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Benjamin Clementine, la nuova promessa del pop inglese

Ha 25 anni, viene da Londra, ha origini ghanesi e ha suonato con Paul McCartney. Il suo primo strumento è stata un pianoforte giocattolo "rubato"

Benjamin Clementine, foto di Richard Dumas

Benjamin Clementine, foto di Richard Dumas

A 18 anni Benjamin Clementine, figlio di immigrati ghanesi trapiantati nella periferia di Londra, litiga con la famiglia e si ritrova a vivere per strada: da questa triste vicenda nasce una grande avventura. Appassionato di musica e poesia, si trasferisce a Parigi, dove trascorrerà diversi anni cantando le sue canzoni in metropolitana e chiedendo qualche spicciolo ai passanti. Un bel giorno attira l’attenzione di un discografico; oggi che di anni ne ha 25 apre i concerti di Stromae, ha due apprezzati EP all’attivo e si prepara a debuttare con l’album At least for now, in uscita il 27 gennaio per Universal Music. In occasione della sua conferenza stampa milanese, gli abbiamo fatto qualche domanda.

Declami i testi delle tue canzoni come fossero poemi. Da dove arriva questo modo di cantare?
All’inizio era una necessità: quando cantavo per strada non avevo un microfono, quindi catturavo l’attenzione della gente alzando la voce e recitando i miei testi. Oggi come oggi tutti cantano allo stesso modo. La mia musica, invece, si avvicina al modo in cui la gente parla normalmente. Un po’ come per i cantautori italiani, ad esempio Lucio Dalla…

Hai detto che il tuo primo strumento sia stato un pianoforte giocattolo che hai rubato a una tua compagna di classe in prima elementare…
Mi piaceva così tanto che me lo sono portato a casa. Ho passato un sacco di guai per quell’aggeggio, ma è stato più forte di me, dovevo averlo! All’epoca, però, non sapevo ancora suonarlo: ho iniziato più avanti, da autodidatta, prima con una tastiera di mio fratello, poi con il piano della mia scuola. Anche in quel caso, però, ho dovuto darmi da fare per riuscire a suonarlo: il coperchio era chiuso con un lucchetto…

Le tue esperienze di vita sono molto particolari: è tutto vero o sono invenzioni degli uffici stampa?
È vero. Per due anni ho passato tutta la giornata per strada e la notte in un ricovero, ogni giorno arrivava gente nuova a riempire i letti a castello attorno a me. Una cosa, però, non è del tutto reale: non suonavo soltanto in metropolitana, ma anche nei bar, nei pub, alle feste di compleanno… Però sono stato notato per la prima volta da un discografico mentre suonavo in metro, ecco perché si parla solo di quello.

Il tuo debutto mediatico è stato nello show tv di Jools Holland, un programma di culto. L’altro ospite di quella sera era Paul McCartney, che nel backstage ti ha fatto i complimenti…
È stato tutto strano, fin dall’inizio. Per ottenere un passaggio in quello show ho dovuto fare un’audizione, ma mi hanno detto che l’avevo superata solo una settimana dopo. Il giorno della diretta sono arrivato lì e ho scoperto che c’erano anche gli Arctic Monkeys e Paul McCartney. La cosa mi ha messo davvero a disagio! Ricordo che dopo aver suonato dovevo andare in bagno, sono sgusciato dietro le quinte e ho sentito una mano che mi tratteneva: era lui, Paul, che si congratulava e mi diceva di continuare così. Non so perché, anziché rispondergli ho nascosto la faccia tra le mani e sono scappato via! Mi avrà preso per pazzo. Più tardi però sono tornato nel suo camerino per scusarmi e ho cercato di comportarmi come una persona normale…

At least for now uscirà a gennaio. È stato difficile per te che hai sempre scritto, cantato e suonato per conto tuo avere a che fare con i produttori discografici?
È stata dura spiegare alla mia casa discografica che volevo fare a modo mio e non affidarmi al Paul Epworth o al Mark Ronson di turno. Sono senz’altro persone fantastiche, ma non voglio perdere tempo pregando un produttore di prendere in carico le mie canzoni, per poi vederlo tornare qualche mese dopo e farmi spiegare cosa ha cambiato e cosa invece ha buttato via. Ho fiducia nel fatto che il mio album riuscirà a toccare il cuore della gente, anche se non ha produzioni alla moda.

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