La Prima Estate, il festival che non insegue i nomi in classifica | Rolling Stone Italia
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La Prima Estate, il festival che non insegue i nomi in classifica

Con Jack White, Nick Cave, Gorillaz, Twenty One Pilots il festival per “music lovers” in Versilia a giugno conquista il pubblico (anche straniero) grazie all’identità e a una visione che ci siamo fatti spiegare dagli organizzatori

La Prima Estate, il festival che non insegue i nomi in classifica

La Prima Estate

Foto: press

C’è un festival in Versilia che da cinque anni prova a smarcarsi da tutti gli altri nel panorama italiano e punta al mondo. Per farlo non insegue gli artisti in classifica, non è «un fritto misto», né l’ennesimo evento dove la musica è una scusa per qualcos’altro. La Prima Estate torna a giugno per il quinto anno a Lido di Camaiore al Parco BussolaDomani con una line-up che tiene insieme Jack White, Nick Cave, Gorillaz, Richard Ashcroft e Marlene Kuntz, confermando una direzione precisa: «Ancora prima di chiederci se un artista porterà gente oppure no ci chiediamo come può starci dentro al nostro festival», spiegano Enrico D’Alessandro e Andrea Galli, responsabili del progetto La Prima Estate (e figli dei fondatori Mimmo D’Alessandro e Adolfo Galli).

I due weekend (dal 19 al 21 e dal 26 al 28 giugno) sono costruiti come percorsi coerenti più che come semplici cartelloni, con concerti che iniziano nel tardo pomeriggio (dalle 18:30) e un formato pensato per essere vissuto senza fretta, tra mare e parco. «Non la buttiamo solo sul divertimento, ma su una situazione di ultra relax», sottolinea D’Alessandro. Intorno alla musica, talk, degustazioni e attività che ampliano l’esperienza musicale, ma senza snaturarla: «La line-up è l’aspetto più importante, ma bisogna avere altro», aggiunge Galli.

Nel frattempo, anche i numeri gli danno ragione: circa 4 milioni di euro di indotto per il territorio e un pubblico sempre più internazionale (in costante crescita). La differenza rispetto ad altri festival? Sembra farla l’approccio: identità prima di tutto, anche a costo di essere particolarmente selettivi. E con un obiettivo chiaro in testa, più che crescere a tutti i costi: costruire, anno dopo anno, una realtà di cui fidarsi. Anche senza sapere prima chi suonerà.

Partiamo dal claim che vi caratterizza: “Più di un festival”. Oggi tanti propongono, oltre alla musica, esperienze, territori, lifestyle. È qualcosa di imprescindibile?
Enrico D’Alessandro: Per me sì. Ormai il festival è un’esperienza e la location contribuisce almeno al 50%. Avendo una venue così particolare, con un grande parco verde a pochi metri dalla spiaggia, non potevamo che impostarlo in questo modo. Anche se abbiamo un messaggio diverso da altri eventi dove la musica incontra il mare. Non la buttiamo solo sul divertimento, ma sull’ultra relax. Chi partecipa ha tutta la giornata per starsene in spiaggia e poi, a metà pomeriggio, attraversa la strada e viene ad ascoltare buona musica. È il motivo che ci ha indotto anche a non cominciare troppo presto con la programmazione, rispetto ad altri festival che partono ad ora di pranzo.
Andrea Galli: Per chi non vuole stare tutto il giorno sul lettino a prendere il sole abbiamo creato delle attività collaterali, a partire dai talk con Massimo Coppola, fino alle degustazioni o allo yoga. È chiaro che la line-up è sempre l’aspetto più importante, ma sì: bisogna avere tanto altro.

Enrico D’Alessandro e Andrea Galli. Foto: La Prima Estate

Enrico D’Alessandro e Andrea Galli. Foto: La Prima Estate

Negli ultimi anni La Prima Estate ha rappresentato anche un volano economico per la Versilia, con un indotto importante e una forte attrazione di pubblico. È un festival musicale o anche politica culturale?
D’Alessandro: Sicuramente è politica culturale, e dimostra che una buona politica culturale ha dei risvolti economici importanti. Qui pensiamo di aver fatto un lavoro che negli anni ha portato benefici per il territorio. A noi piace calcolare bene l’impatto economico dei nostri eventi nei luoghi in cui si svolgono, tanto che affidiamo sempre all’Università di Pisa un’indagine puntuale, per cui abbiamo un quadro piuttosto preciso dell’indotto che è di circa 4 milioni di euro in due week end, con una spesa media di 400 euro a spettatore. Che quest’anno, raddoppiando il pubblico, ci auguriamo possa raddoppiare per il territorio. Non è solo un fatto economico, perché questi studi ci hanno detto che il 29% del pubblico, quindi uno su tre, non era mai venuto in Versilia. Quindi La Prima Estate riposiziona la Versilia sulla mappa turistica di un pubblico che non l’aveva mai frequentata, in particolare le persone dai 30 ai 40 anni.
Galli: Per troppo tempo l’immagine della Versilia è stata legata al film Sapore di mare, quindi era vista come una destinazione di lusso. Alla fine è molto di più, perché è un posto meraviglioso che può attrarre una vacanza di relax e anche a prezzi molto accessibili.

Il vostro festival non sembra inseguire i nomi in classifica, ma ha una linea precisa. È una scelta culturale o anche una strategia per distinguervi in un mercato saturo?
D’Alessandro: È una precisa strategia, oltre a tenere conto dell’aspetto culturale. A differenza di altri festival diamo un valore diverso alla coerenza della proposta. Ancora prima di chiederci se un artista porterà gente oppure no ci chiediamo come un artista può starci dentro a La Prima Estate. Ogni serata è una sorta di mini festival dentro a un contenitore più grande. In questo ci crediamo da sempre e ci guida nella scelta degli artisti che poi partecipano ogni anno.
Galli: Esatto, perché è la nostra filosofia quella di mantenere una linea editoriale che cerchi di unire qualità, con i nomi migliori che il mercato può offrire, e coerenza con lo stile del festival. Se prendiamo come esempio il primo weekend di quest’anno, possiamo vedere da Jack White a Richard Ashcroft fino alla serata tutta italiana capitanata dai Marlene Kuntz. Una scelta di Enrico per mantenere un fil rouge tra il venerdì e la domenica.

Analizzando la line-up emergono anche delle date uniche in Italia da parte di questi grandi artisti. L’esclusività immagino, però, che non sia facile da raggiungere in una location così particolare.
Galli: È una battaglia molto difficile che ci ritroviamo a combattere perché, naturalmente, Milano è un polo che attrae gli artisti e risulta a livello logistico più semplice da raggiungere, oppure come punto di passaggio per andare altrove, piuttosto che passare da Lido di Camaiore. Però questo fa capire che, nonostante sia più facile andare a Milano, gli artisti stessi sposano un progetto più che una comodità. Credono in quello che stiamo facendo. Twenty One Pilots è una band che avrebbe dovuto esibirsi in un altro evento in Italia e invece ha deciso di venire a La Prima Estate proprio perché è piaciuto lo spirito del festival.
D’Alessandro: Noi, dopo cinque anni, raccogliamo sempre più i frutti di aver sposato una filosofia ben precisa. Siamo stati credibili già dall’inizio e questo impatta molto nella visione degli artisti.

C’è una trattativa andata a buon fine di cui andate particolarmente orgogliosi?
Galli: Credo che Jack White possa essere il nome di cui andiamo più fieri, perché sono tre anni che ci proviamo. È stato molto complicato, perché è molto attento ai dettagli, quindi siamo decisamente contenti di essere riusciti a portarlo al nostro festival.
D’Alessandro: Da tempo volevamo che Jack White partecipasse a La Prima Estate, ci sembrava l’artista perfetto per un contesto del genere, e anche per la sua prima apparizione di sempre in Italia da solista. L’esserci riusciti ci entusiasma. Se invece guardiamo indietro nello storico delle trattative, la partecipazione di Lana Del Rey nel 2023 era stata un’operazione costruita in pochissimi giorni e annunciata il lunedì per la domenica. Un grosso azzardo, perché il festival era ancora giovane, ma alla fine è andata bene. C’era forte attesa.

Con la presenza di artisti internazionali, quanto sta aumentando di pari passo la partecipazione di un pubblico internazionale?
D’Alessandro: Ad oggi stiamo vendendo un biglietto su cinque in Toscana, il resto fuori regione, principalmente in Italia, ma con un 11% di pubblico straniero, una percentuale che ogni anno è in crescita. Quando avevamo immaginato La Prima Estate lo abbiamo visto fin dall’inizio come un festival che potesse attrarre pubblico straniero. La linea artisti è sicuramente appetibile per gli spettatori di tutta Europa, in più con una location così particolare e ben rifornita da due aeroporti come quelli di Pisa e Firenze.
Galli: Basti pensare alla serata di domenica 21 giugno, con Richard Ashcroft, Libertines, Wombats e Ramona Flowers, che sarà prettamente inglese, quindi siamo certi che tantissimi inglesi siano interessati a quel giorno.

Nella giornata tutta italiana ci saranno Marlene Kuntz, Ministri, Casino Royale, Si! Boom! Voilà!. È una presa di posizione rispetto all’alternative rock?
D’Alessandro: La presenza italiana per noi è sempre stata importante, ma quest’anno più per caso che per scelta non c’erano italiani nel resto delle serate. Per cui, quando abbiamo dovuto fare una scelta su quel weekend, ci è piaciuto dedicarlo a quattro band italiane.
Galli: Volevamo andare a cercare qualcosa che potesse incastrarsi al meglio con le altre serate del venerdì e della domenica, è una decisione che ci piace molto, non a caso quelle band erano le nostre prime scelte e quindi si è chiuso alla perfezione un cerchio.

La Prima Estate 2025. Foto: Stefano Dalle Luche

Ampliando il discorso, qual è lo stato di salute dei live in Italia, in particolare dopo il boom del periodo post Covid?
Galli: Credo che si sia tornati a una stabilità pre-Covid in questo momento, con forse un numero leggermente maggiore di eventi. Il boom non c’è più, ma il mercato rimane comunque abbastanza saturo. Ora sta prendendo piede anche il fenomeno delle residency, dove gli artisti preferiscono fermarsi per più date in un’unica location. Difficile sbilanciarsi interpretando cosa succederà in futuro.
D’Alessandro: L’onda lunga del post-Covid è sfumata, per cui il nostro compito, come quello di tutto il settore, è fare maggiore attenzione a quello che viene programmato. Le disponibilità economiche del pubblico ovviamente sono calate e vengono premiate le programmazioni migliori.

Anche perché visti i conflitti in corso nel mondo, le carenze che si prospettano di carburante non fanno presagire niente di buono per chi deve spostarsi in estate. Siete preoccupati?
Galli: La pianificazione è l’aspetto più importante. La produzione sta lavorando benissimo, giocando d’anticipo, anche grazie a dei fornitori fidati. Forse il tema riguarderà il pubblico e il trasporto degli artisti, ma vedremo che cosa cambierà da qui a giugno. Però rileviamo sempre di più che tanti artisti saltano dei Paesi nei loro tour e cercano di ammortizzare i costi rimanendo nella stessa location per più serate.
D’Alessandro: Difficile ora sapere cosa ci aspetta, perché le cose cambiano in fretta. Di certo è una situazione che preoccupa, e a parte la pianificazione non possiamo far altro che sperare che la situazione non impatti troppo. Già il Covid aveva falcidiato una filiera, poi si era aggiunta la Brexit, che non ha facilitato ospitare artisti britannici, ora il costo del carburante. Dobbiamo fare una sorta di corsa a ostacoli, ma il problema è che più la situazione generale è difficile e più vengono penalizzati gli artisti meno noti o emergenti, che vedono i loro tour diventare anti economici.

Sapreste definire le caratteristiche del pubblico della Prima Estate?
Galli: È un pubblico trasversale, soprattutto se pensiamo che negli anni abbiamo ospitato artisti come i Duran Duran, Jamiroquai, Metro Boomin o, come dicevamo prima, Lana Del Rey.
D’Alessandro: Forse quest’anno, vista la line-up, il pubblico è più definibile. Ma in definitiva è un pubblico che di certo non capita qui per caso, parliamo sicuramente di music lovers. Anagraficamente copriamo una fascia dai 25 ai 50 anni, quindi molto ampia. Quello che unisce è che è un pubblico appassionato, colto e che comprende tante famiglie con bambini.

Arrivati al giro di boa dei cinque anni, se doveste immaginare La Prima Estate nei prossimi cinque anni, come ve lo immaginate? 
Galli: Io aggiungerei un B-stage, sto cercando di convincere Enrico. E, naturalmente, entrare nella mappa dei più importanti festival europei attraendo ancora più pubblico estero.
D’Alessandro: Piacerebbe anche a me un B-stage, ci lavoreremo. In generale mi auguro un percorso di crescita per arrivare, tra altri cinque anni, al fatto che il pubblico raggiunga un livello tale di fiducia da acquistare il biglietto a scatola chiusa perché sicuro che troverà qualcosa di interessante.

E cosa, invece, non vorreste mai che La Prima Estate diventasse?
D’Alessandro: Un fritto misto.
Galli: Esatto, non vorremmo mai che diventasse scontato, banale e senza identità.