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La rocambolesca storia punk dei sovietici immaginari Svetlanas

Esiste un gruppo di musicisti hardcore italiani che sono stati banditi dalla Russia, minacciati dai neonazisti americani, protetti da C.J. Ramone, coccolati da Nick Oliveri. Potevamo non intervistarli?

Svetlanas

Foto: Jerry Milton

Gli Svetlanas sono da ormai 10 anni abbondanti una realtà nella scena hardcore italiana, ma hanno una potenza di fuoco che travalica i confini. Negli Stati Uniti sono di casa: hanno girato in tour più volte il Paese suonando nell’ambito di Warped Tour, SXSW e Punk Rock Bowling. Recentemente hanno anche inaugurato uno studio di registrazione in società con Nick Oliveri – quel Nick Oliveri, sì – nel Pinbowl Skate Park di Pero, dove hanno inciso il quinto album appena pubblicato Disco Sucks.

Il loro hardcore violento e preciso si abbina un immaginario che rimanda all’Unione Sovietica, ma anche a idee ben chiare: no razzismo, no fascismo, no omofobia. E poi c’è il personaggio di Olga, una sorta di pericolosissimo alter ego soviet che si impossessa della frontwoman quando sale sul palco.

Loro sono evidentemente italianissimi, ma c’è ancora qualcuno in giro che va dicendo e scrivendo che arrivano dalla Russia. Loro lasciano fare, ci giocano anche un po’, ma ci tengono a chiarire che, alla fine, le cose importanti sono la musica, la dedizione alla causa e la coerenza. Ecco cosa è uscito da una chiacchierata con Olga e Diste (batteria), che sono il motore della band, oltre che essere una coppia nella vita.

Come si è formato il gruppo?
Olga: La band è iniziata per divertimento, nel 2009 circa. Inizialmente era composta da sole ragazze, ma suonavamo così tanto per suonare. Dopo qualche mese c’è stato l’incontro con Diste, ex bassista dei Sottopressione che era abituato a suonare ad altri livelli: desiderava cimentarsi con la batteria ed entrando nella band ci ha dato, diciamo così, una ripulita, spingendoci a fare le cose per passione, ma anche con serietà. In quel momento nascono davvero gli Svetlanas.

Ditemi qualcosa sulla faccenda della famigerata origine sovietica della band…
Olga: Tutto è nato da un vecchio comunicato stampa scherzoso in cui scrivevamo che tutti noi eravamo spie sovietiche che erano state ibernate e poi risvegliate. Il problema è che c’è chi ci ha creduto. Compresi giornalisti italiani e gente che scriveva di musica… Era assurdo, perché scrivevano davvero che eravamo stati ibernati e scongelati. In tutta questa storia noi abbiamo fatto molto poco, solo un comunicato buffo e qualche uscita scherzosa. Hanno fatto tutto gli altri. Certo, soprattutto all’inizio i nostri testi giocavano molto su fantasie legate a storie noir di spionaggio, ma solo perché ci piace quell’immaginario e lo trasmettevamo nei testi.

Voi fate praticamente da sempre tantissime cose all’estero. Come funziona la cosa?
Olga: Abbiamo fatto capitare le cose. Il nostro primo tour nel 2010 è stato in America e l’abbiamo organizzato da noi tramite MySpace, scrivendo ai locali. Un gran lavoro, ma per noi era la nostra vacanza, visto che tutti avevamo un lavoro normale.
Diste: Abbiamo detto: proviamo a fare un tour in America. Non ci aspettavamo nulla. Pensavamo a una vacanza in cui avremmo fatto una manciata di concerti: ci bastava rientrare delle spese di noleggio del furgone, ma da lì sono nati molti riscontri.
Olga: In Italia la scena allora era un po’ snob, anche in ambito punk. Il mio pensiero è che nell’economia globale il punk era considerato un genere di serie C, ma all’interno della scena i meccanismi replicavano quelli degli altri giri: suonavi se eri amico del promoter, che ti piazzava prima di una band più grossa… comunque dovevi sempre essere l’amico di. Ma noi non ci facevamo problemi. Cercavamo di suonare e organizzare i concerti che ci piacevano. Durante il primo tour negli USA in molti ci hanno chiesto quando saremmo tornati e ci hanno proposto altri live, più avanti, in altri posti: era una realtà DIY molto viva. E da lì è nato molto.

Ma negli USA questa vostra immagine ‘sovietica’ degli inizi come è stata percepita, quando siete arrivati la prima volta?
Olga: In realtà noi non abbiamo giocato troppo su quello. Ci presentavamo e suonavamo: stop. Certo, su alcuni manifesti eravamo “Svetlanas from Italy” e su altri “from Russia”, quindi un po’ di confusione c’era, ma nulla di più. Invece, siamo stati banditi dalla Russia.

Cioè? Cosa è successo?
Olga: Era uscito il disco Naked Horse Rider del 2015, prodotto da Blag Dahlia dei Dwarves. In copertina c’è Putin a cavallo, torso nudo, con un face painting alla Gene Simmons. Ci avevano invitato ad andare a suonare in Russia e abbiamo richiesto il visto. Ma invece ho ricevuto una lettera che diceva che ero persona non gradita e non avrei mai avuto quel visto. Non hanno preso bene la copertina, ma anche i pezzi: nel testo di Tinky Winky chiedo a Putin di succhiarmi il clitoride. Aggiungiamo anche che nelle date di quel tour – come sempre del resto – aprivo tutti i concerti bruciando una grande foto di Putin. Così la chance di andare a suonare in Russia è stata stroncata sul nascere e la band non può mettere piede lì.

Facendo un piccolo salto in avanti, ci sono stati invece problemi negli Stati Uniti con l’estrema destra. Un brutto episodio di cui è arrivata l’eco in Italia, ma viverlo da dentro deve essere stato particolarmente pesante.
Olga: Nel 2017 la band dei Barb Wire Dolls ci chiede di far loro da supporter in un tour americano di due mesi già completamente organizzato. Accettiamo e partiamo. Da subito notiamo qualcosa che non ci piace, dettagli che non quagliano, ma sono piccole cose su cui soprassediamo. Poi arriviamo a Manchester, New Hampshire per una data. Io mi metto a preparare il banchetto del merchandising, mentre i ragazzi della band nel backstage sistemano i propri strumenti e si rilassano. Davanti a me si para un tizio che ha delle toppe coi Totenkopf delle SS e sulla schiena una patch gigantesca con scritto “anti-communist action”. Io la interpreto come una scritta anti-Svetlanas, vado da lui e gli chiedo: “Scusa, ma cosa ci fai qua tu?”. Le cose sono subito degenerate in una lite: lui mi ha detto che non essendo americana non avevo il diritto di indossare una maglietta con scritto “Nazi Trumps”. Io gli ho risposto che neppure lui era tedesco e quindi non aveva senso che si mettesse quei segni addosso. L’ho cacciato, i ragazzi della band erano lì che cercavano di calmarmi e il gestore mi gridava che io non potevo buttare fuori nessuno dal locale. Poi è uscito fuori che quella toppa non era solo anticomunista, ma era legata ai seguaci di Augustus Sol Invictus, un avvocato e politico di estrema destra attualmente sotto processo e in stato di arresto.
Diste: In pratica è un razzista: si può dire. Sembra uscito da una serie tv: satanista, illuminato dopo un’esperienza mistica nel deserto con tanto di sacrificio rituale di capretto, sostenitore della supremazia della razza bianca… insomma un neonazista. E abbiamo poi scoperto che ha un certo seguito anche nell’ambito della scena punk statunitense.

Poi che cos’è successo nel locale?
Olga: Il proprietario si è incazzato dicendomi che non potevo cacciare nessuno e allora noi abbiamo detto che quella sera non avremmo suonato se quel tipo fosse rimasto lì. Nel frattempo al tizio si erano uniti altri, quindi non era più da solo, ma in gruppo. Siamo andati dai Barb Wire Dolls per spiegare che non avremmo suonato e la risposta incredibilmente è stata: “Ma è solo una toppa, non ha tatuaggi”. Noi ce ne siamo andati ed è scoppiato un pandemonio. Nel giro di 30 minuti la nostra pagina Facebook è impazzita: arrivavano centinaia di notifiche al minuto perché qualcuno di quei bravi ragazzi aveva postato qualcosa su alcuni forum del loro movimento e si era scatenata un’ondata di attacchi contro di noi. Ci hanno anche segnalato alle autorità come persone pericolose: hanno fatto di tutto. Comprese minacce di morte, anche al figlio mio e di Diste. Il giorno dopo abbiamo chiesto ai Barb Wire Dolls di prendere una posizione, supportando la nostra scelta e facendo un post su Facebook per dire che nazisti, fascisti, razzisti e persone di questo genere non erano benvenuti ai nostri concerti. La loro risposta è stata: “La nostra musica è per tutti, quindi anche per i nazisti, le toppe sono solo toppe e le opinioni di tutti vanno rispettate”. Quindi abbiamo abbandonato il tour: la nostra musica non è per tutti. Per i fascisti non lo è, per i nazisti non lo è… non è nemmeno per gli sbirri se vogliamo dirla tutta.

Foto: Jerry Milton

Non deve essere stato facile lasciare il tour…
Olga: Ha avuto un grosso costo per noi, non tanto a livello economico, ma più che altro in salute e stress. Prima di riuscire a tornare a casa abbiamo passato due settimane praticamente a nasconderci, anche perché è capitato che ci fermassero per strada: ci riconoscevano, ci chiedevano se eravamo gli Svetlanas e noi non sapevamo che intenzioni avesse la gente. L’atmosfera era pesante, mentre in Italia la cosa – vista da distante – è stata presa con una certa ironia, ma io ricevevo minacce di morte online ogni singolo giorno e le trovavo anche sotto alle foto di mio figlio. Questa roba mi ha proprio rovinato la vita, mi ha disastrata, ero costantemente sull’orlo di una crisi di nervi. Mentre viaggiavamo cercando di rientrare a Los Angeles dal nostro amico Nick Oliveri, al sicuro, ci hanno scritto i fratelli Stern degli Youth Brigade. Ci hanno invitato a cena, ci hanno dato molto supporto nelle nostre posizioni e ci hanno invitato a tornare a suonare il maggio seguente al Punk Rock Bowling. E magicamente tutto è stato tranquillissimo, quando siamo tornati.

E quindi tutto si è sgonfiato così, da solo?
Olga: In realtà no. Prima che noi tornassimo è intervenuta una persona che in pratica ha messo fine a tutto questo. È stato C.J. Ramone, l’ultimo bassista dei Ramones. L’avevamo conosciuto durante alcuni suoi concerti in Europa, eravamo diventati amici. Sapevamo che aveva alcune conoscenze in band vicine al movimento alt right di estrema destra e l’abbiamo chiamato dicendogli che non sapevamo come fare a tornare, la situazione era brutta e le minacce nei nostri confronti continuavano. Lui si è mosso e nel giro di 48 ore la tempesta è svanita. Come per magia. Una cosa assurda, tanto che viene quasi da pensare che qualcosa non torni… a me tuttora non quadra questa faccenda, ma devo ringraziare C.J. per il suo intervento.

Raccontatemi del vostro incontro con Phil Anselmo la famosa sera del suo exploit in salsa white power al Dimebash, il tributo a Dimebag Darrell.
Olga: Io non c’ero, mi ero organizzata col bassista per andare a vedere Mike Watt. Siamo anche arrivati in ritardo: quella sera mi sono persa tutto.
Diste: Eravamo a Los Angeles da Nick Oliveri e stavamo per iniziare le registrazioni del disco This Is Moscow Not L.A. Nick mi ha detto: “Stasera Dave [Grohl] suona al Dimebash, andiamoci”. Mi sono trovato lì, fin dal pomeriggio, a chiacchierare e bere con Nick e Grohl. A un certo punto è arrivato Anselmo, già visibilmente alticcio. Simpaticissimo, ha intrattenuto tutti per un’ora almeno ed era accompagnato dalla sua crew, che peraltro era composta in maggioranza da messicani. Avrebbe dovuto studiare Ace of Spades per la serata, ma non l’aveva imparata, quindi ci siamo messi lì… io gli ho dato il testo, Nick gli ha dato il telefono per fargli sentire la canzone e lui ha cercato di memorizzarla. Era davvero sbronzo, una scena quasi pietosa. E infatti quando è salito sul palco per cantarla è stato un disastro. E si è verificato il fattaccio che tutti sanno.

Ovvero l’exploit di Anselmo che, alla fine di una versione di Walk dei Pantera, facendo un saluto a braccio teso ha declamato il famoso slogan razzista white power, scatenando un’ondata di indignazione.
Olga: Quello che mi stupisce è che Anselmo per questa storia non è mai stato giustificato. Sembra che nel metal siano più attenti a queste cose, mentre nel giro punk pare che si giustifichino cani e porci per qualunque cosa, basta che siano idoli. Penso a Joe Queer e alle sue dichiarazioni dopo l’uccisione del ragazzo afroamericano Michael Brown da parte di un poliziotto, ma anche ad altri. E poi anche in Italia ci sono persone che si dichiarano antifasciste, però se devono organizzare un concerto non si fanno problemi a chiamare band di idee opposte perché portano gente. Se sono antifascisti come dicono di essere, allora dovrebbe funzionare che anche se la musica di una band ti piace, se poi dice determinate cose ci fai una X sopra.

Nel corso della nostra chiacchierata è spuntato più volte il nome di Nick Oliveri (Kyuss, Queens Of The Stone Age, Dwarves, Mondo Generator). Lui è in pratica un membro aggiuntivo della band e un vostro amico/collaboratore stretto. Come nasce questo legame?
Diste: L’abbiamo conosciuto facendo un tour europeo con i Dwarves: lui è il bassista della band, raramente è in tour con loro, ma quella volta c’era. Ha dimostrato molto interesse per la band, a ogni data era davanti al palco a sentirci. Una sera ci ha chiesto se poteva suonare un pezzo con noi… tu pensa che Oliveri è sempre stato uno dei miei bassisti preferiti, quindi mi ha fatto un gran piacere la cosa. Abbiamo poi suonato per diverse sere consecutive con lui come ospite e al momento di salutarci, a fine tour, ci ha detto che gli sarebbe piaciuto fare qualcosa di più con noi. Ci siamo scritti un po’ di e-mail e alla fine ha detto: “Ragazzi, io vorrei entrare nella band. So che avete il vostro bassista Steve, però possiamo cercare di trovare una soluzione”. Noi eravamo entusiasti e lui è entrato nella band. Quando andiamo negli USA suona con noi. Subito ci ha organizzato una session di registrazione nello studio di Josh Homme dove abbiamo inciso This Is Moscow Not L.A., abbiamo conosciuto Homme, ci hanno ospitati, abbiamo registrato gratis, una spontaneità e un’ospitalità bellissime, come non ne vedevamo da tempo. Fra l’altro era lo stesso periodo in cui Homme stava registrando lavorando a Post Pop Depression di Iggy Pop e a volte lo incrociavamo la sera, quando arrivava per lavorare e preparare i set fotografici. Là c’è una scena molto bella di musicisti, molto collaborativa.
Olga: In effetti a noi capita di fare tante cose perché ci sono dei musicisti che ci ascoltano, ci conoscono, vengono a vederci e da lì nascono delle collaborazioni. Ci ha scritto da poco Mike Williams degli Eyehategod e ci ha chiesto di fare con loro un tour europeo appena finiscono le misure anti-Covid. Tutto succede così. Noi abbiamo un’agenzia di booking che ci segue, la MAD tedesca, che ci organizza tour e concerti, ma poi spesso sono altre band a chiedere la nostra presenza come supporter nei loro tour.
Diste: Tutto questo deriva anche dalla nostra costanza, dall’essere sempre attivi, dal suonare sempre. Questo è il nostro lavoro, ma anche la nostra passione. Ci crediamo e campiamo di questo, con le nostre forze.

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