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La resistenza poetica di Marisa Monte nel Brasile di Bolsonaro

Presente i Tribalistas? Lei è una dei tre membri del gruppo e uno dei nomi chiave del pop brasiliano. Nel nuovo ‘Portas’ ci sono le sue idee su collaborazione, mix di culture, musica come medicina

Marisa Monte

Foto: Leo Aversa

Marisa Monte è uno dei nomi fondamentali della musica brasiliana. Negli ultimi trent’anni ha scritto pagine di storia, attirando a sé i nomi più importanti della scena nonché le attenzioni di grandi musicisti e del pubblico mondiale, guadagnandosi a diritto uno spazio nel gotha delle artiste brasiliane, a fianco di figure iconiche come Elis Regina e Gal Costa. Il suo primo disco di inediti, Mais, risale al 1991 e fu prodotto da quel genietto di Arto Linsday, ammaliato dalla figura della giovane Marisa, fino a quel momento conosciuta in tutto il Brasile come giovanissima performer assoluta e inafferrabile. A tre decenni di distanza, Marisa ha pubblicato Portas, il suo primo disco in studio da dieci anni, l’ottavo di inediti come solista, che la rivede al fianco di Arto Linsday e di Arnaldo Antunes, con il quale ha conosciuto il successo mondiale nel progetto Tribalistas.

Marisa è appena stata in Italia dove è riuscita ad esibirsi per la prima volta dall’inizio della pandemia in una notte che definisce «indimenticabile e simbolica». Durante la serata le è stato anche consegnato il premio Tenco, diventando così la prima donna brasiliana a riceverlo. «Ho ricevuto molti premi come cantante e come artista, ma è la prima volta che vengo premiata come autrice. È anche la prima volta che questo premio viene vinto da un’autrice brasiliana. Credo sia importante per tutte le artiste brasiliane, è la dimostrazione che stanno cambiando i padroni della musica. Fino agli anni ’80 pochissime artiste brasiliane erano anche autrici, ma in questi decenni la situazione sta mutando: sono fiera di poter rappresentare questo cambiamento».

Marisa, da questo punto di vista, è una pioniera. Non solo cantante, musicista, performer e autrice, ma anche tra le poche artiste brasiliane che si occupa di produzione. «Ci sono pochissime produttrici brasiliane, ma credo che a breve qualcosa cambierà. Io ho cominciato come cantante, ma ho sentito il bisogno di evolvermi, imparando a produrre o a lavorare con altri co-autori e collaboratori. Avere strumenti così differenti mi garantisce diversi modi per esercitare la mia musica e il modo di pensare».

La musica di Marisa Monte è, difatti, una musica collettiva, collaborativa, comunitaria. Come di tradizione brasiliana, il solista altro non è che la voce più in vista in una coralità di musicisti. «Ho un’idea della musica, e della vita, dove le cose si fanno assieme. Io credo nella mescolanza delle persone, nello scambio. Voglio cambiare ed essere cambiata. Crescere e imparare. Stare con gli altri ti aiuta a migliorare. Credo di essere una buona collaboratrice».

Negli anni Marisa ha collaborato con grandi figure della musica contemporanea, dal citato Arto Lindsay a David Byrne, ma il suo più grande successo rimangono i Tribalistas, il progetto fondato con Arnaldo Antunes e Carlinhos Brown. «Noi in Brasile abbiamo questa tradizione dei grandi dischi assieme, dei grandi dischi collaborativi. Per noi brasiliani è la norma. Quando ho creato i Tribalistas, e ho iniziato a girare fuori dal Brasile, ho cominciato a capire che questo approccio non era usuale altrove, ma una specialità di noi brasiliani. Questi dialoghi musicali sono una nostra specialità; il Brasile è un luogo enorme, in cui ci sono tantissimi generi, tanta mescolanza, tante persone differenti».

Proprio per questo la carriera di Marisa Monte, oramai più che trentennale, si inserisce appieno nella tradizione della musica brasiliana, terra di audaci e naturali incroci e mix sonori che noi europei abbiamo imparato a conoscere durante gli anni del Tropicalismo e della MPB, Música Popular Brasileira, e che in Brasile vede le radici concettuali in Oswald de Andrade e il suo Manifesto Antropófago, in cui il poeta e scrittore teorizza l’antropofagia, un cannibalismo culturale e musicale di tutte le società e di tutti i generi con l’aspirazione per creare qualcosa di nuovo, di unico.

«Il Brasile è nato e cresciuto in un mescolarsi di persone da tutte le parti del mondo. È per questo che è un Paese molto originale. Questo si rispecchia in tutti i lati della nostra cultura. Credo che, da questo punto di vista, il Brasile sia un bell’esempio per il mondo perché io credo la vita e il futuro della civilizzazione umana si basino su questo mescolarsi di culture. Il mondo diventa ogni giorno più piccolo e noi non dobbiamo avere paura di essere cambiati o cambiare l’altro. Possiamo imparare. È la natura del Brasile, anche se in questo momento storico abbiamo parecchi motivi politici per non considerarci un esempio virtuoso. Ma anche questo passerà, come passerà questo governo inabile nella gestione della pandemia: noi artisti saremo sempre lì a difendere questa libertà e questa apertura».

Portas è un disco ampio, che contiene un’infinità di generi (MPB, samba, rock, pop, folk) e collaborazioni, di suoni e di idee, tenute assieme dal filtro sensibile della cantante di Rio. Portas vuole «affermare valori importanti» in un momento storico che deve porsi come «momento di resistenza poetica e musicale». È un lavoro che parla di speranza in un momento di grande difficoltà per il Brasile, intrappolato nelle follie di Bolsonaro, e che punta ad essere «una musica quasi medicinale, una musica solare e legata a valori essenziali come amore, arte, natura in un momento di dolore».

Un altro disco che, nonostante esca a nome Marisa Monte, suona come un’opera collettiva e corale. A partecipare, oltre a Lindsay e Antunes, ci sono grandi nomi della scena brasiliana come Nando Reis (ex Titãs), Dadi Carvalho dei Novos Baianos, Pretinho de Serrinha, Chico Brown (figlio di Carlinhos Brown dei Tribalistas, nonché nipote di Chico Barque), Marcelo Camelo dei Los Hermanos, Seu Jorge, Flor, oltre all’uruguaiano Jorge Drexler con il quale – durante una vacanza in Sardegna – ha scritto Vento sardo, brano eseguito per la prima live al Premio Tenco.

Il rapporto tra Marisa Monte e l’Italia però non comincia oggi, ma ha radici lontane. «A 18 anni sono venuta da voi a studiare canto, facendomi affascinare da musica e cultura. Il mio primo grande successo, Bem que se quis, è una versione portoghese di E po’ che fa‘ di Pino Daniele. Coi Tribalistas abbiamo avuto un enorme successo in da voi, arrivando primi in classifica e riuscendo ad esibirci all’Arena di Verona. Un momento importante della mia carriera è stato quando Mina ha interpretato la mia Ainda Bem per un suo disco (Piccolino, nda). Lei è un pilastro della musica italiana, sono una sua grande fan».

Dopo tre decenni di carriera, qual è il rapporto di Marisa Monte con l’ispirazione? «Non forzo, la creazione ha vita propria. Noi pensiamo di controllarla, ma non sappiamo mai cosa succederà. Noi non abbiamo questo controllo e nemmeno io ho questa ambizione. Resto sempre al servizio dell’ispirazione e quando arriva, io sono qui, a disposizione. È qualcosa di naturale che non può essere forzato. Io sono qui come strumento di questa creazione».

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