La musica di Dorian Electra è un frullatore pop (che ci libererà tutti) | Rolling Stone Italia
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La musica di Dorian Electra è un frullatore pop (che ci libererà tutti)

Corpo e identità, i meme come mitologia, l'abbattimento dei generi, la politica queer, il rapporto coi fan, l'alt-right e le rane gay, gli hater: intervista a una popstar multilivello

Dorian Electra

Foto: Lance Williams

Un live di Dorian Electra è un’esperienza trascendentale e confusionaria proprio come la sua musica, un mix tra una ballroom, un giro alle giostre nell’eurotrance anni ’90 e un concerto thrash metal in cui i sensi vengono ribaltati e le icone risignificate in chiave queer. Questa è la musica di Dorian Electra, un’overdose multilivello di significati dove la norma viene continuamente riscritta. Prendere o lasciare, come la pillola rossa di Matrix che – ironia – non rappresenta la verità assurda che bramano i suprematismi bianchi, ma bensì una metafora transgender, come svelato dalle stesse registe, le sorelle Wachowski.

Ora che finalmente i concerti di artisti e artiste internazionali stanno tornando in Italia, abbiamo raggiunto Dorian Electra per la sua data a Milano in supporto a My Agenda, il suo ultimo disco, un manifesto di politica queer dai territori musicali sconfinati.

Ciao Dorian, come sta andando in tour? Come è stato ripartire?
Stupendo! Quanto è bello vedere così tanta gente, persone, fan – soprattutto dopo tutto questo tempo – e sentire tutta questa energia. È semplicemente pazzesco.

Ero al tuo ultimo show in Italia, nel 2019, in apertura a Charli XCX. In questi anni, nonostante tutto quello che è successo, hai fatto moltissimo, dall’album del 2020 My Agenda (uscito anche in un’ampia versione deluxe) a un remix ufficiale per Lady Gaga, oltre a tantissime collaborazioni differenti. Cosa hanno significato questi anni per te?
Nonostante tutte le negatività del periodo, questi anni mi hanno dato il tempo necessario di crescere come artista e come persona. È stato un periodo di iper-connessione online con i fan e questo ha influito sul mio modo di pensare la mia musica. Penso ad esempio alla cultura di internet, alla memetica e a tutta una serie di cose che mi hanno stimolato e ispirato.

Da Flamboyant, il disco precedente che avevi presentato a quel live del 2019, a My Agenda, il tuo suono è mutato parecchio. Se Flamboyant aveva un immaginario più affabile, pop, glamour, My Agenda è un clash di generi dal gusto camp e idee estremizzate. Che idea avevi per My Agenda e questo suono?
Volevo fare un disco che andasse verso gli estremi, senza filtri. Sai, un disco che avrei voluto ascoltare. A tenere assieme il tutto però c’è il pop; è questo che lega My Agenda a Flamboyant. Volevo creare qualcosa che fosse estremo, ma al contempo accessibile grazie a questa mia sensibilità pop. Volevo fosse ballabile nonostante l’utilizzo di suoni molto duri, presi ad esempio dal rock o dal metal, per creare qualcosa di stimolante per il pubblico.

La title track My Agenda ha forse i featuring più strani che si potessero pensare: Pussy Riot e Village People. Come è nata questa collaborazione?
Volevo collaborare con le Pussy Riot e quando a inizio 2020 ho scritto questo brano ho capito che era l’occasione giusta. Abbiamo così contattato i Village People scoprendo che anche loro erano fan delle Pussy Riot, quindi è tutto nato con molta semplicità. È stato figo poter mettere assieme artisti e artiste di diversi periodi storici; è questo che rende speciale il brano.

My Agenda è un brano sarcastico e satirico sulla teoria cospirazionista della gay agenda, ovvero quell’idea di alcuni membri dell’alt-right americana secondo cui la comunità LGBTQIA+ sta attuando un complotto per convertire le persone all’omosessualità. Nel brano si fa anche riferimento al complotto delle rane omosessuali e, nel video, a Pepe The Frog. Fai un po’ di chiarezza?
Pepe The Frog è un meme di cui si è appropriata l’alt-right americana. Il tutto era partito da siti di destra come 4chan, in cui alt-right e suprematisti bianchi avevano trasformato questo meme in un simbolo offensivo di odio razziale e omofobo. Al contempo c’è stato però un contro-movimento con l’intento di ri-significare questo simbolo in ottica queer e inclusivista, trasformando qualcosa di violento in qualcosa di positivo. Quando nel brano canto “we’re out here turning frogs homosexual” (siamo là fuori a rendere omosessuali le rane) faccio riferimento a un video virale in cui Alex Jones di Info Wars dice che qualcuno «mette sostanze chimiche nell’acqua per rendere le rane gay», un’altra idea complottista da parte dell’ala destra conservatrice. La cosa ironica è che facendo delle ricerche sulla contaminazione chimica dell’acqua hanno scoperto che in certi casi può capitare che animali come le rane possano subire mutazioni di genere a causa dell’inquinamento. Questo sarebbe un tema importante da portare alla luce, ma per la destra conservatrice la preoccupazione non è l’inquinamento, ma questa folle idea che sia una cospirazione gay per l’omosessualizzare l’America. Quello che mi affascinava di tutto questo è il multi-livello di significati. Quando ci sono simboli così radicati nell’inconscio collettivo penso sia divertente – come artista – giocarci e sovvertirli, risignificarli; scioccare il pubblico con qualcosa che possa improvvisamente assumere un differente significato progressista.

Come dicevi, nella tua musica sono entrati mondi differenti come la gamification e la memetica. Cosa ti affascina di queste dimensioni iper-contemporanee?
I meme sono la nuova forma di storytelling collettivo. È una nuova forma di storia orale trasmessa; è come la mitologia greca. È l’arte adatta alla nostra tecnologia. La replica ossessiva e veloce di queste immagini in fronte ai nostri occhi ha il potere e la capacità di cambiare la cultura, la politica, le opinioni e il modo di esprimerle. Per questo, da artista, non posso che provarne interesse.

La tua musica è sempre stata politica e politicizzata, sin dagli esordi. Quanto è importante inserire dei messaggi all’interno del tuo lavoro?
È fondamentale perché è ciò che da conferisce un valore in più. È il motivo per cui lo faccio. Certo, il pop è spesso un modo per non pensare, una forma di evasione, ma io mi annoio quando si ferma a quello. Preferisco la musica a più livelli.

Siamo in un momento storico dove la musica non ha più una cronologia evidente. Tutta la musica di ogni artista è sempre presente, contemporanea, raggruppata senza tempo nei distributori digitali e nei loro algoritmi. Ma posizioni politiche, idee e messaggi che vengono inseriti nella musica spesso evolvono, cambiano e mutano nel tempo. Da artista, c’è qualcosa che hai detto o che hai espresso di cui ora ti penti?
Come artista si cresce, cambia, muta continuamente e sicuramente a riguardare al passato c’è qualcosa in cui non credo più, ma è normale che sia così. Ogni essere umano – se lo vuole – impara, cresce, cambia. Ma preferisco dire sempre quello che penso, nella forma in cui credo, piuttosto che rimanere in silenzio per paura di pentirmene dopo. È fondamentale essere sinceri; cambiare fa parte del percorso.

E hai mai avuto paura di tutto questo?
Sì, sicuramente. È normale provare insicurezza e aver paura delle incomprensioni.

Lavori molto con il corpo, con l’estetica, con storie e personaggi creati ad hoc. Quanto il terreno della musica ti ha aiutato a conoscerti?
Fare musica mi ha dato la possibilità di esplorare differenti personaggi, di provare differenti storytelling. Quando faccio musica penso sempre al linguaggio del corpo che segue il brano. E per me il linguaggio del corpo è connesso all’identità. Fare musica mi ha permesso di indagare sulla mia identità, capire chi sono.

Sei sicuramente un modello per molti giovani che finalmente hanno la possibilità di avere un più ampio spettro di identità a cui potersi ispirare per comprendersi. Quando eri più giovane, quali erano le tue figure di riferimento?
Mio padre mi ha fatto innamorare dei suoi miti, quelle rockstar maschili appariscenti come Alice Cooper e David Bowie. Sai, gli artisti larger-than-life.

Stare tra la platea di un tuo concerto è magnifico, ci sono persone di ogni identità e sessualità completamente libere di esprimersi in uno spazio sicuro. Che rapporto hai con il tuo pubblico?
C’è uno scambio reciproco tra me e questa splendida community di persone con cui, negli ultimi anni, ho avuto il piacere di connettermi. Penso che ci ispiriamo a vicenda, basta guardare gli outfit che si vedono ai miei concerti, i loro sono sempre più belli dei miei.

Immagino che per questa mole d’amore ci sia un contraltare feroce di hating.
Devo ammettere che c’è una parte di me che è contenta delle reazioni estreme che suscito perché penso che nascano quando una persona si trova di fronte a qualcosa che non capisce. Significa che quello che hai fatto è andato sottopelle, ha creato uno shock, delle domande, un confronto. È questo scontro che può portare a fare un passo fuori dalla propria confort zone. Se non ricevessi queste reazioni penserei di non far abbastanza nello spingere i limiti.

Trasmetti un amore profondo per quello che fai. Cosa ami di più di questo lavoro?
La cosa che preferisco è che la musica ti dà l’opportunità di costruirti un mondo tutto tuo al suo interno, un mondo che può superare i limiti del reale e che può allargarsi e diffondersi attraverso ogni singola collaborazione.

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