Home Musica Interviste Musica

La morte di Johnny Thunders raccontata da chi lo conosceva

Trent'anni fa ci lasciava uno dei musicisti simbolo del proto punk, con New York Dolls e Heartbreakers. Fu ucciso dagli spacciatori? C'entra la polizia? E poi, che cosa c'era dietro il personaggio del bad boy?

Johnny Thunders, circa 1982

Foto: Erica Echenberg/Redferns

Con la sua caratteristica Les Paul Junior (preferibilmente un modello TV Yellow, double cut), Johnny Thunders ha segnato la storia del glam rock e del proto punk (ma anche del punk-rock e del glam metal) con i dischi incisi insieme a New York Dolls, Johnny Thunders & The Heartbreakers e da solista – oltre a progetti meno fortunati come Gang War, Living Dead, Junkies e innumerevoli collaborazioni.

Le sue prodezze da rocker perdente, alla mercé della tossicodipendenza, sono ben documentate; ma come era davvero Johnny, al netto del personaggio da bad boy? Era davvero un teppista disposto a tutto pur di avere la propria dose o aveva un lato nascosto, che non tutti hanno avuto occasione di vedere?

E poi c’è la questione della sua morte a New Orleans, a nemmeno 24 ore dal suo arrivo in città: come quella di ogni leggenda che si rispetta, la scomparsa di Johnny – a dispetto della fredda cronaca dei media e dei rapporti di polizia – è circondata da diversi luoghi d’ombra. Cosa è successo fra il 22 e il 23 aprile 1991?

Side 1: Johnny Genzale del Queens

Per indagare un po’ sulla personalità e gli atteggiamenti di Johnny in privato, ho stalkerato sui social e online alcune persone che lo hanno conosciuto. Non tutte hanno risposto al mio invito, ma il ritratto che ne è scaturito è piuttosto eloquente. Esistevano due Johnny: uno di cognome faceva Thunders ed era un tossico indurito, capace di trucchi e trovate da tagliagole; l’altro faceva Genzale ed era un ragazzo dal cuore d’oro del Queens.

Nina Antonia (giornalista, saggista e biografa ufficiale di Thunders): «Se Johnny aveva dei soldi in più da spendere, gli piaceva prendersi cura degli altri. Quando nacque sua figlia Jamie (avuta da Susanne Blomqvist, nda), lui era impegnato a Londra per delle registrazioni, ma trovò il tempo di fare un po’ di shopping per lei. Era così orgoglioso quando mi mostrò il vestitino che aveva acquistato per Jamie: era molto classico e carino. Sembrava qualcosa che un papà degli anni ’50 avrebbe voluto vedere indossato dalla sua bambina».

Phyllis Stein (compagna del batterista Jerry Nolan e amica di Johnny): «Johnny era molto dolce coi bambini. Io nel 1982 ebbi una bimba e la mia amica Jane, in pratica, faceva da madre adottiva a due bambine: Trixie e Chelsea. Se ne occupava perché la madre era una prostituta tossicodipendente e il padre un buono a nulla. Jane e le bambine erano spesso a casa mia. Johnny era appena tornato dalla Svezia e non aveva un posto dove stare, per cui Jane si mise d’accordo con lui: avrebbe potuto stare da lei, ma avrebbe dovuto occuparsi delle bambine mentre lei era al lavoro. Johnny acconsentì. Portava sempre a casa giocattoli e animali di pezza per le bimbe».

Nina Antonia: «Sapeva bene che per me, che ero una ragazza madre, le cose erano piuttosto complicate – del resto lui era stato cresciuto da sua mamma e sua sorella e capiva perfettamente quanto potesse essere dura. Io non mi sono mai aspettata nulla da lui – sapevo che era tossicodipendente e doveva avere un flusso costante di denaro per tenere a bada i suoi demoni – ma, nonostante tutto, capiva la mia situazione e capitava che si presentasse a casa mia con un borsone di frutta e verdura per me e mia figlia».

Phyllis Stein: «Ricordo una volta, in particolare, in cui Johnny aveva vinto un pupazzo, un papero giallo, alla fiera di San Gennaro e lo portò a mia figlia Courtney – fu molto tenero, mi colpì davvero».

Peter Orr (musicista e scrittore): «Mio fratello Jimmy aveva 11 anni più di me e a un certo punto iniziò a frequentare la sede della Narcotici Anonimi (l’equivalente della Alcolisti Anonimi, ma per dipendenze da sostanze stupefacenti, nda) della parrocchia di Sant’Andrea Avellino sulla Northern Boulevard di Flushing, Queens: lì conobbe Johnny e Douglas Colvin, ovvero Dee Dee Ramone. Divennero molto amici. Il Johnny che frequentava la mia famiglia non era affatto una star. Sembrerà strano, ma l’aggettivo più calzante che mi sovviene per descriverlo è “italiano”: era uno che quando entrava in casa tua andava sempre a salutare i tuoi genitori, come prima cosa. Sempre. Non sto scherzando».

Phyllis Stein: «Penso che fosse molto empatico. Tentava di essere gentile con chiunque stesse attraversando un brutto momento. Sentiva se qualcuno era emotivamente provato, forse perché lui stesso ne aveva passate di tutti i colori».

Nina Antonia: «Il Johnny che si vedeva fuori dal palco era molto diverso da quello sul palco. Quando era di fronte al pubblico sapeva essere molto aggressivo e provocatorio – in quei momenti era Johnny Thunders, il punk maledetto. Ma quando non doveva esibirsi era il vero se stesso, fedele alla sua natura più profonda: Johnny Genzale del Queens».

Peter Orr: «Il mio ricordo più vivo di Johnny? Una volta, a casa, stavo salendo le scale della cantina e passai vicino alla cucina. Sentii mia madre dire: “Non so davvero cosa farò adesso, John”. Era mancato da pochi mesi mio papà e subito pensai che mamma stesse parlando con il mio altro fratello, John. Ma guardando dalla porta vidi che con lei c’era Johnny che le diceva: “Signora Orr, cerchi di pensare a tutte le cose buone che Dio le ha donato”. E io pensai: il tizio di L.A.M.F. (il primo e unico album di Johnny Thunders & The Heartbreakers, un classico del punk-rock, nda) è qui nella mia cucina e prende un caffè con mia mamma».

Nina Antonia: «La cosa interessante è che se tu chiedessi a 20 persone diverse di indicarti la qualità migliore di Johnny, avresti 20 risposte differenti. La più importante, a mio parere, era il fatto che il Johnny “bad boy” era una solo recita che lui inscenava per difendersi; una maschera per non mostrare tutto il dolore che gli attanagliava l’anima».

Side 2: da Colonia a New Orleans (sola andata)

Veniamo ora alle ultime ore di Thunders. Il 21 aprile del 1991 Johnny è a Colonia, in Germania: i Die Toten Hosen l’hanno chiamato per incidere una cover della sua Born to Lose per il loro album Learning English Lesson 1 ai Dierks Studios di Pulheim, una cittadina fra Düsseldorf e Colonia. Le registrazioni sono velocissime. Ecco ciò che ricordano alcuni testimoni, con cui ho avuto modo di parlare, di quella fulminea parentesi tedesca…

Breiti (Die Toten Hosen): «Andammo a prenderlo, insieme al suo manager e amico Mick, in un hotel a Colonia. Johnny era molto interessato al progetto, ma non era sicuramente in forma. Sembrava perso nel suo mondo e faticava a “tornare a terra”».

Chris Newman (Napalm Beach): «Johnny alloggiava nel nostro stesso hotel in Germania. Noi eravamo lì per delle interviste. Sentimmo la sua voce, chiedeva quando ci sarebbe stata la colazione: lo chiamammo e lo invitammo a unirsi a noi. Avevamo suonato assieme nel 1981, a Portland, e lui si ricordava: quel giorno aveva scambiato una delle sue chitarre con il nostro vecchio chitarrista. Ci disse che era lì per registrare coi Die Toten Hosen e poi sarebbe subito volato a New Orleans, dove avrebbe messo in piedi una nuova band con tanto di sezione di fiati e coriste (insieme a Jerry Nolan e Stevie Klasson, che dovevano raggiungerlo di lì a poco, nda)».

Breiti: «In studio volle a tutti i costi piazzare il suo amplificatore in bagno: gli piaceva il suono che c’era lì dentro. Lo mise al volume massimo e, per via delle piastrelle che ricoprivano il bagno, il suono era grandioso!».

Campino (Die Toten Hosen): «Era messo piuttosto male quel giorno, tanto che avremmo dovuto filmare le registrazioni, ma decidemmo che non era il caso. Sono però piuttosto certo che non avesse preso nulla, che fosse pulito. Quando lo salutammo, ci guardammo e ci domandammo come fosse possibile vivere come lui, in quel modo estremo».

Il 22 aprile 1991 Johnny Thunders parte dall’aeroporto di Colonia. Ha con sé un paio di chitarre, le sue fedeli sacche di pelle e una valigia piena di abiti. Oltre a un bel rotolo di dollari in contanti in tasca, frutto di una serie di recenti concerti in Giappone e della rapida session coi Die Toten Hosen. Dopo diverse ore di volo fa scalo a Chicago e telefona allarmato alla sorella Mariann: dice che ha perso il biglietto aereo, in aeroporto. Lei gli fa immediatamente arrivare del denaro con un vaglia telegrafico, che non viene però riscosso.

Non è chiaro come, ma Johnny si imbarca e arriva a New Orleans; prende un taxi e si fa lasciare – tra le 21:30 e le 22:00 – davanti alla St. Peter Guest House, tra Burgandy e St. Peter Street. Gli viene assegnata la stanza numero 37: una cameretta con un letto singolo, il televisore appeso al muro e un bagno microscopico. Johnny appoggia i suoi bagagli per andare a fare un giro rapido per Bourbon Street; poi rientra in albergo e telefona alla sorella.

Dall’istante in cui Johnny chiude la telefonata, inizia una concatenazione di eventi che resta avvolta nella nebbia. L’unica cosa certa è che verso le 8 del mattino del 23 aprile l’addetta alla reception telefona alla stanza di Johnny, che risponde e viene redarguito per il baccano fatto durante la notte; stranamente lui chiede se può scendere al desk a parlare con la donna, ma non lo fa. Si perdono le sue tracce fino alle 15:30 circa, quando durante la pulizia quotidiana delle camere il suo corpo viene ritrovato. È rannicchiato ai piedi dell’armadio; intorno la stanza è un caos totale. Cosa è accaduto? Nessuno lo sa con precisione, come dimostrano le parole di chi ho interpellato.

Mike Hudson (giornalista, cantante dei Pagans, intervistato nel 2011): «Circa due settimane dopo la morte di Johnny, sono stato a New Orleans per scrivere un pezzo di giornalismo investigativo per conto di Hustler. Sono andato alla St. Peter Guest House e ho parlato sia col direttore che con la persona che aveva trovato il corpo. Thunders è uscito la sera ed è tornato in camera insieme a un paio di tizi; a un certo punto se ne sono andati e il giorno dopo l’hanno trovato morto».

Phyllis Stein: «Sono ancora arrabbiatissima con tutti noi, i suoi amici. Non avremmo dovuto lasciarlo andare a New Orleans da solo. Ci ero stata per lavoro quattro volte e sapevo che poteva essere un posto pericoloso – e se lo dico io, che vengo dal Bronx, puoi crederci».

Peter Orr: «Mio fratello Jimmy mi comunicò che Johnny era morto. Disse che era a New Orleans, dove aveva conosciuto dei tizi in un bar di Decatur Street, li aveva invitati nella sua stanza per farsi e questi gli avevano preparato una dose letale per ammazzarlo e rubargli le chitarre».

Phyllis Stein: «Johnny aveva con sé del metadone, un bel po’ di soldi, vestiti, chitarre… dove è finita tutta quella roba? Si sapeva che la polizia di New Orleans era corrotta: sono stati loro a rubare le sue cose arrivando sulla scena? Oppure Johnny si è imbattuto in gente senza scrupoli cercando droga? E, se sì, perché l’hanno assassinato? Non lo sapremo mai, perché per la polizia quello era solo un altro tossico morto accidentalmente e se ne fregarono. Non era abbastanza per aprire un’indagine».

Mike Hudson: «Più di una fonte mi riferì che i due che avrebbero accompagnato Johnny in camera erano informatori della polizia, quindi sarebbe plausibilissimo se tutta la faccenda fosse stata insabbiata dalle autorità per proteggerli. Comunque erano due che vivevano in strada».

Peter Orr: «Verso la fine degli anni ’90 Barbara Hoover, una dj di WWOZ-FM, mi confidò di conoscere i due tipi che secondo lei avevano ammazzato Johnny; mi disse di avere anche visto, tempo dopo, uno di loro indossare delle scarpe che erano appartenute a Johnny. Erano due delinquenti che frequentavano gli hotel più malfamati di St. Charles Avenue nel Warehouse District, la stessa zona in cui, tre anni più tardi, scomparve Ylenia Maria Sole Carrisi. Ma ho letto diversi resoconti, a volte contrastanti. Chissà… può essere che mio fratello e la dj non fossero informati correttamente. Chi può dirlo?».

Phyllis Stein: «Johnny sapeva muoversi bene nelle situazioni di strada, ma non dimenticare mai che le persone diventano molto sciocche quando cercano disperatamente una dose in una città che non conoscono».

Mike Hudson: «Se non sei mai stato a New Orleans, ricordati che è un posto strano e bastardo… e questo nelle sue giornate migliori. È pieno di disperati, truffatori, puttane e spacciatori, quasi tutti sono lì per strada e attendono i turisti che arrivano con il solo obiettivo di sconvolgersi. Il che li rende prede facilissime. È un posto pericoloso, sempre potenzialmente violento, più caldo dell’inferno – e il caldo porta alla luce il lato peggiore delle persone».

Nina Antonia: «Quindi cosa è accaduto a New Orleans? Io credo in ciò che ho letto nell’autopsia del medico legale, ovvero che la salute di Johnny era pessima – mostrava tutti i segni di una leucemia avanzata – e non può essere morto di overdose, in quanto non c’erano dosi letali di droga nel suo corpo. Non c’è alcun mistero insoluto dietro alla sua morte, eccetto la scomparsa di tutti i suoi effetti personali di valore: sono stati rubati mentre lui era ancora vivo o dopo la sua morte?».

Phyllis Stein: «Jerry, Stevie e io avremmo dovuto organizzarci per arrivare a New Orleans prima di lui: sarebbe stato meglio, ma con Johnny non potevi mai prevedere i tempi e i suoi spostamenti con precisione. La cosa che più mi addolora è che Johnny sia morto da solo. Di sicuro sapeva di avere una forma avanzata di leucemia – la sua famiglia però lo venne a sapere solo dopo l’autopsia – e molto probabilmente era terrorizzato perché sapeva che gli restava poco da vivere».

Nina Antonia: «Alla gente piace pensare alla morte di Johnny come se fosse un grosso mistero, ma non c’è nulla di affascinante. Il fascino c’era quando Johnny era vivo e in salute, su un palco. Non bisogna ricamare troppo sulle sue ultime ore di vita e sui tizi loschi che ha incontrato – alla fine, dopo anni di abusi e droga, Johnny non ce l’ha fatta. E la vera tragedia è che era solo. Tutti dovrebbero poter avere una mano da stringere, alla fine della loro vita».

Dopo tanti anni non sembra esserci verso di far veramente luce su quanto accaduto. Non giovano una certa ostilità della polizia locale – contro cui la famiglia di Johnny si è scontrata fin dai primi giorni dopo la morte – e l’uragano Katrina che ha spazzato via l’intero archivio in cui la documentazione del caso era custodita. Lo scenario più plausibile, alla luce di tutto quanto, è che Johnny sia rimasto vittima di un paio di balordi che l’hanno sedato con un bel cocktail di sostanze e gli hanno portato via tutto. Molto probabilmente non si è trattato di omicidio volontario, ma qualcosa è andato storto: lui avrebbe dovuto risvegliarsi il giorno dopo, stonato e confuso, oltre che senza più un dollaro. Ma non è successo.

Bonus track: i tributi del 2021

Qualche doverosa segnalazione per i fan di Thunders. Quest’anno, a 30 anni dalla sua dipartita, sono due le uscite fondamentali in arrivo che lo riguardano. La prima – prevista per il Record Store Day del 17 luglio, su Jungle Records – è la stampa del master originale di L.A.M.F., perduta da 44 anni, che finalmente ci permetterà di ascoltare l’album così come era stato concepito e finalizzato, senza la penalizzazione degli errori di mastering della versione ufficiale dell’epoca. Si chiama L.A.M.F. – The Found ’77 Masters ed è su vinile colorato, speciale e limitato – con liner notes e poster.

La seconda uscita è tutta made in Italy e si tratta di una compilation-tributo intitolata L.A.M.F. – The Italian Tribute; uscirà in autunno per la label meneghina La Scena Dischi su vinile rosa tirato in 300 copie numerate e vede 12 band italiane cimentarsi con altrettante cover (fra i nomi più noti ci sono Peawees, Temporal Sluts, Rappresaglia, Crooks, Lester Greenowski). È prevista anche una versione digitale in streaming che vedrà l’aggiunta di altre band (e cover) non presenti sul vinile.

Altre notizie su:  Johnny Thunders