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La Resistenza di Massimo Zamboni: «Il nemico siamo noi»

Il chitarrista di C.S.I. e CCCP celebra la Festa della Liberazione con un nuovo progetto, Breviario Partigiano. Nato da una scoperta: «Mio nonno era fascista»

Oggi come vent’anni fa, Massimo Zamboni festeggia la Liberazione a Correggio, suonando con gli (ormai ex) C.S.I. (senza Giovanni Lindo Ferretti).

C’è però una bella differenza: quello Zamboni che suonava sul palco nel 1995 ancora non sapeva che suo nonno era stato un fascista – un segreto di famiglia, una sorpresa che ha portato l’ex chitarrista dei CCCP a scrivere un libro e a riunire i vecchi compagni in un nuovo progetto. Il titolo dice tutto: Il nemico.

«Tutto è nato da Eco di uno sparo, il libro che ho scritto per Einaudi. Poi parlando con il regista Federico Spinetti ho capito che nel mio percorso personale c’era il nucleo di una storia più grande, che ha preso due strade: da una parte c’è il Breviario Partigiano, che è una sorta di breviario, come quelli da messa, con la copertina in pelle nera. Ci sono canti partigiani, l’idea è di costruire una liturgia partigiana Dall’altra c’è il film, Il Nemico (nel cd è la sua colonna sonora, quella che portiamo in tour, con canzoni come Ventinove Febbraio, dove si racconta l’omicidio di mio nonno, ucciso dai partigiani)».

Ti va di chiamarla reunion dei C.S.I.?
Quando sei in mezzo a certe complessità termini così sembrano molto frivoli, sono parole da ghetto, da chi vede solo il lato musicale della cosa – da quel punto di vista sì, è una riunione a tempo indeterminato, nel senso che potrebbe finire anche domattina. Siamo fatti così.

Breviario Partigiano, pacchetto completo (foto: Facebook dell'artista)

Breviario Partigiano, pacchetto completo (foto: Facebook dell’artista)

Chi è il nemico?
Di solito pensiamo che sia qualcuno con abiti del tutto diversi dai nostri e che arrivi come una minaccia. Ma poi scopriamo che il nemico assomiglia a noi, davvero. Per questo va guardato negli occhi. Per me, che sono antifascista, scoprire di avere avuto un nonno materno fascista ha reso molto difficile tracciare la linea tra me e il nemico.

Quando hai scoperto di tuo nonno?
Pensa, io vivo grazie a lui che era fascista. È mio amico, nemico, parente – una complessità che devo accettare. Quando ero bambino la storia di mio nonno mi è stata raccontata in due-parole-due che non sono mai diventate tre. L’ho ripresa in mano 8 anni fa. Porto il suo nome e volevo scoprire chi fosse. Sta tutto in una frase Anna Maria Ortese: “L’inquietudine è questo: ricercare, senza tregua, il nome che avevi”.

Io, antifascista, vivo grazie a mio nonno che era fascista. È una complessità che devo accettare.

Hai perdonato tuo nonno?
Il perdono presuppone che tu sia un gradino sopra. E poi è facile perdonare chi non c’è più. La mia è più una storia di accettazione. È la similitudine che mi interessa, per questo ho dedicato il libro “agli sconosciuti”.



La tua è anche una storia di rimozione. Hai lottato per una vita per il valore della memoria e poi hai scoperto che in casa tua s’era cercato di dimenticare.
Ogni famiglia vive grazie a un sistema consolidato di rimozioni e assestamenti. E alla fine siamo sconosciuti a noi stessi. La famiglia, intesa come sistema monolitico, spesso si basa su una interpretazione di comodo. Siamo schiavi di meccanismi di esaltazione dalla memoria. Per questo il viaggio in Mongolia nel 1996 era stato importante per me e Giovanni Lindo Ferretti: perché quello è il mondo della rimozione (fisicamente, per effetto degli agenti atmosferici, e culturalmente).

Mi ritrovo in una frase Anna Maria Ortese:“L’inquietudine è questo: ricercare, senza tregua, il nome che avevi”


Racconti una storia di estremi, di scontri di ideologie, di cause per cui lottare. Che effetto ti fa vivere in un mondo in cui, all’età in cui tu fondavi i CCCP, la principale preocupazione è una connessione WiFi?
Siamo stati espropriati con così tanta violenza dal ruolo di persone che hanno a che fare con il mondo che ci sono pochissimi spiragli aperti. Come posso fare a biasimare un ragazzo che non si mette per strada come facevamo noi. Attorno gli si prospetta un panorama di rovine. Come puoi pensare di sfidare il nemico? Per noi andare verso l’Est a bordo di una R4 era il massimo del sogno: il mondo era nostro e noi potevamo sfidarlo. Volevamo conoscere l’ignoto con le nostre mani.

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