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La musica prima dei generi: intervista a Teho Teardo

Dalla musica al cinema, da Mirò a Kendrick Lamar: ci siamo fatti due chiacchiere con il compositore friulano, fresco di un nuovo EP con Blixa degli Einstürzende Neubauten

Foto di Claudia Pajewski

Foto di Claudia Pajewski

Teho Teardo non si ferma mai, o almeno così sembrerebbe a giudicare dall’agenda di appuntamenti in cui è coinvolto il compositore e musicista pordenonese naturalizzato romano.

Il 31 marzo, con l’uscita di Fall, si è rinnovata la solida collaborazione con Blixa Bargeld. Quattro tracce di EP dove la voce degli Einstürzende Neubauten scorrazza liberamente sugli arrangiamenti orchestrali di Teho (tantissimi i rimandi elettronici) senza vincoli stilistici o linguistici. Poi c’è il teatro, luogo dell’arte dove Teho ormai si è ambientato (ne parliamo più sotto) e il cinema, che ormai per lui è una seconda casa inaugurata nei primi Duemila dopo un passato nel post-industrial dei Meathead.

Raggiungo Teho al telefono appena prima di un lungo viaggio. Nonostante il delicato processo di preparazione dei bagagli, riusciamo comunque a parlare un po’ di tutto, dalla musica al cinema, da Mirò a Kendrick Lamar.

Dove ti trovi?
Sono nel mio studio a Roma. Sto facendo la valigia perché fra poche ore volo a New York.

Fico! Cosa vai a fare?
C’è il debutto di Arlington, lo spettacolo di Enda Walsh per il quale ho scritto le musiche.

Non è la prima volta che lavori nel teatro, no?
No, infatti. Ho già lavorato con Enda Walsh per Ballyturk. In questi giorni poi debutterà Una serie di stravaganti vicende, un progetto speciale per il Teatro dell’Elfo di Milano che mette in scena alcuni scritti di Edgar Allan Poe. In passato ho anche avuto la fortuna di collaborare con Liliana Cavani, che è il mio mito, e la Socìetas Rafaello Sanzio. Insomma, nella mia vita il teatro è qualcosa che torna spesso.

Il metodo compositivo varia a seconda se è musica per il teatro o per il cinema? Applichi qualche differenza?
Per me si tratta di musica e basta. Ovviamente ci sono delle modalità diverse fra teatro e cinema, ma io scrivo musica. C’è un discorso che va fatto prima e ha a che fare con i generi. Sembra che ormai le colonne sonore siano diventate un genere e a me i generi musicali non interessano proprio.

Qualcuno una volta disse che i generi sono roba da giornalisti.
[Ride] Beh, è divertente questa cosa. Io capisco la necessità di facile catalogazione delle cose, che forse riguarda i giornalisti ma anche chi, i dischi, li vendeva in passato. Bisognava mettere delle etichette sugli scaffali, altrimenti il cliente non sapeva dove cercare, però io continuo a pensare alla musica come a qualcosa di molto più in alto rispetto ai generi. Per me la musica è una costellazione ed è in alto. I generi invece servono molto di più agli etnomusicologi, che definiscono la musica in basi a condizioni geografiche, sociali, eccetera.

Ho sentito il nuovo EP con Blixa e mi è piaciuto molto. Non c’era abbastanza materiale per un nuovo album oppure volete spezzettare il lavoro in parti fruibili più velocemente?
Avevamo quel materiale pronto, quindi diciamo che è stata la musica a decidere. Abbiamo lavorato a un ciclo di sessioni in studio e il risultato ci è sembrato decisamente un EP. La musica ha deciso il formato.

Come lavorate voi di solito?
Solitamente io comincio a lavorare sulla parte strumentale, poi Blixa viene qui e lavoriamo sulle voci. Oppure vado io a Berlino allo studio dei Neubauten. Cerchiamo di lavorare insieme nella stessa stanza nonostante questi siano i tempi dove ci si può scambiare un file alla velocità della luce. Ecco, più che mai noi invece abbiamo deciso di vederci. Per me è qualcosa di impagabile.

Cosa vi accomuna?
Tantissimi riferimenti culturali e musicali affini. Ormai abbiamo fatto due album e due EP e non so neanche quanti tour.

Vi accomuna anche la passione per Neil Young, ho visto che c’è la cover di un suo pezzo nell’EP.
Certo! È stata una bella scommessa lavorare a quel pezzo. Anche un gioco di parole non da poco. Ti spiego. L’anno scorso ho pubblicato della musica che avevo composto per una mostra di Mirò ed ero finito a lavorare proprio nel suo studio a Palma di Maiorca. La mostra indagava proprio il periodo finale di Mirò, quando lui abbandona i colori e si tuffa completamente nel nero. E sue ultime opere sono solo bianco e nero. Così ho scritto un brano chiamato Into the Black e l’ho mandato a Blixa per farglielo ascoltare—sai, ci scambiamo quotidianamente le cose che facciamo. Mi ha divertito molto quando un paio di mesi dopo mi ha risposto: “Senti ma perché non facciamo una cover di Hey Hey, My My di Neil Young?” Il cui sottotitolo è appunto Into The Black. Un collegamento fantastico, un pezzo storico. Sei la prima persona alla quale racconto questa storia!

Ne sono onoratissimo. E invece questa scelta di proporre strofe in italiano, inglese e tedesco dentro lo stesso pezzo è dettata da esigenze diplomatiche?
Beh, sai com’è, fa parte delle nostre giornate. Blixa molto spesso è qui da me in Italia e io molto spesso da lui a Berlino. Passiamo molto tempo assieme e abbiamo trascorso diverse volte anche le vacanze assieme. Quindi ti trovi spessissimo a parlare tre lingue. L’inglese è la lingua ufficiale che usiamo per comunicare. Dopodiché, quando si trova in Italia, si sente molto più stimolato a parlare in italiano, ha una grande passione per questo Paese. Lo stesso vale per me e la Germania.

Beh, il suo italiano ha fatto passi da gigante dai tempi di Mi Scusi.
Quando glielo dirò sarà molto contento!

Teho e Blixa

Teho e Blixa

Ti hanno mai criticato per essere passato dalla scena industrial con i Meathead alla musica per il cinema italiano?
Non che me ne sia accorto, però a volte ho come avvertito una sensazione di spocchia. Contro cui ho sempre brindato con un “Cin!” A volte le persone ti vedono in quel mondo lì e sembra che per tutta la vita devi rimanere lì per essere fedele a chissà quali principi, per rimanere quello che eri a 18 anni. Quando penso all’evoluzione della musica non penso alle distinzioni fra underground e mainstream, di cui non mi è mai importato nulla.

E poi, secondo me la scena industrial italiana degli anni Novanta e il cinema hanno più analogie di quanto si pensi. Sono entrambi ambienti piuttosto chiusi, no?
No, non sono d’accordo con te. Spesso i numeri che il cinema fa non sono minimamente paragonabili a quelli dei dischi.

No! Non fraintendermi, per “ambiente del cinema” intendo gli addetti ai lavori, non il pubblico.
Beh, insomma, allora sì, sono contesti chiusi. Con la musica mi piace aprire collegamenti tra un luogo e un altro, aprire delle porte. Quando ho cominciato a occuparmi di musica al cinema, soprattutto in Italia, il livello medio era molto più tradizionale, più legato al passato. Il mio avvicinamento al cinema ha comportato dei reali cambiamenti della musica, tanto che all’inizio mi guardavano tutti con estremo sospetto. Si chiedevano: “Ma questo qui cosa fa?” Perché in Italia, nel cinema, non si era abituati a un certo tipo di proposte.

Tu nella vita hai collaborato con tantissimi artisti, da Blixa a Mick Harris dei Napalm Death. Ti è mai capitato di trovare qualcuno con cui, a lungo andare, non hai trovato affinità?
Può capitare, ma tanto poi me ne accorgo e lascio perdere. [ride]

Diciamo che non ti vedremo mai sullo stesso disco di, chessò, Kendrick Lamar.
Non lo conosco di persona ma di sicuro non mi piace quel tipo di sessismo nella musica. C’è una violenza in quel tipo di rap che non digerisco, soprattutto in un mondo così poco declinato al femminile come il nostro. Le donne guadagnano meno degli uomini, hanno meno diritti, hanno difficoltà oggettive che gli uomini non hanno. Quando vedo i suoi video in cui le donne svestite devono ondeggiare il culo vicino a bagagliai di auto super ammortizzate, beh, a me quel binomio donne-motori fa venire la tristezza. Lo dice uno che ha amato tantissimo l’hip hop, come Public Enemy, Run DMC e le cose astratte di DJ Shadow.

OK, quelli che comunque hanno sempre sfoggiato un certo attivismo.
Ma anche senza attivismo, ma come semplice intrattenimento. Però il sessismo è una cosa che mi pesa. Se fossi una donna sarei davvero in imbarazzo. Una proposta artistica non è mai rivolta solo agli uomini o solo alle donne, ma all’intero pianeta. Lo sguardo greve nei confronti delle donne, che le umilia e le abbassa al livello di un paraurti, mi mette tristezza. E in un pianeta dove le donne stanno male, alla lunga stanno tutti male.

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