Rolling Stone Italia

«La musica non va sottovalutata»

Un dialogo con Gino Paoli, un novantunenne che vive l’esistenza come un’indagine senza fine. È un estratto della cover story contenuta del nostro nuovo numero cartaceo dedicato a Genova

Foto: archivio Gino Paoli

Quando nella stanza entra Paoli tu fermi le attività farlocche messe su per ingannare l’attesa e un po’ maledici il giorno in cui l’idea di interrogare un uomo che ha parlato chiaro per tutta la vita e che da qui a un passo dovrà darti retta, in casa sua e a quasi 92 anni di età, sia addirittura sembrata sensata. Ma non esistono due Paoli: è dunque questa la forma che prende un’esistenza a spettro pieno e dosi brutali di onestà, con in più quel coraggio che serve a tenere insieme l’intera vicenda senza che la voglia di cantare ne risenta?

L’ultimo anno non è stato affatto clemente: servendo uno, e poi due, e poi tre e infine quattro colpi bassi, tutti della stessa matrice inappellabile, difficilmente potrà essere annoverato tra gli alleati migliori. La perdita in successione di persone amate a quest’altezza della vita alimenta e conferma mistero e scienze biologiche ma abbatte da dietro l’intero comparto della psiche. Non potendo comprensibilmente manifestare entusiasmo per la fase che gli è toccata in sorte, Paoli appare tuttavia lungi dall’essere disinteressato a viverla. Ritirata e resa non sono patrimonio della casa, questo è chiaro. Nell’ora e mezza di conversazione che l’autore de La gatta, Il cielo in una stanza, Una lunga storia d’amore, Senza fine e altri campioni invincibili della musica leggera italiana ci ha generosamente concesso sulla sola base della fiducia cieca, crescono intensità e ironia, e con loro conseguentemente anche l’uomo prende la sua forma.

Quando la conversazione comincia ad arricchirsi di ritmo, accordo e armonia, ecco che si compone Gino Paoli. Insieme a lui comincia a prendere corpo anche la partitura dell’idea di Gino Paoli. Quella che ci siamo costruiti noi di qua e quella che ci ha voluto rendere lui da là. Senza troppa fatica ci si arrende all’evidenza che le due entità alla fine coincidono: non contengono un grammo di affettazione o calcolo. Paoli custodisce un corpus di opinioni talmente dritte che soltanto i miliardi di dubbi che le sostengono sono stati in grado di produrre. Non ha sempre voglia di svelare il codice, e in fondo sì, crede davvero che gli altri siano un po’ tutti dei mezzi coglioni, però non sa far altro che amare e insieme diffidare, perché sono questi i due concetti omozigoti su cui si regge quell’equilibrio ruvido e lieve che ha tirato dentro una generazione di italiani via l’altra, per 70 anni.

Paoli non si sottrae a nulla, con pazienza risponde a domande che non sempre riescono a stimolare una risposta nuova, ed è lui il primo a dispiacersene. Quando finalmente calibriamo la mira e intuisce che non sarà costretto a cantar messa prende fiducia. Gode nel parlare di musica e ancor più di canzoni. Di quelle di produzione propria ne salva solo due a pieni voti: «La prima è Sassi, che non è una canzone giusta o sbagliata. È una canzone che esiste solo così. È una delle prime tre o quattro che ho scritto, proprio all’inizio. E non lo so come ho fatto, non mi ricordo un cazzo. So che corsi a casa a Boccadasse e la buttai giù. Non si può cambiare mezza parola lì dentro, glielo assicuro».

E la seconda?
Il cielo in una stanza. Non avevo mai scritto in quel modo, non è usuale per me. È una scrittura che non ha dei fermi, dei momenti che interrompono e permettono di ricominciare. Non avendo ritornelli, il testo è una concatenazione di parole in successione, non c’è spazio per prendere fiato e pensare al trascorso, si può solo andare avanti attaccando una parola all’altra e poi alla successiva e così via. Sarebbe difficile riscriverla.

E tutte le altre?
Le altre le cambierei tutte. Non so se le migliorerei, attenzione, sono due concetti diversi. Ma le cambierei tutte.

Non la infastidisce il fatto che le sue due canzoni perfette siano entrambe opere giovanili?
Tutt’altro. E perché poi? Per soffrire fino a 70 anni? Domanda strana.

Perché forse pensare che la migliore versione di sé stia tutta dentro all’inizio della storia non innalza il seguito.
Io ho sempre creduto che dell’espressione “vivere a lungo” conti molto il “vivere” e sia irrilevante il “a lungo”.

Su questo lei è Cassazione.
Infatti sono ancora vivo.

Da dove nascono le canzoni?
Le canzoni più belle nascono dai ricordi, perché la memoria è un’artista straordinaria e la più formidabile bugiarda. È un filtro imprevedibile: ti sconta molte cose e le butta via e tu non ti rendi conto se sono parte di te oppure lo sono diventate. Non ho mai capito quali siano i suoi criteri di selezione. E comunque è limitativo parlare di canzoni senza tirare in mezzo la musica. Sono due cose diverse. La musica risponde a un istinto insopprimibile; la canzone è corrotta da chi la scrive e dalle parole che utilizza. Per la musica si piange, per una canzone no.

Forse è proprio perché la canzone si affida troppo ai ricordi che alla fine sono piuttosto comuni. Lei ne ha abusato?
No, scrivo in base a quello che mi viene in testa e se sono ispirato anche a quello che non mi viene in testa. E poi c’è il lavoro sul testo. Quando si parla di parole sono forzato a pensare di essere un contrabbandiere. Prendo non so da dove e porto dentro. È un processo che non ha un inizio né una fine. Tira dritto per la sua strada.

È confortante?
È estenuante. C’è qualcosa che fa sì che una parola sia quella giusta perché ti dà la chiave di sblocco del resto. Dà senso. Esiste solo quella parola, solo lei ti apre la porta della poesia e tu stai lì fino a quando non la senti. Perché si sente, non si pensa. Scrivere per me è sempre stata una sofferenza perché a volte non ci riesci neanche se ti ammazzi. Ci possono volere settimane o mesi. Oppure butti giù un’idea che si trasforma in un amo a cui ti attacchi con tutto il tuo essere e il foglio magicamente si riempie. La musica è così, non va sottovalutata.

Come si fa a non sottovalutare la musica?
Riconoscendone l’identità. La musica può fare tutto, può cambiare la Storia o far piovere tra cinque minuti. A patto che tu sia in grado di connetterti con lei. E poi non ammette menzogne perché non avendo distanze da te non abbocca. Io non ho scritto nulla per due anni interi perché mi sembrava di aver già detto tutto, non volevo ripetermi, stavo vivendo un momento di blackout e non avevo nulla di importante da dire. Essendo refrattario alle stronzate ho chiuso il becco.

L’intervista integrale è sul nuovo numero cartaceo di Rolling Stone dedicato a Genova. Lo si trova in edicola e online, disponibile per l’ordine.

Iscriviti
Exit mobile version