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La nuova vita di Mike D

Con una bottiglia di Barbaresco in mano, l'ex Beastie Boy ha aperto le porte della sua casa a Malibu. Dove si sfoga facendo surf

Michael Diamond aka Mike D ha fondato i Beastie Boys nel 1980. Foto: LeAnn Mueller for Rolling Stone

Michael Diamond aka Mike D ha fondato i Beastie Boys nel 1980. Foto: LeAnn Mueller for Rolling Stone

Mike Diamond esce dalla vasca da bagno, si mette una felpa comoda e un paio di jeans e stappa un Barbaresco del 2008. Il Beastie Boy meglio conosciuto come Mike D è nella sua casa di Malibu, un complesso comprato 11 anni fa, quasi tutti passati a rinnovarlo. È un palazzo dei piaceri: c’è un trampolino sul retro con un canestro da basket appeso sopra, una dependance che si traforma in cinema, un frutteto di avocado nella zona nord della proprietà e cinque palme che ondeggiano schierate a sud. Inchiodata all’enorme portone d’ingresso c’è una piccola scultura di legno a forma di mano, opera dell’artista Sage Vaughn, che offre un indizio su come Diamond abbia passato gran parte del suo tempo, nell’ultimo periodo: il mignolo e il pollice sono estesi, nel tipico segno hawaiano dell’hang loose, e sul palmo sono dipinte delle onde che si infrangono. «È una mezuzah del surf», dice Diamond con una risata. «Una surfzuzah

Mike D è ebreo di origine, ma se dovesse seguire una religione di questi tempi, sarebbe quella del surf. Nato a New York, Diamond ha vissuto a Malibu a tempo pieno durante lo scorso anno, a pochi minuti da un’isolata spiaggia di cui conosce benissimo le onde. Era proprio lì un’ora fa, galleggiando nell’acqua sulla sua tavola Fowler. Ha preso un paio di onde così così, le ha cavalcate fino a quando si sono infrante e poi ha deciso, sconsolato, di lasciar perdere. «Perdo la pazienza», ha detto, raggiungendomi sulla riva. Grave errore: in quel momento, arriva all’orizzonte una sequenza di cavalloni. «Ah, amico, guarda quel set!», piagnucola Diamond, addolorato. Ma niente di grave. «C’erano delle onde bellissime quando sono uscite questa mattina», ha detto.

Non credo che tu possa spiegare la nostra storia senza spiegare quella di New York

Tornando a casa sua, con il Barbaresco in mano, Diamond mi fa dare un’occhiata in giro. C’è una stanza relax per i suoi due figli, Davis, 14, e Skyler, 12. C’è uno studio di registrazione e un’ampia cucina con pavimenti in cemento, un soffitto con le travi a vista e un divisorio in vetro che scorre per uscire in cortile. Facciamo due passi fuori e andiamo verso la depandance, dove Diamond registra la maggior parte degli episodi di The Echo Chamber, il suo eccellente programma per Beats 1, la radio di Apple Music, che l’ha fatto conoscere a un pubblico tutto nuovo, esattamente a trent’anni dall’uscita di Licensed to Ill, l’album di debutto di Beastie Boys. «Io mi siedo qui e parlo con i miei ospiti, chiunque essi siano», dice Diamond, indicando un divano molto basso, diviso in tre, a forma di U. «A volte andiamo a giocare a ping pong». Con una decina di episodi alle spalle, Diamond ha trasformato il suo show in una chiacchierata che coinvolge vecchio e nuovo: dal rapper D.R.A.M. si passa agli eroi del post-punk ESG, da Rihanna a Sister Nancy. Gli amici di D – il musicista Dev Hynes (meglio noto come Blood Orange, ndt), il comico Jerrod Carmichael, la pro surfer Stephanie Gilmore – a volte appaiono, fanno quattro chiacchiere e consigliano qualche disco che ha un significato particolare per loro. Lo show è un modo per Diamond di mostrare la sua collezione di dischi e soddisfare il suo appetito di nuovi suoni, una caratteristica che ha sempre avuto. «Mi ricordo di quando a 13 anni mettevo da parte i soldi per comprare gli album», dice. «Anche nell’era dei social media, molto di quello che faccio è rimasto uguale». Non è un vecchio brontolone che dice che la musica era meglio prima. «Ezra Koenig è venuto qui, per il primo episodio del programma. Stavamo giocando a ping-pong, parlando dei pezzi che stavamo ascoltando. Lui mi ha parlato di Minnesota di Lil Yachty». Diamond non l’aveva mai sentita prima, ma gli è subito piaciuta e l’ha messa nello show.


La storia dei Beastie Boys è in gran parte una storia di generi che si mescolano: iniziarono come un gruppo hardcore punk prima di reinventarsi come secchioni del rap per poi partire per un tour mondiale con – tra tutti i nomi possibili – Madonna. In questo modo, sono diventati un prodotto perfettamente rappresentativo degli anni Ottanta di New York. «Ci sono un sacco di città stimolanti e multiculturali al mondo», dice Diamond, «ma New York era l’unico posto in quel periodo in cui c’era questa collisione di generi diversi di musica, molto determinata: hip hop, punk rock, hardcore, jazz, di tutto.»

Diamond ha quel periodo ben impresso in mente perché lui e il suo socio Adam Horovitz stanno lavorando a un memoir sulla band. Non racconta molto, ma dice che sarà non convenzionale e concentrata nel catturare al meglio l’atmosfera di New York durante i loro primi passi. «Non credo che tu possa spiegare la nostra storia senza spiegare quella di New York», dice.

Qui a Malibu, D è euforico, ma ci sono stati momenti di tristezza negli ultimi anni. Uno, di sicuro, è stata la morte di Adam Yauch, che fondò i Beastie Boys con Diamond e Horovitz quando erano dei teenager, ucciso dal cancro nel 2012. «Non penso alla morte di Yauch. Penso sempre a quando era in vita», dice Diamond. «Era come un fratello maggiore. Ne abbiamo passate di tutti i colori insieme». Yauch ogni tanto appare nei ricordi di Diamond, facendogli da guida e incoraggiandolo: «Anche quando durante lo show vado un po’ fuori dalla mia comfort zone, sento la voce di Yauch che approva quello che faccio, dicendo “Sì, devi farlo”».

Non penso alla morte di Yauch. Penso sempre a quando era in vita

Un altro momento brutto è la fine del lungo matrimonio con la regista Tamra Davis, che ha diretto Half Baked e Billy Madison. «Siamo legalmente separati – o meglio “consciously uncoupled” (traducibile come “separati consapevolmente”, ndt), dice Diamond, sorridendo. «Penso che questo sarebbe il termine da usare qui a Malibu». Si ferma. «Tamra è meravigliosa. Ma arrivi a un punto in cui capisci che, per quanto una persona sia eccezionale, non è la ragione definitiva per stare insieme a lei. Potrebbe essere così, ma non sempre». Si rifiuta di approfondire, dicendo solo che Davis abita non lontano e hanno un affidamento al 50%.

Diamond reagisce agli alti e bassi della vita, dice, buttandosi in acqua con la sua tavola. «È questione di sottomettersi completamente al controllo della natura», spiega, cercando di descrivere il fascino quasi spirituale che il surf esercita su di lui. «Uno come Kelly Slater», un pro del surf e un altro amico, «può capire più abilmente cosa la natura gli dà, ma anche lui non può controllarlo». Diamond ha modellato la sua vita sul surf, non semplicemente andando in spiaggia a Malibu il più possibile, ma girando per il mondo cercando le onde migliori, mentre lavora ad altri progetti che gli stimolano la fantasia. È una vita invidiabile: è stato nel Regno Unito, per mettere gli ultimi tocchi al nuovo album degli Slaves, il duo punk che produce. Poi è andato in Germania, per entrare nel ruolo di “ambasciatore culturale” affibbiatogli da Mercedes. Poi ha fatto tappa a Parigi, praticamente per cenare con un paio di amici, poi via verso il sud della Francia, dove ha partecipato a una gara di surf e dove il suo amico Pedro Winter – l’uomo dietro l’etichetta Ed Banger, che ha lavorato con nomi come Justice, Sebastian e Cassius – ha fatto un dj set.

«Devo mandargli un messaggio», si ricorda Diamond. E si versa un altro bicchiere di vino.

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