori colti come Guccini o De Gregori?
Penso di no, è tutta sempre poesia. La nobiltà sta nella credibilità che un artista si crea, e io me la sono creata negli anni, prendendo anche esempio da loro, se vuoi, nel non tradire mai me stesso. È semplicemente un fatto di linguaggio che si trasforma, cambiano i tempi e cambiano anche i giovani. Io sono arrivato a fine anni ’70, giusto a cavallo tra un’epoca che finiva e un’altra ne cominciava. Allora cominciavo a fare degli esperimenti anche estremi come la mattina in cui ho scritto Ogni volta non raccontando tutto, ma solo dei flash. Non la facevo neanche sentire agli altri perché pensavo che la capissi solo io. Quando Ogni volta è piaciuta a Guido Elmi, che all’epoca era il mio complice, ho compreso che la canzone è un’equazione in cui è possibile saltare dei passaggi. Dici una frase qui, un’altra dopo, senza dire cosa c’è nel mezzo. I passaggi vengono riempiti dall’immaginazione di chi ascolta. E l’immaginazione è potente, ognuno ci può vedere quel che vuole.

A differenza di altri che fanno finta d’essere per sempre giovani, nelle canzoni tu hai sempre raccontato la tua età e questo ti fa onore.
Mi fa piacere che tu l’abbia notato. È quello che faccio dall’inizio, è come se tenessi un diario racconto passo per passo quello che vedo o pre… vedo. E non mi tingo i capelli.

I nuovi idoli si presentano come vincenti: dischi d’oro, ragazze sempre disponibili, soldi a palate. Tu invece, in un società piena di gente fragile, hai parlato apertamente di depressione, di fatica di vivere, di angoscia. Almeno un paio di volte hai ammesso di avere avuto pensieri suicidi.
Io sono figlio degli anni ’60, mi sono costruito negli anni ’70, oggi è tutta un’altra storia, tutta un’altra generazione. Ma in fondo anche loro raccontano di fragilità, di emarginazione, di periferia. Dal mondo hip hop, del rap, della trap io ricevo continuamente attestati di affetto, omaggi alle mie canzoni che sento e li ringrazio. Mi chiamano “zio” con affetto e rispetto. Apparteniamo a mondi diversi. Nell’era del precariato e dei social, i giovani sono cambiati ma non cambiano i sogni. Figli del loro tempo, come noi, osservano la realtà che hanno intorno e lo mettono in rima. Figli della pubblicità, che fa parte della loro vita, ci sono cresciuti con gli spot, per loro non c’è niente di male, anzi è naturale approfittarne, soprattutto oggi che i social offrono diverse possibilità. Ai tempi di Bollicine, io alludevo alla Milano da bere, quella delle bollicine che vanno su per il naso… e la Coca Cola invece di ringraziarmi per poco non mi querela.

Oggi la Coca Cola paga i cantanti per fare product placement nei video e nelle canzoni.
Ai miei tempi se solo avessi osato pensare di legarmi a un brand mi avrebbero tirato addosso di tutto. Io non l’ho mai fatto per una questione di principio.

Oggi però il principio si scontra con la realtà: i dischi non si vendono più e i cantanti monetizzano i follower facendo pubblicità.
Ferragni insegna. Ha inventato un nuovo mestiere, l’influencer. Anche io sono un influencer con la mia pagina di Instagram, soltanto che lo faccio gratis. Lo dico come battuta, sto bene così. Però ti dirò una cosa, io ho sempre scritto canzoni per andarle a cantare in pubblico, per questo facevo i dischi. Non ho mai pensato alle vendite di un album. Oggi non si vendono più dischi, questa è la realtà, ma di musica si vive e chi il talento ce l’ha, prima o poi ce la fa. È dal vivo che si fa la musica. Cominci dai pub e se ti prendi degli schiaffi non devi lamentarti perché il pubblico ha sempre ragione. Ancora oggi quando salgo sul palco penso soprattutto a loro e ci metto tutto l’impegno perché si divertano. Se si divertono loro, io son già contento. L’energia che arriva mi ripaga di tutto.

Però poi capita a tutti di restare soli: a te che succede?
Io cerco di non stare mai solo. Nel senso che non vivo quasi mai il presente, mi pongo degli obiettivi, penso a nuovi progetti da realizzare così posso scaricare i miei demoni. Ho imparato a lavorare sul mio corpo e mi tengo in forma. Non avendo una vita sociale sono molto social, ma qualche amico ce l’ho e il piacere di una cena in buona compagnia mi ha fatto riscoprire il vino rosso. Allo stesso tempo ho bisogno della mia solitudine, dei miei spazi ma devo stare attento, se sto troppo solo il cervello comincia a lavorarmi contro. Spesso sono i momenti in cui sta per arrivare la nuvola creativa, allora li lascio liberi, mi isolo totalmente, mi chiudo al mondo e ascolto la mia parte nascosta. Sospeso finché all’improvviso non mi viene l’incipit per una canzone, è dai tempi di Siamo solo noi che mi succede.

Foto: Gianluca Simoni

Mi pare ci sia una tensione interessante in quel che fai: da una parte c’è la solitudine esistenziale e dall’altra le esibizioni negli stadi, da una parte la fragilità del singolo e dall’altra la potenza del collettivo. È come se in concerto le tue consapevolezze e le tue amarezze venissero esorcizzate, no?
Nelle canzoni ci sono io, le mie crescite, le mie consapevolezze, i miei dubbi. Le mie fragilità. Non le ho mai nascoste, non c’è di che vergognarsi, nessuno è esente da fragilità. Nelle canzoni sono sincero e onesto, e questo chi mi ascolta e viene ai miei concerti lo percepisce, lo sa. Quando ho cominciato a scrivere canzoni, parlando di me tramite figure di donne, non avrei mai immaginato che qualcuno avrebbe condiviso quello che dicevo. E invece mi sono accorto che sono in molti a provare le cose che provo io. È il miracolo delle canzoni che in concerto sono già di tutti e tutti insieme le cantiamo. È decisamente quello che sognavo di realizzare: esprimere emozioni attraverso le canzoni e poi trasmetterle sul palco trasformandomi nel Supereroe che li fa volare. Quando la musica comincia tutto è nelle mie mani, ho il potere di far esplodere lo stadio e questo disco è particolarmente rock proprio per andare sul palco.

Durante la pandemia vedevo nelle tue storie di Instagram gli incontri coi fan che t’aspettavano fuori casa, la domenica.
Non solo la domenica, tutti i giorni c’è gente davanti a casa mia. Secondo me vengono su anche per fare una gita. Anni fa venivano e suonavano il campanello e io rispondevo: «Scusa, non mi rompere i coglioni, sono in casa, non è che posso scendere a farti un autografo». Spiegarglielo era difficile. Mi dicevano: «Eh, ma io arrivo da lontano». «E va bene, ma mica ti ho invitato io». Era una cosa strana per me, io non ero mai andato a casa di nessuno. Alla fine ho tirato via il campanello.

E adesso?
Adesso mando fuori una persona mia a spiegare che è inutile che urlino perché tanto la mattina a una certa ora io comunque esco a correre. C’è una sorta di trattativa coi miei fan, che sono abbastanza educati. Loro sanno che vado a fare il mio allenamento nei boschi e quando torno faccio autografi e foto. Vengono in tanti, sono centinaia, rischiano di farsi del male, così ho fatto mettere delle transenne davanti a casa. Alla gente fa un tale piacere farsi una foto con me o avere un autografo, e a me costa poco. Non è che io mi diverta o mi faccia piacere. Mi adeguo.

Se sei quel che sei, lo devi anche a Zocca?
Penso di sì. Ci ho vissuto fino ai 12, 13 anni in una condizione di vita all’aria aperta, sempre. La casa era un posto dove si andava solo a mangiare e a dormire. Si viveva in piazza, al bar, nei boschi. Mi ha influenzato moltissimo anche Bologna negli anni ’70: il teatro sperimentale, leggevamo Bakunin, ci chiamavamo indiani metropolitani. Prima ancora di pensare di cambiare il mondo, pensavo di cambiare me stesso perché l’uomo anarchico è capace di autogestirsi, non ha bisogno dello Stato o della polizia.

Che è un’idea diversa da quella della sinistra dell’epoca…
Leggermente diversa. In comune poteva esserci il sogno di una società ideale dove tutti hanno le stesse possibilità. Da indiano metropolitano all’epoca mi facevano ridere certi studenti di Lotta Continua che al pomeriggio tornavano a casa a cena dai genitori. In quegli anni la mia lotta era fondare con alcuni amici di Zocca Punto Radio, una delle prime radio radio libere italiane, nel settembre del ’75. Lo scopo era di sensibilizzare attraverso l’ascolto dei cantautori italiani gli ascoltatori sui problemi della società del tempo e fare ascoltare la musica internazionale prog rock e pop che la Rai non trasmetteva.

Ricordi quando Damiano dei Måneskin è stato accusato di avere sniffato all’Eurovision e qualcuno lo voleva sottoporre a un test antidroga? Tu all’epoca su Instagram hai detto ridendo: «Fatelo a me il test!». Al posto di giocarci come hai fatto tu, i Måneskin hanno subito chiarito: «Non dite che ci droghiamo».
La droga legata alla musica è un mito degli anni ’70 e ’80, appartiene a quel preciso periodo culturale. Oggi crescono bio, antifumo e nella cultura del benessere del corpo. I Måneskin sono un’esplosione nel rock, la loro comunicazione passa attraverso il corpo, sono molto sex and roll.

Il rock si è ripulito.
Diciamo che oggi non è più sex & drugs & rock & roll, ma è sesso e rock’n’roll.

Siamo qui è anche un disco sulle relazioni. C’è un pezzo titolato L’amore l’amore che accenna alla fluidità dei rapporti. Nel presentarlo hai detto che ti senti un po’ antico…
Lì volevo parlare dei rapporti uomo-uomo, donna-donna. Se c’è l’amore è giusto che stiano insieme. La fluidità che sento fra i giovani m’incuriosisce molto. Sono cose che fanno parte della natura umana. È l’amore che salva tutto e ognuno deve essere libero di amare chi vuole, al di là di sesso, religione, colore della pelle o altro.

Quanto tieni ad essere considerato in Italia “The Greatest”, per dirla alla Muhammad Ali?
The Greatest? Mi piace. Del resto l’ho sempre detto che sono il numero uno, due e tre… almeno dal vivo. E dire che dopo Vita spericolata ero convinto di avere finito la carriera. Mi sentivo a posto. Se fossi morto schiantandomi contro un palo mi andava bene, l’avevo messo in conto. Invece sono sopravvissuto e ho fatto molta fatica a ricominciare a scrivere canzoni. Pensavo che ogni volta avrei dovuto scrivere una Vita spericolata. Poi una mattina ho ricominciato a giocare con la musica e le parole senza nessun obbiettivo oltre quello di divertirmi. Da li è ripartito il flusso creativo che fortunatamente non si è ancora fermato… e siamo qui.

Che rapporto hai con le critiche?
Non mi frega un cazzo delle critiche. Se una mia canzone non ti piace non è un problema mio. Non faccio canzoni per compiacere. State certi che tutte le critiche che potete fare alle mie canzoni le ho già fatte io: le so già tutte.

La copertina di ‘Siamo qui’

Lo farai mai il tuo Springsteen On Broadway?
Sarebbe bellissimo, ma temo impossibile per me in Italia.

Dovresti fare 600 date per accontentare tutte le richieste.
Il problema è quello. Forse mi annoierei. Io faccio 15, 20 concerti, un tempo ne facevo 30, 40 all’anno. Ma il sogno di ogni artista è fare una cosa come Springsteen On Broadway. Finché riempio gli stadi ringrazio il cielo e vado avanti così. Mi piacerebbe fare concerti anche d’inverno, l’ho fatto per due anni, nei palasport, ed è stata un’esperienza talmente esplosiva che sono esploso anche io.

E insomma, quarant’anni fa eri un figlio di nessuno, oggi sei il padre saggio del rock italiano.
Mettiamola così: sono sempre stato figlio di me stesso e oggi mi ritengo soddisfatto, ho realizzato il mio sogno. Ma ho sempre avuto la testa sulle spalle, erano gli altri che dicevano che ero matto. Glielo lasciavo credere e andavo avanti per la mia strada a testa bassa e a volte diversamente lucido. Ma sempre avendo ben chiaro quello che facevo e l’obiettivo che avevo: scrivere canzoni che arrivassero toccare il cuore della gente e a provocare le coscienze. Errori ne ho fatti, certo, ma è da quelli che si impara, no? E io per carattere, ho sempre cercato di imparare anche dalle esperienze più brutte, di trarne il positivo. Anche da quella volta, nell’84, che mi hanno preso e messo in carcere. In vita mia non avevo mai fatto del male a nessuno. È stato uno choc: in carcere e per di più in isolamento per aver avuto in casa una quantità di coca che oggi sarebbe per uso personale. Un’esperienza terrificante, forte e incisiva. Il carcere non fa bene a nessuno, ma io l’ho usato per diventare più forte e aprire una nuova fase della mia vita. Da allora sono diventato un professionista. Ho smesso con tutto, anche di bere prima di salire sul palco per farmi coraggio. Salivo lucido e pieno di rabbia, incazzato come una bestia. Niente poteva fermarmi.

E dopo il concerto?
Diciamo che prima o poi si beve. L’importante è rimanere sobrio per la metà del tempo. Eccola qua la saggezza di Vasco.