La prima intervista di Chiello: «Non nascondiamo i nostri sentimenti» | Rolling Stone Italia
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La prima intervista di Chiello: «Non nascondiamo i nostri sentimenti»

Il cantante di 'Quanto ti vorrei' parla per la prima volta con la stampa: i FSK e la passione parallela per la musica cantautorale, il nuovo singolo 'Cuore tra le stelle', l'abisso di Xanax. «Parliamo delle nostre emozioni e se ce n'è bisogno facciamoci aiutare»

Chiello

Foto: Gabriele Wiedenmann, Davide Armani

Alcune interviste sono più facili, altre sono semplicemente più vere. Questa con Chiello appartiene senz’altro alla seconda categoria. Soprattutto, non è un’intervista qualunque: è la prima che abbia mai rilasciato. E non per posa o spocchia, ma perché è una persona di una rara sensibilità, come è evidente a chiunque ci abbia mai scambiato due parole: timidissimo, chiuso nel suo mondo, avaro di parole, si protegge con un guscio fatto di canzoni talmente intense e intrise di dolore e vulnerabilità – anche quelle apparentemente più allegre – che a tratti ascoltarle fa quasi male. Alleghiamo a titolo di esempio la prima strofa di Non lasciarmi cadere, tratta dal suo album di debutto Oceano paradiso del 2021: “Non lasciarmi cadere / Io so che nel buio non si può camminare / Per non essere soli ci si può perdonare / Guarda nei miei occhi e sarà come bere / Vivere dentro una casa di cui non si sa niente / Non seguirò nessun fottuto piano / E manderò a puttane tutto / Come ho sempre fatto, tutto fatto / Romperò i vetri delle finestre / Così almeno potrai sentirmi / E capirai che non è solo carne”.

Classe 1999, ha cominciato a fare musica a Venosa, un paesino della Basilicata, insieme ai suoi due migliori amici, Taxi B e Sapo Bully, con cui ha fondato il gruppo trap FSK Satellite, già tra i dominatori delle classifiche negli anni scorsi. Con il tempo, però, si è staccato sempre di più dalle sonorità con cui aveva iniziato, per approdare a un pop acido, dilatato e sognante, in cui mescola influenze di estrazione diversa, dalla vaporwave al rock, dall’emo al post punk. Non a caso il suo produttore di fiducia è Colombre, lo stesso di personalità musicalmente eclettiche come Maria Antonietta, nonché chitarrista di Calcutta e cantautore a sua volta.

Finora ha centellinato le uscite: oltre alle 11 tracce di Oceano paradiso e a qualche featuring, i già molti accaniti fan avevano poco da mettere in play. «Ho la fortuna di lavorare con persone che hanno capito come funziono, perciò in generale non sono io ad adeguarmi al mercato: cerchiamo di fare le cose in modo da non seguire il gregge», dice semplicemente, con una voce un po’ incerta e soppesando bene ogni frase. «Non ho ancora messo insieme tutti i pezzi, ma a un nuovo album ci sto lavorando. Quando sarà il momento arriverà». Prova ne è che proprio oggi è uscito un nuovo singolo, Cuore tra le stelle, che come prevedibile ci fa venire voglia di sentire di più, molto di più. Per il momento ci consoliamo con questa chiacchierata che, per rendere meglio l’idea di come sia una conversazione a tu per tu con lui, trascriviamo esattamente com’è avvenuta.

Come mai è la tua prima intervista?
Non mi andava di farne, semplicemente. Mi sono arrivate parecchie proposte ma finora ho rifiutato perché volevo rimanere nell’anonimato, far parlare la musica al posto mio.

Dopo l’uscita del tuo album solista, hai l’impressione che la tua musica sia effettivamente riuscita a comunicare quello che non riuscivi a dire in altro modo?
Sì, sono molto soddisfatto soprattutto dopo il mio primo tour. Mentre cantavo sul palco, ho sentito le persone vicine. Questa è stata un’enorme gratificazione per me. Non sapevo cosa aspettarmi, è stato splendido.

Oceano paradiso per te era l’inizio di un nuovo percorso, che ti ha portato lontano dal panorama trap in cui ti eri fatto inizialmente conoscere. Cosa ti ha spinto a cambiare?
Da sempre sono appassionato di musica cantautorale: già quando ero negli FSK avevo pubblicato singoli come Acqua salata, che erano proprio l’opposto di quello che stavo facendo in quel momento. Insomma, stavo già prendendo quella direzione, tant’è che a Oceano paradiso ho iniziato a lavorarci quando ero ancora nel gruppo. A un certo punto, con Taxi B e Sapo Bully abbiamo capito che ciascuno voleva fare la sua strada a livello musicale, così ho proseguito da solista.

Quando hai iniziato a scrivere canzoni?
In realtà ho iniziato scrivendo poesie, quando avevo 8, 9 anni. La prima canzone l’ho scritta a 13, penso, ed era un pezzo rap, perché mi ero appassionato all’hip hop: mi ero preso bene coi graffiti e ho partecipato a qualche battle di freestyle.

L’idea di fare musica ti veniva più dagli amici e dalle compagnie che dalla famiglia, quindi.
Sì, nella mia famiglia sono l’unico che fa musica. Non so, è come se fin da piccolo sentissi il bisogno di esprimermi così. Quando ho preso per la prima volta le bacchette in mano e ho suonato la batteria ho capito: «Cazzo, voglio fare musica per tutta la vita». E anche se non avessi fatto il cantante, sarei rimasto comunque nel mondo dell’arte: amo dipingere e disegnare, la mia seconda opzione sarebbe stata questa.

Che tipo di ascoltatore sei, invece?
Ascolto musica vecchia, per lo più. In questo momento ad esempio sento molto i Nirvana e i Joy Division, anche se non vorrei essere scontato.

Beh, scontato non lo è per niente da uno che viene dal tuo background. Oltretutto il tuo amore per grunge e new wave traspare abbastanza dalle tue canzoni…
Sì, diciamo che mi sto evolvendo sempre di più.

Del tuo nuovo singolo, Cuore tra le stelle, hai detto: «L’idea che le stelle possano continuare a starmi vicino anche dopo la mia morte mi dà conforto». Un pensiero un po’ dark. Ti capita spesso di riflettere su queste cose?
Sì, è una cosa con cui convivo. Diciamo che sono in cura, sto facendo un percorso per stare meglio perché non è sempre facile, per me. In questo la musica mi ha sempre aiutato: è il mio scopo, la mia prima ragione di vita. Forse l’unica, non so.

Nella tua produzione convivono pezzi super solari e trascinanti come Quanto ti vorrei, e poi pezzi bellissimi ma strazianti come Abisso di Xanax. Come li fai coesistere? Qual è il tuo stato d’animo quando li scrivi?
Scrivo non quando sono triste o quando sono felice, ma quando ho bisogno di esternare un’emozione. Non lo faccio mai a comando, se me lo chiedono non riesco proprio a funzionare, vado in tilt (ride). Quanto ti vorrei l’ho scritta in Spagna, a Corralejo, e infatti cito quel posto nel testo. È stato davvero bello. Quando l’ho finita ero contentissimo: faccio più canzoni tristi che felici, e quindi quando mi è uscita quella, che non è proprio happy ma è almeno dolceamara, ne ero davvero soddisfatto.

E Abisso di Xanax?
Quella è una canzone che non ti so dire quando è nata, perché me la sono trascinata dietro come una palla appesa alla caviglia per almeno due o tre anni. Alla fine ho deciso di concluderla e di farla uscire. Non è stato facile per me pubblicarla, ma ho voluto farlo.

Hai pensato a quello che avrebbero potuto pensare le persone che ti vogliono bene e ti sono vicine, ascoltando che eri caduto in un abisso di Xanax per dormire e cancellare?
Era proprio quello che mi frenava dal pubblicarla: non mi interessa dell’opinione delle persone che non conosco, di base sono uno che se ne frega, ma sono molto empatico con le persone che mi stanno vicino. Per cui, in questi anni in cui sputavo quella canzone piano piano, un pezzettino alla volta, immaginavo che non l’avrei mai fatta uscire, perché mi sarebbe dispiaciuto troppo per quelli a cui tengo. Poi però ho pensato che dovevo liberarmene, è stato un modo per togliermi un peso. Ne ho parlato anche con loro, e mi hanno capito.

Di Cuore tra le stelle, invece, hai detto che è nata in un momento molto caotico della tua vita…
Sì, è così. Ricordo che ero parecchio disorientato: non sapevo più cosa fare, dove andare.

Immagino che la tua vita sia cambiata molto negli ultimi anni.
Sì, molto. Mi sono trasferito a Milano, ad esempio. All’inizio è stato figo, mi sono divertito un sacco: è successo tutto molto velocemente e non mi sono mai soffermato troppo sulle cose. Ora sono quasi quattro anni che sto qua, e un po’ lo accuso: in Basilicata vivevo in mezzo al verde e il caos mi dà un po’ fastidio, infatti sto pensando di spostarmi.

Beh, diciamo che Milano non è certo il posto ideale in cui trascorrere una pandemia e un lockdown…
Eh, infatti (ride). Però per fortuna vivevo con Taxi e Sapo, quindi siamo stati molto tra di noi. Anche se non facciamo più musica insieme come FSK siamo ancora molto amici, di fatto siamo una famiglia.

Vi siete conosciuti da piccoli, giusto?
Sì, siamo cresciuti assieme. Arrivare al successo tutti insieme è stato un sogno: ci credevo, ma è andata ancora meglio di quanto mi aspettassi. Condividere la musica con i miei migliori amici è bellissimo, ci lega ancora di più.

Foto: Gabriele Wiedenmann, Davide Armani

Quando non fai musica come passi le tue giornate?
Sto con gli amici, faccio skate, mi alleno… Ma di base la musica c’è sempre, anche quando non lavoro vado in studio ad ascoltarla o a suonare la chitarra.

Questa è la tua prima intervista, come dicevamo, e di te non si sa molto. C’è qualcosa che ci terresti a dire, che vorresti che gli altri sapessero per conoscerti un po’ meglio?
Non mi piace parlare di me, quindi è difficile. Però una cosa mi piacerebbe dirla. Come ho detto prima sto male e sono in cura, e vorrei mandare un messaggio alle persone che mi ascoltano: penso che non dovremmo nascondere i nostri sentimenti. Dovremmo parlare delle nostre emozioni con gli altri, e se ce n’è bisogno farci aiutare, perché non c’è niente di male in questo.

È una conclusione a cui sei arrivato di recente, o lo hai sempre saputo?
(Ride) Per come sono fatto non mi piace chiedere aiuto, quindi l’ho capito solo con il tempo.

E adesso va meglio?
Sì. Molto meglio.

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