La missione impossibile di J.D. Fortune: sostituire Michael Hutchence negli INXS | Rolling Stone Italia
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La missione impossibile di J.D. Fortune: sostituire Michael Hutchence negli INXS

Prima ha vinto la lotteria (anzi, un talent), poi ha perso tutto. Intervista al cantante che ha vissuto il suo sogno rock'n'roll più sfrenato riuscendo a entrare nella band australiana. Per poi svegliarsi di colpo

J.D. Fortune dal vivo nel 2006 con gli INXS

Foto: Ethan Miller/Getty Images

Da ragazzino, J.D. Fortune idolatrava gli INXS. «Volevo essere Michael Hutchence», ricorda collegato via Zoom dalla sua casa in Nuova Scozia, Canada. «Lui era fighissimo, cazzo. E una delle mie prime grandi limonate l’ho fatta con Need You Tonight e Never Tear Us Apart in sottofondo. Slinguavo la ragazza e intanto fra me e me pensavo: “Potrà mai andare meglio di così?”».

La risposta è sì: il 20 settembre 2005 Fortune ha vinto il talent show della CBS Rock Star: INXS ed è diventato il nuovo cantante della band australiana, otto anni dopo la morte di Hutchence. Non stiamo parlando di una finzione televisiva tipo The Apprentice, in cui il vincitore non vede più in vita sua Donald Trump e nulla ha a che fare con la sua organizzazione. Tutt’altro: Fortune ha passato i successivi sei anni cantando negli INXS e viaggiando per il mondo facendo anche grossi tour coi membri originali Tim Farriss, Kirk Pengilly, Garry Gary Beers, Andrew Farriss e Jon Farriss. Ha anche contribuito ad alcune nuove hit radiofoniche della band come Pretty Vegas e Devil’s Party.

In realtà, il dramma è iniziato non appena si sono spente le telecamere del talent. Fortune non era pronto allo stress derivante dalla vita on the road di una grande rock band e per reggerne il ritmo ha cominciato a farsi di cocaina e di altre droghe pesanti. Pochi anni dopo la sua vittoria in Rock Star, hanno iniziato a spuntare titoli di questo tenore: “Il cantante degli INXS dice di essere senza soldi e senza una casa dopo esser stato licenziato dalla band”. Quell’articolo in particolare non era accurato, dice lui, però rifletteva il caos in cui era precipitata la sua vita.

«Non ho visto la mia famiglia per un anno durante il primo tour degli INXS», spiega Fortune. «Vedevo solo i componenti della band, le loro famiglie, i loro amici e il management. Ero abbandonato a me stesso. Nessuno mi ha mai preso da parte chiedendomi: “Amico, come stai? Sei andato alla grande. Ci sono 40 mila persone là fuori che gridano il tuo nome. Ma tu come ti senti?”».

Raccontami delle audizioni per Rock Star.
Credo si siano iscritte circa 50 mila persone, circa 30 mila in America e 20 mila nel resto del mondo. Non era granché incoraggiante sapere che c’erano altri 49.999 candidati. Per di più, il primo giorno il mio chitarrista non s’è presentato. Terribile. Dopo aver cantato a cappella ho detto: «Avete mai avuto un incubo da cui non riuscite a svegliarvi?». Ho rimesso il microfono sull’asta e me ne sono andato. Non dico cazzate, ero a tipo cinque metri dall’auto quando il produttore mi ha raggiunto di corsa per darmi un foglietto: era l’invito a ripresentarmi il giorno dopo per un’altra audizione.

Che pezzo hai cantato quel primo giorno?
Un mio originale. Scelta coraggiosa, eh? È una canzone che nessuno ha mai sentito e non credo di averla più fatta da quella volta. Il giorno dopo mi sono ripresentato ancora senza accompagnamento: «Non ho nessuno che suoni la chitarra per me», ho detto. Kirk Pengilly e Tim Farris erano lì ad assistere alle audizioni. Kirk s’è alzato, è andato verso il tipo che era dietro di me che aveva una chitarra acustica e gli ha chiesto: «Me la presti?». E a me: «Cosa vorresti cantare?». E io: «Che ne pensi di Never Tear Us Apart?». E così mi sono trovato a cantare accompagnato da Kirk. Il tizio che gli ha prestato la chitarra ce l’aveva scritto in faccia che mi avrebbe mandato volentieri a fare in culo. Era incazzatissimo, voglio dire, uno della band era salito sul palco a suonare con me. Mi sono detto: magari lo farà con tutti. E invece a quanto pare non è accaduto per nessun altro dei 50 mila candidati.

Pensavi di vincere una volta arrivato in finale?
Sì. Eravamo rimasti in cinque. Durante l’ultima puntata ho cantato You Can’t Always Get What You Want: se vuoi farti due risate vai a rivedere il video. Per scherzare, Kirk degli INXS – gli voglio un gran bene: parliamo spessissimo – dieci minuti prima che mi esibissi davanti a milioni di telespettatori è venuto da me e mi ha detto: «Abbiamo scelto l’altro tizio». A quel punto avevo due possibilità: lasciare perdere o buttarmi. Sono andato là fuori e ho dato il meglio. L’angelo sulla mia spalla mi ha sussurrato: «Vai e canta al meglio, come se avessi ancora una chance». L’ho fatto. E ho vinto.

Com’è stata la prima volta coi ragazzi della band senza telecamere in giro? Dev’essere stato strano lasciarsi alle spalle il talent per entrare nella vita vera.
Eh sì, prima era tutto confinato in uno studio televisivo. Sul tavolino della stanza che avevano prenotato per le quattro settimane seguenti, dove avrei alloggiato durante le registrazioni dell’album, ho trovato un foglio di carta intestata che diceva: «Congratulazioni. Ci piaci. Sei la persona giusta. Domattina alle 8 devi essere in studio» (ride).

La prima volta che sono stato finalmente solo con loro è stato ai Westlake Studios, dove Michael Jackson ha inciso Thriller. Un’esperienza pazzesca: ho cantato nella stessa stanza in cui l’aveva fatto lui. Insomma, c’eravamo solo noi e un altro paio di persone che lavoravano per gli INXS. Io stavo ancora cercando di orientarmi, erano passati quattro o cinque giorni dalla fine del reality, era una specie di sogno che si avverava. Spesso si dice: «Mai incontrare di persona i tuoi idoli». E invece sono felicissimo di averlo fatto, perché quei ragazzi mi hanno cambiato la vita in meglio. Senza di loro, senza una band, non avrei mai avuto una simile esposizione e non avrei mai potuto sperimentare l’ebbrezza di lavorare insieme ad alcuni fra i migliori autori del music business.

Tentavi di cantare come Michael Hutchence e miravi ad essere anzitutto te stesso?
Diciamo che sono stato fortunato, perché anche quando pensavo di essere al 100% me stesso ci sono state persone – incluso il fratello di Michael, Rhett – che mi dicevano: «Cazzo, amico. Se chiudo gli occhi mi pare di sentire Michael». Io non me ne accorgo, anche quando riascolto la mia voce non mi viene da pensare che sembro Hutchence. Non ho mai provato a imitarlo, però ho cercato di imparare da lui le sfumature e le inflessioni da dare ai pezzi, perché stiamo parlando di una band che, quando sono arrivato io, era insieme da quasi 30 anni. Sono affiatati. Sanno prevedere le mosse degli altri sul palco perché suonano insieme da un sacco di tempo. I giornali australiani facevano di continuo confronti con Michael: “Ha messo la gamba sulla cassa spia come lui. Tiene il microfono allo stesso modo”. Ma, insomma, abbiamo due sole mani, no? Quando l’ho letto ho pensato: pure Frank Sinatra teneva così il microfono. Alla fine invece di farmi distrarre da quella roba ho continuato a fare le mie cose.

Michael Hutchence non è uno dei cantanti più noti della storia del rock, specialmente in America, ma di sicuro è stato uno dei più carismatici. Quant’è stato difficile sostituirlo ed essere continuamente paragonato a lui?
Bella domanda. È stato spaventoso, come sostituire Elvis o Jim Morrison. Ho fatto dei concerti in cui il pubblico mi scrutava durante i primi tre brani, tipo: «Sarà meglio che canti bene, amico». Ma alla fine della serata erano lì che se la godevano.

Ti sentivi un componente della band o un semplice turnista?
Al 100% un membro del gruppo. I ragazzi m’hanno accolto a braccia aperte. Io ero un po’ problematico e stavo lavorando per combattere alcuni miei demoni. Quando ho vinto il reality ero in preda a una brutta depressione.

Ricordo di avere visto dei titoli, più o meno nel 2009, che dicevano: “J.D. Fortune, cantante degli INXS, licenziato all’aeroporto di Hong Kong”. Cos’è successo?
Non sono stato licenziato anche se i giornali l’hanno scritto. Ho anche provato a chiedere una rettifica, ma erano testate troppo grandi: in pratica mi hanno risposto di rivolgermi a un avvocato. Quando ho visto quei titoli mi è caduta la mascella. Ma che cazzo!? Non ho mai detto di essere stato licenziato. Infatti gli INXS sono stati così carini da pubblicare una lettera nel loro sito web che in pratica diceva: “Vogliamo bene a J.D., è una gran persona. Non è mai stato licenziato. Ci stiamo solo prendendo una pausa”. Avevamo delle divergenze a livello musicale: io per l’album nuovo avevo in mente un’altra direzione, mentre loro pensavano di rifare i vecchi successi. Aveva senso, questo lo capivo, ma ero convinto che dovessimo battere il ferro finché era caldo. Siamo stati on the road per tantissimo tempo. Nel 2006 ero in Canada e Madonna era al numero 2, mentre gli INXS erano al primo posto della classifica dei video. E ho pensato: «Mio Dio, abbiamo superato Madonna». È stata una cosa pazzesca per un ragazzo degli anni ’80 come me. Siamo stati in tour così a lungo, per quel disco, che a un certo punto ho letto “Il nuovo album di Madonna debutta al numero 39 della classifica” e ho pensato: «Madonna ha fatto un disco nuovo? Cazzo, noi stiamo ancora promuovendo quello vecchio!».

Così hai detto agli altri che volevi scrivere nuovi brani e incidere un altro album?
Sì. In quel periodo Andrew lavorava con un autore incredibile, Ciaran Gribbin. Credo che stessero scrivendo pezzi nuovi, ma non ho mai sentito nulla di ciò che hanno partorito.
Poi ho accettato di partecipare al disco di cover (Original Sin, del 2010, è stato inciso con una serie di cantanti ospiti come John Mayer e Rob Thomas, ndr). Ho cantato due brani: The Stairs e Love Is (What I Say). Il secondo contiene una delle mie migliori performance vocali di sempre, ma non è finito nel disco: un peccato, perché è un classico degli INXS. Loro avevano moltissimi impegni e io ero ormai alla sindrome da burnout. Ero giunto al punto in cui prendere un microfono in mano mi faceva venire voglia di stare altrove.

In passato hai accennato più volte al fatto che in quel periodo usavi droga.
Sì, sono sempre stato molto sincero al riguardo. Ero vittima di una brutta depressione e cercavo di curarmi da solo. Prendevo tutto ciò che trovavo, tranne l’eroina. E non mi piacciono gli allucinogeni come l’acido e roba simile. Ma ho avuto una storia d’amore con la cocaina. Sono più di 10 anni che sono pulito ed è una delle cose che più mi rendono orgoglioso.

Prendevi droghe pesanti quand’eri in tour con gli INXS?
Sì. Dicevo che andavo a correre. Se ci esibivamo il lunedì e il martedì, poi avevamo mercoledì e giovedì di riposo per poi suonare di nuovo venerdì, sabato e domenica. In quei due giorni liberi arraffavo tutto ciò che potevo e mi chiudevo nella mia stanza d’albergo.

Sei andato in tour con loro nel 2011. Come è stato?
Bellissimo. Una parte del tour si è svolta in Australia, che per me è un posto magico, dove mi sento bene. Mi piace l’aria che si respira. Mi piace la gente. Mi piace la musica, soprattutto. È lì che sono davvero diventato J.D. Fortune, quando ho vissuto in Australia e ho lavorato con gli INXS. Fino a quel momento J.D. Fortune era una specie di entità eterea che fluttuava nell’aria. Gli INXS l’hanno fatto divenire reale.

Quando sono andato in Australia mi sono esibito nel programma televisivo del mattino più importante del Paese, Sydney Sunrise. Ci si aspettava che si presentassero 1500 persone, ma ne arrivarono 6000. In quel momento ho pensato che eravamo i cazzo di U2. Mi dicevo: «Ora sono in un gruppo enorme». Tutta quella gente è uscita alle 7:45 del mattino e ha inondato le strade di Sydney. C’è su YouTube, è fantastico.

Il tuo ultimo show con loro è stato ad Atlanta, nel 2011, Cosa ricordi di quella serata?
Credo fosse la seconda volta che suonavamo lì. Ricordo che quella sera un tizio della security è stato cacciato. Non posso fare nomi, ma in pratica fregava soldi alla band. Gli chiedevamo di comprare le batterie per i nostri trasmettitori wireless, i microfoni e gli auricolari: lui ne acquistava 100, ma ce ne faceva pagare 250. Succedeva di continuo. Comunque alla fine dello show ho detto loro: «Ci si vede, signori. Chiamatemi se ci sarà possibilità di suonare ancora con voi».

Poche settimane dopo hanno annunciato che Ciaran Gribbin sarebbe diventato il nuovo cantante. Cos’è successo?
Se ricordo bene, avevano intenzione di iniziare a lavorare a un altro disco, una compilation di successi rimasterizzati. Credo ci sia stata della confusione e qualche intoppo nella comunicazione circa la mia volontà di partecipare o meno. Non pensavo che avrei potuto avere un ruolo o voce in capitolo, visto che si trattava del loro vecchio materiale. Credo che tutto sia successo per questo. Non mi ha urtato più di tanto sapere che avevano ingaggiato un altro cantante perché, devo dire, i viaggi da Los Angeles all’Australia sono pesanti. Parliamo di 15 ore di volo. In un mese l’ho fatto sei o sette volte. In qualche modo è stato quasi un sollievo. Ma poi all’improvviso ho avuto un’illuminazione tipo Mamma, ho perso l’aereo e mi sono detto: «Oh mio Dio, cosa è successo?».

Hanno suonato dal vivo con Ciaran per qualche mese, poi si sono fermati e non si sono più fatti vivi da allora. Tu sai cos’è accaduto?
Ho parlato con Kirk un mesetto fa. È stato molto chiaro, mi detto: «Non credo che faremo più concerti». Non so se ne sei al corrente, ma Tim ha perso alcune dita in un incidente. È un brutto colpo. Bruttissimo. Quando sei un chitarrista conosciuto in tutto il mondo e perdi delle dita, è durissima. Prego per lui, che stia bene. Io ho scritto dei pezzi e ho fatto qualche registrazione. Ho ricevuto delle offerte di andare in tour che mi porteranno in Australia. Mi piacerebbe andarci e cantare dando il meglio di me per chi verrà. Farò anche qualche brano degli INXS. E contatterò i ragazzi per vedere se hanno voglia di fare una jam, anche solo fra noi.

Negli anni seguenti alla tua fuoriuscita dalla band, hai avuto difficoltà a trovare il tuo posto nel mondo?
Sì. Will Smith ha descritto bene questa situazione tempo fa, prima dello schiaffo alla cerimonia degli Oscar. Ha detto: «Essere famosi è difficile. Ma ancora più difficile è essere famosi e al verde». Ed è quel che è capitato a me. Ero il bersaglio perfetto per chiunque volesse puntare il dito e dire: «Hai fallito». Per qualche motivo tutta la colpa è ricaduta su di me. Forse perché è più facile usare l’ultimo arrivato come capro espiatorio.

Che effetto ti fa quando, magari mentre stai guidando, in radio passano Need You Tonight o Never Tear Us Apart? Le canticchi o cambi stazione?
Mi sciolgo. Perché io c’ero. Ero lì, ma non sono stato in grado di reggere. Sentire le canzoni degli INXS m’inorgoglisce. Un annetto fa ero al supermercato ed è partita Need You Tonight. Un paio di persone in coda mi hanno riconosciuto. Quando è arrivato il momento di pagare, mi sono trovato davanti la cassiera: avrà avuto 17 anni. Mentre passava la mia spesa le ho detto: «Ero in questa band». E lei, senza fermarsi un attimo ha detto, con tono freddo e annoiato: «Ok». (Ride) Ecco, questo riassume la mia carriera.

Tradotto da Rolling Stone US.

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