La musica dei Black Midi è un bordello infernale | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

La musica dei Black Midi è un bordello infernale

Lo chiamano post punk, ma chi ama Joy Division e Cure prenda un ansiolitico. Fanno musica pazza e inclassificabile che mette assieme jazz, punk, prog. «La chiamiamo drama music?»

Black Midi

Foto press

Non c’è scampo da questo bordello infernale. È un verso del brano d’apertura di Cavalcade, ma anche una delle chiavi di lettura del nuovo lavoro dei londinesi Black Midi – in particolare, il termine bordello, visto come carosello caotico, inafferrabile, pazzo, in cui le logiche si attorcigliano, si contraddicono e giocano a farsi travisare. È proprio il bordello che i Black Midi tentano di rendere in forma musicale.

Le etichette create per semplificare le vite di addetti ai lavori e ascoltatori impongono l’utilizzo della dicitura post punk nel descrivere il secondo album della band (dal conteggio si esclude The Black Midi Anthology Vol. 1: Tales of Suspense and Revenge, esperimento di jam e spoken word che loro definiscono audiobook e uscito solo su Bandcamp nell’estate 2020). Il fatto è che il post punk è una brutta bestia. Non dal punto di vista qualitativo, sia chiaro, ma piuttosto a livello di afferrabilità e nettezza dei contorni che dovrebbero definirlo.

Cavalcade, a riprova di quanto detto sopra, non è un disco di ascolto facile e immediato (chi pensasse al post punk stile Joy Division, Cure e Siouxsie prenda un buon ansiolitico): è come un edificio che ti costringe a percorrerne il perimetro più volte prima di scovare la porta d’ingresso. E a suffragare quanto appena detto, il cantante/chitarrista Geordie Greep, durante una telefonata mattutina, mi spiega con molta sicurezza che «se proprio occorre incasellare in un genere la musica dei Black Midi, l’unica etichetta possibile è drama». Ovvero una forma di narrazione, con buona pace del post punk da Bignami della musica.

In effetti già il titolo del disco vira verso questo reame narrativo e Geordie specifica che nasce proprio dalla volontà di evocare una sorta di parata: «Il vocabolo cavalcade deriva dalla fusione di cavalry e parade, quindi una specie di sfilata in cui sono utilizzati i cavalli. Di solito è un momento molto vivo, animato, che si svolge di giorno. Abbiamo scelto questo titolo anche perché i testi raccontano storie di persone diverse… quindi la sfilata è il filo conduttore che permette di unire storie che in realtà sono separate fra loro: vivono nello stesso mondo, ma non sono collegate fra loro».

L’impianto ricorda l’Antologia di Spoon River, la raccolta di poesie firmata da Edgar Lee Masters all’inizio del Novecento. Anche Cavalcade è una collezione di microritratti – otto per la precisione – di persone, descrizioni di attimi, con la differenza che in Spoon River tutti sono passati a miglior vita, mentre in Cavalcade vita e morte coesistono.

In questi flash descrittivi troviamo un’umanità varia, avariata e variegata: un leader/predicatore che diviene vittima del tradimento dei propri seguaci (è il protagonista della traccia d’apertura, John L), ma anche le emozioni e le sensazioni di una persona convalescente per via di una grave malattia (Chondromalacia Patella) e addirittura la storia di un essere umano che si rende conto di essere ormai ridotto a resti fossili (Diamond Stuff). Poi un tuffo nella vita della leggendaria Marlene Dietrich («un personaggio davvero interessante… se ci pensi non sapeva cantare, recitare o ballare davvero bene, ma era sotto ai riflettori per via di una presenza magnetica, qualcosa di non definibile che catturava le persone»), ritratta mentre si esibisce per un gruppo di soldati («quelli che stavano dalla parte sbagliata») che nel suo spettacolo sublimano voglie e impulsi sessuali che la guerra sta soffocando. E, ancora, un trip nella mente di una persona che commette un atto atroce, «di quelli innominabili» (Dethroned).

Tornando alla musica, a quel drama citato da Geordie, ci troviamo di fronte a un disco non incasellabile al primo colpo. E nemmeno al secondo o al terzo, ma capace di lasciare il segno nella sua girandola di pazzia. A seconda del proprio background, ognuno può riconoscervi diverse sfumature, fra cui il jazz di Coltrane, la follia del Miles Davis che incontra l’elettricità, l’improvvisazione free, le ossa spolpate degli Stooges («loro erano fenomenali, specialmente in Raw Power: non dimenticavano mai la melodia e avevano giri e cambi pazzeschi») e la follia arrogante e intelligente di un Mark E. Smith coi suoi Fall. Volendo utilizzare le definizioni canoniche, il post punk dei Black Midi è noise, jazz, funk, math rock/post rock (qualcuno li ricorda ancora?).

Il loro essere punk consiste nel sentirsi liberi di improvvisare, di fare ciò che l’istinto e le storie da raccontare suggeriscono: «Vogliamo che sia impossibile inquadrarci, perché se riescono a incasellarti, poi rischi di dovere dire: non possiamo fare questa cosa, perché non è coerente col nostro genere».

Altre notizie su:  black midi