Motta vs Carolina Crescentini: questa non è un’intervista

A un anno di distanza dalla fine del suo primo tour da solista, Francesco Motta si prepara all'uscita del suo secondo album. Qui, insieme a una giornalista speciale, racconta come l'ha scritto e cosa è cambiato con il successo.

Foto Claudia Pajewski

A distanza di quasi un anno dalla fine del suo primo tour da solista, io e Motta siamo andati a cena insieme tra le mura di casa mia. Centomila sigarette al minuto e lunghe pause. Pasteggiando a patè di cinghiale, vino rosso e vodka polacca ci siamo persi nella storia del suo nuovo disco, ed è stato quasi come essere felici.

Nelle tue precedenti interviste hai dichiarato che per scrivere un album hai bisogno di almeno 4 anni. Cosa è successo questa volta?
Alcune parti strumentali e alcuni testi erano nel mio hard disk da anni, e questa volta ho lavorato in una maniera più consapevole. L’anno scorso avevo 2 canzoni finite, e nel giro di pochi mesi ne sono uscite fuori molte di più di quelle che poi ho messo nel disco. C’è da dire che in questo anno mi sono successe tante cose ed è stato importantissimo quello che ho provato quando mi sono fermato. Sono stato a Livorno a casa dei miei genitori per tre settimane, in silenzio.

Dopo un anno di tour in giro per l’Italia avevi paura di fermarti?
Certo. Perché essere in tour è fisicamente stancante ma è anche un modo per scappare dai problemi che ci sono a casa. Fermarmi mi ha costretto a fare i conti. Non avevo più scuse. Ora sto meglio, mi diverto di più e sono più sicuro delle mie scelte. Sono pronto per gestire anche le emozioni in un modo più consapevole. L’ultimo concerto all’Alcatraz è piaciuto a tutti tranne che a me. Non avevo gli strumenti per gestire quella botta emozionale. Ora mi sento diverso, sia come uomo che come professionista. Ora sono pronto.

Ed è quasi come essere felice è una sorta di manifesto del nuovo Motta. Perché “quasi”?
Perché la felicità sta nella sua ricerca. La spinta per arrivare alle cose è spesso più importante dell’arrivarci davvero.

Nel ritornello dici “e poi ti fanno cantare”. Che cosa succede quando non ti fanno cantare?
Se non ti fanno cantare e vuoi cantare, impazzisci. Quella era in qualche modo una sorta di visione lucida di me stesso. Non sempre per fare questo lavoro hai a che fare con artisti, e per rimanere in piedi devi fare un grande lavoro psicologico e indurire la tua corazza. E se poi ti fanno cantare diventi molto più responsabile rispetto a prima. Ora sta a me e quando ho deciso di uscire con questo pezzo ho fatto una scelta. Un minuto di intro solo strumentale racconta tutta la musica che ho fatto e cercato per arrivare fino a qui. Lo so, ci vuole pazienza per ascoltare quel pezzo, ma d’altronde con me ci vuole pazienza su tutto.

Motta e Carolina Crescentini

Quello che siamo diventati. Una mosca mi ha detto che quel pezzo è stato scritto mentre eri fuggito in Toscana per poi trovare la sua chiusura all’alba di una notte romana ad alto tasso alcolico.
In quella traccia c’è una frase, “vieni via con me”, che è venuta fuori in un momento vero e sincero, e se non fosse nata così non avrei mai pensato di metterla in un album. Solo la verità mi ha permesso di cantarla. Forse un giorno una bellissima conquista sarà arrivare a dire “ti amo” in una canzone.

“Vivere o morire, aver paura di dimenticare”. Avevi paura di dimenticare?
Spesso nella mia leggerezza maschile non ho letto le cose che stavano accadendo intorno a me, ma vuoi o non vuoi molte sono uscite fuori e ci ho dovuto fare i conti. Io non penso che sia necessario dimenticare per andare avanti, credo sia necessaria l’accettazione delle trasformazioni, anche se io spesso ho fatto finta di niente. E quando finalmente trovi il coraggio di lasciarti andare succede che non hai più paura di piangere e stare troppo bene.

Nel vecchio disco ti sei nascosto dietro a tanta musica e a testi pieni di metafore. Oggi hai il coraggio di essere più diretto?
Paradossalmente ci sono molti più strumenti in questo disco. Nel vecchio volevo far pesare quello che sono musicalmente, a volte scegliendo di tenere la voce più bassa per esaltare la parte strumentale. L’effetto era anche quello di una sorta di pesantezza e aggressività che oggi mi ha portato a un’altra sintesi. Ed è esattamente per questo che ho tolto diversi pezzi dell’album, perché c’era ancora quella pesantezza, che quando sei più piccolo si può chiamare “cazzimma”, ma andando avanti con l’età invece diventa altro. Ci deve essere una coerenza tra quello che sei e la musica che fai. Io ora non sento l’esigenza di fare una canzone come Roma Stasera, invece di raccontare le storie ai figli degli altri oggi mi viene voglia di disegnare un figlio.

Hai prodotto il tuo nuovo album insieme a Taketo Gohara. Ti è mancato Sinigallia?
Certo che mi è mancato. Però quella sensazione mi ha portato a scrivere questo disco. Come al solito aveva ragione lui, quando mi ha detto: “La mia produzione del secondo disco è non produrti il secondo disco”. Riccardo è un grande artista e mi è mancato confrontarmi con lui, però questa cosa mi ha fatto capire che ce la posso fare da solo, anche se da solo non ci sono stato perché Taketo mi sosteneva sempre anche quando impazzivo e diventavo insopportabile. Mi ha dato tanti stimoli, presentandomi collaboratori come Stefano Nanni (arrangiatore di archi) o portandomi a N.Y. da Mauro Refosco (Percussionista di livello internazionale, collabora con Atoms for Peace, David Byrne, Red Hot Chili Peppers e molti altri, nda).

A New York prima o poi ci finiamo tutti per incuriosirci o per fare il punto della nostra situazione. Cosa ti sei portato a casa dalla Grande Mela?
Io amo la velocità e N.Y. è veloce, ma paradossalmente la sua velocità può essere anche un po’ superficiale. Una cosa che mi ha sconvolto è quanto sia un frullatore di gente fondamentalmente sola. Detto questo, sono stato a contatto con musicisti di una professionalità e gentilezza che qui non ho mai visto. Io non sono esterofilo, difendo sempre questa nazione malata e assurda, però lì c’è un atteggiamento diverso ed è stato come se mi trovassi per la prima volta a casa mia.

In E poi ci pensi un po’ hai messo un file audio della tua vita privata in un pezzo con un testo già tanto privato. Perché?
motta Per me è stata la luce che mi ha fatto capire che il disco era finito. Quel momento della mia vita privata era un momento di leggerezza conquistata, e nel pezzo serviva a sottolineare anche il peso di quello che avevo detto e provato durante quella canzone. Ho ritrovato una registrazione che ho fatto con il mio telefono durante una vacanza a Cuba e c’eri pure tu.

Che c’entra?
C’entra, in quella canzone ci sei pure tu.

Foto Claudia Pajewski

Vabbè, andiamo avanti… Negli ultimi due dischi tra i crediti si legge “Flamingo Studio”. Cos’è?
Il Flamingo studio è lo studio mobile che mi segue nelle case dove sto, da cui parte tutto, perché tutto ha inizio sempre dalle sessioni di ProTools di casa mia. Per qualche strana magia le prime tracce registrate come appunti vanno sempre a finire nel disco. E fortunatamente tutti i produttori che mi hanno aiutato hanno sempre accettato e supportato questa attitudine. Adesso però non è più uno studio mobile, ma finalmente è diventato un luogo comodo dove poter far musica. Nell’altro studio dovevo prendere uno strumento alla volta per suonare, altrimenti non c’entravo, anche se questo è stato utile. In qualche modo mi ha portato a ottimizzare quello che avevo.

Ma in questo Flamingo studio ti piacerebbe produrre il progetto di qualcun altro? E chi?
Produrrei i Campos. In questo disco, essendo stato produttore di me stesso insieme a Taketo, ho imparato tante cose e ora mi piacerebbe affrontare la produzione di qualcun altro.

Ascoltando tutte e nove le tracce ci si ritrova un po’ confusi. C’è un pezzo dal sapore elettronico, uno con contaminazioni blues, uno pop, una ballata che sembra una ninna nanna. Tra tutti questi generi musicali dov’è Motta?
Nel mezzo. Forse quel Motta è affascinato dal pop, perché è il genere più difficile di tutti, ma diciamolo ancora a voce bassa.

Per scrivere l’intero album Vivere o morire sei andato a tirare fuori tutti gli scheletri dall’armadio della tua famiglia e della tua emotività. È una condizione necessaria per scrivere un disco?
Per me sì, assolutamente sì. È l’unico modo. Perché altrimenti non mi diverto, non mi appassiono, non ho voglia di risentire le canzoni. Poi sia chiaro, questa verità, questa emotività può essere anche immaginata. Mi sono quasi messo a piangere su tutte le canzoni che ho scritto per poi piangere mentre le ascoltavo. Se così non fosse, sarebbe stato meglio fare un altro mestiere. In questo disco ho avuto la fortuna di lavorare con Pacifico su diversi testi e le nostre sono state quasi delle sessioni di psicoanalisi.

Quindi per te la musica è un appuntamento con te stesso?
Sì. Uno si deve sentire meglio dopo che ha finito una canzone, non si può sentire uguale. È impossibile. Non per questo tutte le canzoni devono essere come Mi parli di te, che è un pezzo che crea anche delle conseguenze, perché devi accettare il fatto che il tuo babbo la senta, e forse è stato più difficile sentirla insieme a lui che scriverla. Però le canzoni devono smuoverti il cuore per forza, e i primi che devono provare qualcosa siamo noi musicisti. So che è romantica come visione, ma per me non ci sono alternative. È l’emozione che guida tutto e sono certo che anche Berlinguer si emozionava quando faceva un discorso politico.

Hai citato un grande uomo politico proprio oggi che nel nostro Paese ci sono state le elezioni. Oggi, all’interno della società, un artista che doveri ha?
Forse ritornare con la gente a scendere in piazza e rimboccarsi le maniche.

In qualunque forma di regime, la Storia ha dimostrato che gli artisti sono sempre stati dall’altra parte della barricata, nel senso che attraverso i loro testi e performance si cercava di comunicare una via politica alternativa a quella che lo Stato imponeva…
Infatti i momenti di crisi politica sono sempre stati quelli artisticamente più interessanti e proliferi e se fai musica, se fai arte si presuppone che tu sia un pochino sensibile. Il problema di solito è la svogliatezza e la paura di risultare scomodi.

Siamo nell’era dei meme “Je suis qualunque cosa“ ma poi in piazza scendono in pochi. Oggi di fronte a una emergenza reale gli artisti sono capaci di mettere da parte il loro ego e unirsi per qualcosa?
Sì. Perché quello che è successo per Bella Livorno (Serata di beneficenza per raccogliere fondi dopo l’alluvione, nda) è stato sconvolgente. Tutto è nato con una telefonata tra me e Andrea Appino, ed bastato un messaggio a Toto Barbato per mettere su un concerto nel giro di due giorni. È andato subito sold out e io non lo avrei mai immaginato. Lo sforzo di un artista è minimo in confronto a quello di tutte le persone che sono andate per le strade a spalare fango. Se un certo tipo di artisti si mettessero insieme per fare una cosa bella per la società, potrebbe succedere di tutto.

Cosa non deve assolutamente mancare nel vostro backstage?
Almeno due bottiglie di grappa barricata. Prima ne chiedevamo solo una, poi ci siamo resi conto che la finivamo prima del concerto e abbiamo chiesto rinforzi.

Perché proprio la grappa? Chi ti ha iniziato a questo vizio?
È stata Nada Malanima. E ho capito una cosa. Uno la grappa se la deve meritare. Non è per tutti. Il problema è che poi mi è piaciuta proprio tanto.

Se potessi scegliere una Fanta-band con la quale dividere il palco, con chi ti piacerebbe suonare? Puoi risuscitare anche i morti se vuoi..
Con alcuni vorrei fare delle canzoni, con altri vorrei semplicemente chiacchierare di musica. Spesso parlare di musica è molto meglio. In studio a volte i musicisti che mi piacciono di più sono quelli che non suonano ma che dicono delle cose intelligenti. Be’, comunque la nostra Fanta-band sarebbe una piccola orchestrina composta da Johnny Cash, Lucio Dalla, Joey Santiago dei Pixies, Mauro Refosco, e per i cori vorrei Antony degli Antony and the Johnsons, anche se probabilmente ascoltando la sua voce non farei altro che piangere. Oddio, non lo so, forse ci dovrei pensare almeno una settimana.

Si dice che le donne non devono mai venire in tour per non alterare gli equilibri della band. È un alibi all’insegna del “vale tutto” o c’è un reale motivo?
La band in tour diventa una famiglia e alcune dinamiche che si instaurano tra di noi possono essere intaccate da altre presenze, però è pur vero che dipende dalla personalità delle nostre ragazze. Ci vuole spirito di adattamento e la capacità di mettersi da parte. E poi quello che succede in furgone rimane in furgone, e se c’è troppa gente in furgone è un po’ difficile che i segreti rimangano lì dentro.

Senti, Mr. Furbizia, qual è la cosa più assurda che ti è successa con una groupie?
Non te lo posso dire.

Certo che me lo puoi dire, puoi anche barare…
Mi salvo così. Ti dico una cosa che è successa a un musicista che suonava con me. Di fronte all’albergo c’erano due ragazze che si picchiavano come due uomini, una cosa mai vista. Dopo dieci minuti, quella che le aveva prese si è messa a fare un pompino al mio amico mentre le sanguinava la faccia.

Ti è mai successo che una giornalista-non giornalista ci provasse con te?
Sì, oggi. Anche se in realtà ci sto provando io. Mi sto sforzando di dire cose intelligenti anche per fare colpo su di lei.

Che fai dopo?
Sto qua.

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