La Rappresentante di Lista a Sanremo 2021: «Normalizziamo la diversità» | Rolling Stone Italia

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La Rappresentante di Lista a Sanremo 2021: «Normalizziamo la diversità»

Il Festival secondo la queer pop band: «la grande casa della musica italiana». Il pop: «ci piace quello stratificato e profondo». Il nuovo album 'My Mamma': «esprime la voglia di combattere»

La Rappresentante di Lista rolling stone

La Rappresentante di Lista

Foto: Manuela Di Pisa

E alla fine la «queer pop band» – come si definiscono loro stessi – andò a Sanremo da protagonista. Dopo la comparsata dello scorso anno da ospiti di Rancore, infatti, La Rappresentante di Lista stavolta è fra i concorrenti, con Amare e un duetto, per la sera delle cover, con Donatella Rettore nella sua Splendido splendente. Ma non c’è mezzo passo indietro: le anime del gruppo, Veronica Lucchesi (voce) e Dario Mangiaracina (chitarra, e non solo), continuano sulla strada di un trip-hop d’autore mischiato al folk e all’elettronica cerebrale. Rigorosamente di identità di genere fluido, incentrato su femminilità, sessualità e impegno civile e che cura la dimensione performativa – si sono conosciuti facendo teatro, del resto, e non l’hanno dimenticato, specie a giudicare dalle interpretazioni di lei.

Tradotto: anche questo loro disco da Ariston, My Mamma, in uscita il prossimo 5 marzo, resta in zona del precedente Go Go Diva, che dopo una serie di esperimenti ha messo a fuoco l’identità della band garantendole, a oggi, il pass per la lista big. E se il pezzo manifesto dell’album era l’autocoscienza di Questo corpo, che è finito persino dentro The New Pope di Paolo Sorrentino, a questo giro non siamo distanti. Non cercano il compromesso, e il Festival forse neanche lo chiede più tanto. Certo qui gli archi sono ovunque, in mezzo c’è una produzione di Dardust e il vestito è senz’altro elegante e non sempre acido come ricordavamo, a volte lontano dal folk e vicino alla ballad d’autore. Però la sostanza resta quella, così come le radici fatte di fittissime trame di elettroniche, con qualche allusione da colossal ben allestita (Oh ma, oh pa) e un episodio come la cavalcata erotica e weird di Alieno che forse, più di tutte, diventerà simbolo dell’opera.

Prima però, dicevamo, c’è Sanremo. Li sento al telefono che sono fermi a un Autogrill, di ritorno dalle prove. Sono in pausa per il weekend, settimana prossima si riprova.

Insomma, vi siete convinti lo scorso anno a tornare da concorrenti?
Dario: Sicuramente venire con Rancore è stato un passaggio fondamentale: siamo passati dal vedere Sanremo da lontano, con quel suo alone di magia che hai quando sei spettatore, al vederlo da vicino, nella sua ordinarietà. Abbiamo vissuto il dietro le quinte, la normalità, la routine. E ci siamo convinti, l’abbiamo sentito nostro.
Veronica: Anche se entrambi siamo sempre stati grandi fan. Sin da piccoli, Dario ha pure un aneddoto curioso da raccontare (ride).
Dario: In famiglia lo seguivamo talmente bene da tenere un diario con le pagelle. Mio padre ha sempre dato voti bassissimi, a livello musicale è parecchio esigente. Con gli anni poi si è addolcito un po’, e in generale credo che con noi sarà clemente (ride).
Veronica: Insomma, questo per dirti che è una grande casa della musica e della cultura italiana. Noi fino a prova contraria facciamo musica italiana, quindi: perché no?

Eppure fino a dieci anni fa un gruppo come il vostro, su quel palco, sarebbe stato molto più un freak di adesso.
Dario: La domanda è: siamo cambiati noi o è cambiato il Festival? Secondo me, il Festival.
Veronica: Il Festival, direi.
Dario: Quando ci chiedevano che rapporto avessimo col pop, dicevamo che non avremmo mai fatto pop, ma avremmo aspettato che fosse stato il pop a a diventare come noi. Ma poi che significa pop? Significa che una nostra canzone verrà percepita con un livello di attenzione molto più basso di quello dei nostri fan più stretti, per dire. Il pubblico ne farà una lettura più superficiale.

E questo non vi spaventa?
Veronica: Esiste buona musica che può essere letta superficialmente, ma che ti dà voglia di scoprirla più a fondo. Insomma: la nostra non è musica da segreteria telefonica, va approfondita. Per riuscirci, dobbiamo essere subito efficaci anche con il pubblico più distratto, attirarlo nel nostro mondo. Esserne in grado è una conquista, a Sanremo ci proveremo. È questione di consapevolezza.
Dario: E di mezzi, certo. Più cresci, e più affini il tuo stile – musica, melodie, parole. Quando si riesce a stratificare la complessità in un pezzo, a garantire una lettura sia orizzontale che verticale, è un grande traguardo. A me spaventa la musica che posso afferrare in un colpo solo, mica quella complicata.

E poi Sanremo è una bella vetrina per lanciare messaggi politici.
Veronica: Perché no? Hai una bella esposizione, porteremo agli ascoltatori un altro punto di vista per leggere la vita.
Dario: E poi l’apertura di quest’anno del Festival alla musica – diciamo – indipendente, porta a Sanremo un comparto di produzione nuovo, alternativo. Nel senso: lavoriamo in maniera diversa dal mainstream, banalmente conosciamo tutti i lavoratori della nostra etichetta, tutti i musicisti che hanno partecipato al nostro brano. Porteremo tutto ciò sul palco. E politicamente sarà un messaggio importante.

Amare è una canzone politica?
Veronica: Racconta un verbo, che al contrario della parola “amore”, molto statica, si porta dietro un movimento, una prospettiva, insomma che viaggia in avanti.
Dario: Ma Amare non è solo una canzone d’amore: il gesto di amare permea la nostra vita, non parliamo soltanto di relazioni fra uomini e donne.
Veronica: Quando abbiamo girato il videoclip, ho visto questa canzone negli occhi degli attori, nel loro corpo… e mi sono sballata. Ho percepito quel sentimento di gioia e rinascita di cui parla – il moto, l’impeto, la voglia. Prima di lì non l’avevo percepita fino in fondo, è stata una bella sensazione.

La nostra generazione ha perso il gusto per l’amare?
Veronica: Direi di sì.
Dario: Dipende, che persone frequenti tu? (Ride) Definiscimi il concetto di amore.

In senso ampio, direi una certa apertura al prossimo.
Veronica: Secondo me è andata persa soprattutto la voglia di comprendere, ergo ora abbiamo necessità di essere compresi. Spesso e volentieri ci sentiamo non capiti, non accettati. E non è tanto perché stiamo chiusi nelle nostre camerette, ma dipende da come la società non abbia modelli che rispecchiano effettivamente le nostre personalità. Perdiamo riferimenti, e ci sentiamo soli. E da lì svanisce anche il senso di comunità. Poi figurati: le immagini che ci arrivano intorno, non aiutano.
Dario: Però se ci pensi è anche una responsabilità degli artisti, questa. Chi fa arte plasma la società, mica deve seguirne il flusso. E tutti leggiamo il mondo attraverso gli schemi dell’arte in cui ci imbattiamo. Quindi: se la gente ha perso il senso di comunità, è anche a causa dell’imprinting che è stato dato alle relazioni umane attraverso, non so, le canzoni.

Gli artisti hanno sempre una responsabilità.
Dario: Assolutamente, e infatti stiamo portando avanti un discorso proprio in questo senso. Il nostro ultimo disco, Go Go Diva, era un lavoro individualista a livello di testi. Si parlava: del mio corpo, della mia vita, del mio percorso, del mio disagio. Fino al pezzo conclusivo, Woow, che invece apriva all’altro, alla crescita che possiamo affrontare grazie al ruolo che giocano gli altri nelle nostre vite. My Mamma riparte da lì, ed è tutto incentrato sulla comunità, partendo proprio dal ruolo della madre, che porta l’altro per definizione – suo figlio – in grembo. Quando andavo al liceo odiavo gli slogan; ora a 35 anni dico che servono, gli slogan. Servono per unirci. A furia di ricercare qualcosa di unico da urlare, urliamo tutte cose diverse.

Quindi My Mamma è un disco politico?
Veronica: Sì, nel senso che sceglie da che parte stare, ha voglia di combattere, di non stare zitto.
Dario: E non si arrende. La musica che ascolto in giro, oggi, è musica arresa, che non combatte battaglie, sta negli schemi persino nelle strutture ritmiche e armoniche. È musica morta, che ha già perso in partenza. Noi invece le combattiamo tutte, le battaglie. L’intersezionalismo è fondamentale: non si può essere femministi senza essere antifascisti, o ambientalisti. Le lotte si prendono insieme.
Veronica: E mi piace il fatto che le canzoni di questo disco siano belle a loro modo, sì, in modo da presentarsi bene e arrivare a molte persone. Però poi, ecco, dopo quel primo ascolto scopri che dietro c’è molto altro, dalla voglia di resistere a quella di reagire. A volte nella scrittura questi concetti emergono in maniera più lampante, a volte meno. Ma ci sono.
Dario: Ed è bello pensare che qualcuno ci si avvicinerà tramite la grande vetrina di Sanremo.

Prendiamone qualcuna. A me ha colpito Oh ma, oh pa, sull’eredità dei genitori. Mi chiedo: spesso l’insieme di tradizioni e abitudini che ci lasciano non è il primo limite al cambiamento?
Veronica: Io la vedo in maniera opposta, per me è il primo motore del cambiamento. Cioè: la domanda è interessante, non sono così certa della risposta, eh. Ne discutiamo spesso anche fra di noi, anche perché abbiamo 30 anni, e pure se sembra che l’età adulta tardi ad arrivare (a proposito: arriverà tutta insieme?) sono dubbi che abbiamo. Però sì, nella mia vita i cambiamenti più importanti sono sempre derivati dai no che ho detto ai miei genitori, e che hanno forgiato la mia identità come persona.
Dario: Il “parricidio” è fondamentale per la crescita di ogni individuo. Però per me è interessante anche il dopo: cioè quando, una volta che hai “ucciso” tuo padre, diventi tu il padre. Diventi adulto insomma, sei pronto per prenderti le tue responsabilità.
Veronica: E al di là del fatto che avrai figli o meno, l’eredità che lasci è comunque un tema, una domanda aperta.

Alieno invece parla di femminilità. La parità di genere si insegna?
Veronica: Ti direi di sì. Ai bambini sì, nel senso che ce ne sono sono alcuni che scoprono presto la sessualità, quindi l’educazione è fondamentale, perché no?
Dario: È questione culturale, ora non voglio citare le tribù matriarcali della Papua Nuova Guinea…
Veronica: Anche perché lì ok, c’è la donna al comando, ma ci sono anche mutilazioni genitali del clitoride e cose simili.
Dario: Chiaro, infatti, non dico quello. Però per quanto dio sia morto, il nostro dio che è morto era comunque un maschietto, come lo era anche suo figlio. E Zeus ha generato una dea… dalla testa. Di che parliamo?
Veronica: La nostra cultura è intrisa di maschilismo, machismo.
Dario: Ma siamo pure in un’epoca di transizione, specie sulle questioni di genere. Le minoranze (omosessuali, transessuali) stanno finalmente ricevendo attenzione mediatica, culturale, filosofica. E ora cerchiamo di capire come stravolgere la società, da qui. Cosa succederà al maschio? Non lo so, è una bella questione. Ma non parlo di me, che so scivolare da un sesso all’altro senza sbattere la testa, sono un artista e intorno ho l’intellighenzia che discute di questi temi su Instagram. Ecco: questa è solo parte del discorso. Va’ nel paese reale: lì, dove l’uxoricidio è dietro l’angolo, le questioni di genere saranno sconvolgenti, quando arriveranno.

E quindi?
Dario: Una soluzione può essere quella di normalizzare la diversità, che è una cosa che stiamo facendo anche noi come artisti. Non abbiamo mai giocato troppo con la nostra identità fluida, per dire. Anzi, cerchiamo proprio di normalizzarla.
Veronica: Ma non per appiattirla, eh. Per farne un percorso di coscienza di sé stessi. Nel senso: ci sono posti in cui è tabù la masturbazione, di che parliamo? Sarà un processo lento, ma una bella conquista di libertà.
Dario: Però, appunto, i processi sono lunghi ergo non montiamoci la testa. Ma lasciare un po’ di consapevolezza di questi temi non sarebbe male. A proposito di eredità per i figli, dico.