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La musica di Adele Altro è senza limiti

La musicista degli Any Other torna con ‘Tentativo’, un album strumentale nato come colonna sonora di un podcast sul G8. Qui racconta come l’ha scritto, l’influenza della cultura orientale, i dj set con Queer Machete

Foto: Ludovica De Santis

Sette tracce strumentali nate a partire dalle musiche scritte per Limoni, il podcast di Internazionale sul G8 di Genova realizzato nel 2021. È quanto racchiude Tentativo, disco uscito pochi giorni fa per 35mm, la sottoetichetta di 42 Records, che vede Adele Altro impegnata su un terreno lontano da quello finora esplorato con il suo principale progetto Any Other. Dopo aver pubblicato con la band Silently. Quietly. Going Away, album del 2015 dal sapore nineties, in bilico tra Pavement e Courtney Barnett, e aver virato, nel 2018, verso un folk sperimentale e a tratti jazzato con Two Geography, la cantautrice veronese, milanese d’adozione, ha deciso di mettersi alla prova con un altro genere di composizione, distante dalla forma canzone. Esperimento che l’ha portata a tratteggiare un viaggio sonoro in cui atmosfere rarefatte e perlopiù scure si fondono con suggestioni jazz e passaggi elettronici. Nel mezzo ci sono state collaborazioni in studio e dal vivo con altri artisti, da Colapesce e Dimartino a Marco Giudici, da Andrea Poggio a Generic Animal, in un percorso fatto anche di impegno per i diritti LGBTQ+ di cui Tentativo non è che un ulteriore tassello, come racconta Adele stessa: «Quando ho lavorato alle musiche per il podcast Limoni mi sono dovuta per la prima volta confrontare con un modo diverso di fare musica. Per me, che si trattasse di cose mie o di altri, il punto era sempre stato di scrivere canzoni, e questo – soprattutto quando la persona che componeva ero io – senza alcuna linea guida e senza dover tenere conto di niente. In questo caso l’esperienza è stata diversa».

Com’è andata?
Mi sono ritrovata a scrivere musiche di sottofondo legate ad avvenimenti estremamente pesanti, e sebbene sappia che la mia musica non sia la più presa bene del mondo – anche nei miei pezzi più tristi ho sempre intravisto una luce di fondo –, qui c’era poco da essere contenti. Se ho deciso, in un secondo momento, di ricavarne un disco è perché ciò che era scaturito da questo esperimento per me nuovo mi piaceva e perché, banalmente, ci tenevo. Così ho ripreso in mano le tracce, le ho rimesse a posto sia dal punto di vista dell’arrangiamento, sia da quello del mix, completandole per renderle adatte a un ascolto diverso da quello che si ha quando si sente una musica in sottofondo in un podcast. Mi dispiaceva lasciare lì un lavoro di cui sono fiera, ecco.

Per l’ispirazione iniziale come ti eri documentata? Ai tempi del G8 di Genova eri una bambina.
Nel 2001 avevo 7 anni. Compiuti a settembre, due mesi dopo gli episodi drammatici di Genova, per cui sì, ero piccola, però qualcosa di ciò che era accaduto mi era giunto alle orecchie già allora. Poi, crescendo, ho sentito parlare più volte dell’omicidio di Carlo Giuliani, della scuola Diaz e di quanto successo in quei giorni, ma non ci avevo mai davvero messo dentro la testa per capire a fondo. Questa volta l’ho fatto, recuperando i materiali alla base del podcast di Internazionale: registrazioni di processi in tribunale, intercettazioni, cose di questo tipo, alcune delle quali le ho usate come sample per costruire delle ritmiche, dei layer d’ambiente. E devo dire che approfondire quegli eventi mi ha angosciata e fatto incazzare non poco, però era l’unica via: rispettare, e quindi conoscere, la materia delicata che stavo andando a toccare mi sembrava doveroso.

In tutto ciò hai compreso che quello che era sceso in piazza a Genova era un movimento grande e particolarmente variegato, che le violenze delle forze dell’ordine hanno contribuito a mettere a tacere?
Sì, anzi, rispetto a questo mi viene in mente la prima manifestazione cui ho partecipato in vita mia: era contro la riforma Gelmini della scuola e dell’università, era il 2008, non ricordo nemmeno se ero in terza media o in prima liceo, però ricordo benissimo che a protestare c’erano persone più grandi di me che erano angosciate anche solo dall’idea di fare una piccola deviazione del percorso del corteo, e io non capivo… A posteriori mi viene da dire sbirri di merda, perché è ovvio che ciò che era avvenuto sette anni prima aveva traumatizzato molti. Scusa la violenza dell’espressione, ma adesso che ho quasi 30 anni tornare indietro e realizzare con la coscienza di un adulto ciò che è accaduto è inquietante. E non esistono giustificazioni.

Tentativo è il tuo primo disco strumentale, ma anche il primo firmato Adele Altro: è una seconda identità?
Intanto non appena ho iniziato a pubblicare musica come Any Other, mi sono sentita chiedere molto spesso “perché non fai…?”, con al posto dei puntini di sospensione tutti i suggerimenti che puoi immaginare, tra cui il più frequente: “perché non canti in italiano?”. Questo mi ha sempre dato molto fastidio, trovo irrispettoso andare da una persona che sta facendo il suo e domandarle perché non lo fa in un altro modo. Per cui ho deciso, da un lato, di tenermi Any Other come la mia “valvola di sfogo”, tra mille virgolette, ossia come il progetto con cui scrivere canzoni in inglese, continuare a farlo, continuare ad andare in tour fuori dall’Italia, proseguire, insomma, quel percorso che è il primo che ho iniziato a portare avanti seriamente. Dall’altro, ho pensato di utilizzare il mio nome proprio, Adele Altro, come l’altra faccia della medaglia e in pratica come archivio di tutto il resto.

Che ascolti ci sono dietro a tutto questo?
Più cresco, più mi pare di avere un approccio sempre più caotico verso ciò che ascolto, per cui un giorno sono su Joe Hisaishi, compositore dell’80% delle colonne sonore per lo Studio Ghibli, e il giorno dopo ho voglia di sentire solo Lady Gaga. Forse così si perde un po’ la magia di quando sei più piccolo e ti ascolti ossessivamente solo una cosa e quella cosa ti cambia, però credo anche che questo muovermi in un magma di ascolti che non c’entrano nulla l’uno con l’altro mi stia facendo bene. Per Tentativo ho cercato soprattutto di confrontarmi con dei linguaggi musicali cui non mi ero mai avvicinata, per cui, anziché scrivere canzoni, ho cercato, tra le altre cose, di creare dei beat, questo anche sulla scia del fatto che da un paio di anni faccio parte di un collettivo di dj che si chiama Queer Machete, mettiamo musica a eventi tendenzialmente queer, il che mi ha portato ad ascoltare cose anche molto pop, ma con un approccio alla produzione per me assurdo, come Charli XCX. Di fatto mi sono accorta di quanta musica ci sia anche lontana da me, ma in cui posso trovare spunti che, invece, mi appartengono. In particolare, mi piacciono l’album The Wind of Things dell’americano M. Sage e tanti compositori giapponesi degli anni 70 e 80. Uno è Skimizu. Poi c’è Haruomi Hosono, il bassista degli Yellow Magic Orchestra, che ha fatto di tutto, ma è andato molto verso l’ambient e un certo tipo di minimalismo.

Foto: Ludovica De Santis

Dal tuo profilo Instagram si evince che sei un’appassionata di cultura giapponese. Da dove nasce questa fascinazione?
Ah, qua ci sono degli scheletri nell’armadio da scoperchiare! (ride) Da bambina, specie alle medie, il mio sogno era di disegnare fumetti, nella vita. Poi è rimasto sotto traccia, ma quando, nel 2019, sono andata in tour in Asia orientale e ho trascorso volutamente tutti i day off possibili a Tokyo, girando un sacco e mangiando di più, ho trovato tutto talmente stupendo… Sarà anche che nei due anni precedenti ero stata in studio e in tour con Andrea Poggio e due musicisti giapponesi che vivono a Milano che lo affiancavano, Gak Sato, theremin, piano e synth, e Yoko Morimyo, violinista. Aggiungici che amo i videogiochi, leggo molti manga e studio giapponese. Che poi è strano, perché per certi versi parliamo di un mondo in cui non dovrei trovarmi a mio agio, visto che dentro ci sono molto binarismo e un atteggiamento rigido verso certe regole, elementi distanti da me. Però dentro quel mondo c’è anche un’anarchia di fondo che…

Ti attrae, ti stimola?
Ciò che mi affascina è che per i più svariati motivi è un mondo davvero diversissimo da quello che concepiamo noi.

Intendi dire che conoscerlo aiuta a relativizzare il nostro punto di vista?
Sì, assolutamente sì, e vale anche per il mio percorso musicale. Crescendo mi sono resa conto di quanto abbia sempre subìto l’influenza del mondo anglofono, innanzitutto britannico e statunitense, anche nella fruizione di musica e prodotti culturali in genere. Che è il motivo per cui, quando hai 20 anni e suoni, sogni subito il tour negli Usa. E caspita, da occidentali abbiamo una visione estremamente parziale di quello che è cultura, anche cultura pop. Dopodiché quando ci si avvicina a un mondo come quello nipponico bisogna anche stare attenti a non feticizzarlo, perché è facile cadere in questa trappola guardando le cose dal di fuori, ma a parte questo sapere che c’è anche qualcosa di differente da ciò con cui ci siamo formati ti dà un senso di aria molto più profondo. In ogni ambito: accorgersi di non essere al centro del mondo fa sempre bene, abbiamo bisogno di più diversità a 360 gradi.

Come mai sulla cover di Tentativo hai messo una pianta?
Quella è un’illustrazione di Jacopo Lietti (Legno, Fine Before You Came). Avevo messo in mano a lui le grafiche e visto che amo i suoi lavori gli ho lasciato carta bianca, chiedendogli di tornare da me non appena avesse trovato un’idea che riteneva buona. È finita che quando ha tirato fuori il disegno che ho scelto come immagine di copertina, mi è piaciuto un sacco. Anche perché la pianta raffigurata non è rigogliosa, è un po’ rinsecchita, un po’ sfigata, e guardandola mi sono detta che ci stava benissimo, visto che Tentativo è un po’ così: un’opera imperfetta.

Ti ho fatto questa domanda perché due anni fa mi avevi raccontato di avere iniziato a immergerti nell’ambient con Steve Reich e Brian Eno, e poco prima di preparare le domande per questa intervista ho seguito una conferenza stampa di Eno in cui paragonava il mestiere dell’artista a quello del giardiniere che pianta semi sapendo che quell’atto porterà alla nascita di qualcosa sulla cui crescita, però, non avrà il controllo.
È un’immagine bellissima e ha anche molto senso. Non sarà un caso che ci siano dischi ambient o che strizzano l’occhio all’ambient che hanno a che fare con le piante, vedi Green di Yoshimura o Plantasia di Mother Earth, che è addirittura del 1976. È vero che quando pianti una talea, poi non ti resta che incrociare le dita e scoprire cosa ne verrà fuori, e se ci penso, non so se sia pigrizia o cosa, ma cerco di avere lo stesso approccio alla composizione: se arriva una cosa buona prendo quella, non m’interessa considerare l’intero ventaglio delle possibilità per avere la migliore, mi piace anche accontentarmi di quello che viene su, anche se non è perfetto. Cavoli, mi hai dato un ottimo spunto. Ma non me lo rivenderò…

Per la cronaca, il libro consigliato da Eno è A Garden from a Hundred Packet of Seed. Ciò detto, ti capita anche di importi appositamente dei paletti, delle regole, quando scrivi, come strategia per spingere la creatività su binari inesplorati?
Guarda, parlando di Tentativo, già cercare di esprimere qualcosa senza il mezzo vocale e senza la parola, senza il testo, era un enorme paletto. Imposto dalle circostanze, ma notevole, perché si è trattato di trovare un altro modo per indurre delle sensazioni. In più, ci ho tenuto a suonare tutto io, anche perché avevo delle scadenze cui non sono abituata, dato che per i miei dischi non me ne do, li pubblico semplicemente quando sono pronti.

Prima hai accennato ai dj-set con Queer Machete ed è noto il tuo sostegno alle battaglie per i diritti LGBTQ+: ritieni importante, da musicista, impegnarti pubblicamente in questo tipo di lotte dal valore intrinsecamente politico?
Da persona non binaria che usa il femminile e il maschile in modo intercambiabile, e che subisce anche discriminazioni di genere nella vita, poco importa se ho scelto di affiancare il mio essere politico, diciamo così, al mio essere artistico, era una cosa che doveva emergere per forza di cose. In tutto ciò spero di poter essere utile, perché quello che è mancato a me da piccola è stato vedere qualcuno come me fare ciò che amavo, fare musica, per cui adesso è di grande soddisfazione anche solo ricevere il messaggio di una persona non binaria, transgender o non eterosessuale che mi ringrazia perché, in sostanza, vede qualcuno che ha a che fare con il suo mondo. Certo, a volte esagero, quando mi arrabbio per qualcosa che ritengo ingiusto mi scappano espressioni che forse dovrei evitare, però, ecco, è inevitabile. E se posso fare stare meglio qualcuno…

Ma probabilmente tutto questo fa bene in primis a te stessa, no?
Di sicuro, del resto l’essere considerati x invece y è qualcosa con cui si ha a che fare di continuo in ogni ambito della vita, e se non ti riconosci nella visione che gli altri hanno di te, se la senti stretta, a un certo punto le opzioni sono due: o incassi oppure alzi la mano e dici no, anche a costo di passare per una rompicoglioni, dato che è così che sono ancora viste le persone che si esprimono liberamente su certi argomenti.

In fondo si tratta di condividere la propria verità, e se non si scade nel gossip, che male c’è?
Infatti. E come dicevo, fino a un po’ di tempo fa, quando qualcosa mi feriva, sentivo tanto e di più il bisogno di reagire impulsivamente. Adesso non è che non reagisca, quando ho visto tutta quella gente festeggiare per l’ennesima bocciatura del Ddl Zan avrei voluto fare non so cosa, per la rabbia che avevo dentro, ma vado in terapia e se devo urlare per tre quarti d’ora per qualcosa che mi fa incazzare, be’, se lo becca la mia psicologa (ride).

Foto: Ludovica De Santis

Con chi ti identifichi nel mondo della musica?
Fortunatamente con diverse persone a me vicine e con cui ho lavorato o lavoro: Lorenzo Colapesce, che è super tranquillo e aperto, oltre che assolutamente autentico; Marco Giudici, parte di Any Other e mio fratello di musica da sempre. Mi viene più da parlare di persone che conosco… Aggiungo Maria Antonietta, perché è estremamente diretta e questo affiora anche nelle sue canzoni e mi piace molto, tant’è che non appena posso vado a vederla in concerto: è davvero brava e ha un bello spirito.

Posso chiederti se le battaglie per la rappresentanza femminile nella musica contrastano in qualche modo con le lotte della comunità LGBTQ+? Si ha l’impressione che le due questioni talvolta si sovrappongano e che questo crei confusione.
È vero quello che dici. A me personalmente fa sorridere la questione delle cosiddette quote rosa, perché non serve niente avere un check su una cosa fatta, se il magma che resta sotto è di merda, ossia se il retaggio culturale resta quello di sempre. Per dirne una, si possono mettere più donne nelle line-up dei festival, cosa che sta già accadendo e per fortuna, però se le persone che lavorano negli studi di registrazione e che la musica la fanno sono sempre uomini e quelle che non sono uomini sono sempre la stessa decina… È che a volte sembra quasi che chiamino le donne perché ormai sanno che si deve, e io lo trovo fastidioso; insomma, non sono qua per farti sentire una persona migliore. Quindi sì, è tutto molto complesso, ma è importante che entrambe le battaglie continuino, anche attraverso un percorso di prove ed errori. Io stessa adesso non parteciperei mai e poi mai a certe serate dedicate a band di ragazze, ma in passato mi è capitato: serve sbagliare per poter dire “questa strada non funziona, proviamone un’altra”.

Ora il domandone: per un nuovo disco di Any Other quanto dobbiamo aspettare?
Data la pandemia e le restrizioni che ha comportato, non mi sono messa fretta, perché per me la dimensione del tour, poter portare in giro i miei dischi, è fondamentale. Però, tenuto conto che dall’ultimo album sono trascorsi quattro anni, so che sarebbe ora di pubblicarne uno nuovo e… Cosa posso dire? Non è che in tutto questo tempo non abbia fatto nulla, anzi.

Però è certo che sarà un album in inglese.
Sì, sì, con Any Other in inglese. Poi chi lo sa, in ogni caso di musica italiana ne faccio già come produttrice, proprio in questo momento sto lavorando su alcune cose; non posso annunciare nulla, ma di sicuro è un altro modo di stare nella musica che mi sta arricchendo molto.

Cos’è il successo per te?
La mia idea di successo è cambiata molto rispetto ad anni fa. Un tempo, quando ero più piccola, sognavo di girare il mondo facendo concerti davanti a migliaia di persone. Adesso sono nella fase in cui se posso pagare l’affitto, le bollette e portare il cane dal veterinario, mi va bene anche così. Poi è chiaro che quando la risposta a ciò che fai è positiva fa piacere, sarei falsa se dicessi il contrario, però, non so, è come se nella mia testa avessi ridimensionato il tutto: se la musica mi permette di vivere e mi fa stare bene, è sufficiente.

Forse non saresti nemmeno a tuo agio in un contesto, che so, come quello dell’Eurovision Song Contest?
Infatti, e non è che giudichi chi… No, non è vero che non giudico, in realtà – voglio essere sincera – io giudico tutto, però so che se mi forzassi per entrare in quel tipo di contesto ne uscirei, più che sconfitta, dolorante, perché comunque non rispecchia per niente il mio modo di fare musica e di vivere la vita. Cioè, a me piace anche cazzeggiare, preparare le torte (ride, nda). Insomma, secondo me non si deve impazzire per questa cosa, perché nel momento in cui diventa l’obiettivo, si perde il bello che c’è nel mezzo. Io, per esempio, sono consapevole che se mi mettessi a scrivere canzoni in italiano, probabilmente la mia carriera potrebbe avere uno sviluppo diverso, però perché forzarmi per fare una cosa che non mi viene naturale? E ancora, se devo farlo per fare contento qualcun altro, ma poi non sono contenta io, che senso ha?

In compenso hai lasciato l’università per dedicarti in tutto e per tutto alla musica, no?
Sì, ero iscritta a Filosofia e se non mi sono laureata è perché nel gennaio 2018 mi sono detta che dovevo scegliere, che non potevo andare avanti a fare due cose a metà. Così ho lasciato, non mi sono laureata, però pazienza, ho vinto qualcos’altro che amo molto e in più conservo dei bei ricordi di alcuni corsi che ho seguito all’università e che mi hanno spinta verso determinate scelte di vita.

Tipo?
Dopo un corso di filosofia morale sull’antispecismo mi sono convinta a diventare vegana. Tanto per non farmi mancare niente!

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