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La lotta del chitarrista di Dylan col coronavirus

I sintomi, il gusto azzerato, il test fatto in un parcheggio, la febbre, la paura. Larry Campbell racconta le ultime due settimane passate «cercando di sopravvivere»

Larry Campbell

Foto: Kevin Mazur/Getty Images

Quando il 16 marzo sono iniziati gli attacchi di tosse, Larry Campbell gli ha attribuiti all’allergia al polline arrivata in anticipo. Il chitarrista, spalla di Bob Dylan (dal 1997 al 2004, ndr) e vincitore di tre Grammy per gli album prodotti per Levon Helm, era a Woodstock di ritorno da New York. Poi è arrivata la febbre. Tre giorni dopo Campbell, che ha 65 anni è stato sottoposto al test per il coronavirus. Ha saputo il risultato pochi giorni dopo: era positivo.

Il Covid-19 sta avendo un grande impatto anche sulla comunità musicale. Ha già causato la morte di Adam Schlesinger dei Fountains of Wayne, della star del country Joe Diffie, del pioniere della world music Manu Dibango, del trombettista jazz Wallace Roney e dell’autore di I Love Rock & Roll Alan Merrill. John Prine è ricoverato in ospedale con il virus. Altri hanno annunciato di essere positivi. Tra di loro, Jackson Browne, la leggenda del folk Tom Rush, il cantante dei Testament Chuck Billy e il fondatore degli Asleep at the Wheel Ray Benson.

Può essere una coincidenza, ma anche Campbell come altri positivi al virus ha preso parte il 12 marzo al concerto di beneficenza Love Rocks al Beacon Theatre di New York (gli altri sono Jackson Browne, Tanya Blount-Trotter dei War and Treaty e un membro della crew).

Dopo quasi due settimane, sabato scorso la febbre è scesa e ora il chitarrista si sta riprendendo a casa. «È una brutta bestia», spiega a Rolling Stone. «Ci vorrà un po’ di tempo prima che mi riprenda del tutto, ma sto guarendo».

Dicci, che cos’è successo dopo il 16 marzo, la tosse e la febbre?
Martedì sono peggiorato, mercoledì ho passato una brutta nottata. Teresa [Williams, moglie e collaboratrice] ha chiamato il dottore. Mi ha fatto andare quel giovedì pomeriggio nel parcheggio del suo ufficio. È uscita una donna con una tuta protettiva e mi ha fatto il test. Durante il fine settimana sono peggiorato. Non ho avuto il risultato fino al lunedì.

Ed era positivo.
Sì, a quel punto ho capito. Avevo tutti i sintomi, compresa la mancanza di gusto e olfatto, che è una cosa stranissima. Quando hai l’influenza i sensi un po’ si deteriorano, ma per lo meno se metti in bocca un’arancia capisci che frutto è. Col virus no, le papille gustative sono azzerate. Non sentivo nemmeno aglio e broccoli saltati in padella. E se non senti l’aglio, allora non senti davvero nulla (ride, nda).

Sto stato influenzato un sacco di volte, ma mai una cosa altrettanto debilitante. La temperatura corporea oscillava attorno ai 38 gradi. A un certo punto è arrivata a 39. Ci sono stati giorni in cui dovevo fare uno sforzo gigantesco anche solo per alzarmi e raggiungere il divano su cui passavo tutto il giorno sdraiato, tranne quando andavo in cucina per costringermi a mangiare qualcosa. Era difficile persino salire le scale per raggiungere la camera da letto. Di notte non riuscivo a dormire per il mal di testa e la febbre.

Prendevo il Tylenol per abbassare la febbre, ma poi arrivavano i mal di testa. Ero disidratato e perciò continuavo a svegliarmi per bere acqua. Cercavo di dormire, ma a quel punto dovevo fare pipì. Un incubo. Ho perso almeno 5 chili e mezzo.

Poi che cos’è successo?
Quel venerdì [il 27 marzo] è stato critico, ho cominciato a pensare che le cose potessero mettersi per il peggio, che forse mi stavo beccando una polmonite. Teresa cercava di far venire un’ambulanza per portarmi in città. Mentre ero al telefono con lei e con mia cugina, che è infermiera, la febbre ha cominciato a scendere. L’avevo appena provata, era a 38 gradi. Alla fine della conversazione era scesa a poco più di 37. Ci siamo detti: vediamo come va la notte. La mattina dopo, sabato 28 marzo, avevo 36,4.

La temperatura non è più salita. Ho iniziato piano piano a sentire un certo appetito, cosa che non era mai accaduta durante la settimana. Mi sono persino vestito e ho passeggiato in giardino. Mi ha fatto sentire benissimo sul momento, ma quando sono rientrato ho temuto di aver fatto il passo più lungo della gamba, sai, per i polmoni.

Intanto Teresa era nel tuo appartamento di Manhattan, per ragioni di sicurezza. Quindi eri in casa solo? Dev’essere stato doppiamente terribile.
Sì, ero solo. È stato tremendo. La gente voleva portarmi cose e rifiutavo. Lasciavano cibo e zuppa all’ingresso, li salutavo con la mano attraverso la finestra, aspettavo che se ne andassero e uscivo a prendere la roba.

Hai sentito i tuoi amici musicisti?
Elvis Costello si è fatto vivo via e-mail. Rosanne Cash mi ha mandato una bellissima e-mail. Jerry Douglas mi ha mandato una cosa che m’ha fatto piangere: un MP3 in cui suonava Home Sweet Home col dobro. Mi ha tirato su il morale in modo pazzesco. Mi ha contatto anche il manager di Bob Dylan, Jeff Rosen.

Suonavi la chitarra?
Stamattina per la prima volta ho suonato il mandolino per un’oretta e mi ha fatto un gran bene. Ho visto su YouTube alcuni video di violinisti e ci ho suonato sopra. Ho capito che stavo tornando in me. Non sono ancora al 100%, ma è incredibile quel che fa ai musicisti l’assenza della musica, anche solo psicologicamente. Se non puoi alzarti e suonare la chitarra non sei più te.

Hai idea di come hai preso il virus?
No. Potrebbe essere stato a quel concerto di beneficenza [Love Rocks]. Magari prima. Ero stato a Seattle la settimana precedente. O il fine settimana in cui sono tonato a casa.

Finora, quattro persone che erano a quel benefit sono risultate positive. Ti fa pensare questa cosa?
Difficile dire che cosa sia successo. So che Jackson era arrivato in aereo da Los Angeles. Tutti cercavano di salutarsi coi pugni o i gomiti rispettando per quanto possibile il distanziamento sociale, ma non era ancora diventato un comportamento acquisito. Ho abbracciato persone che non vedevo da tempo. Anche se conosci quali sono i comportamenti corretti, i riflessi ti fregano ed eccoti che butti un braccio attorno al collo di un amico. Col senno di poi avrei dovuto stare più attento.

Ora come stai?
Nelle ultime 72 ore c’è stato un continuo miglioramento. Ma non ho un protocollo standard da seguire. Forse mi sono messo il contagio alle spalle, ma devo aspettare ancora un po’ e parlare con il mio medico per vedere se è necessario ripetere il test. Quand’è che potrò uscire e far funzionare bene i polmoni? Devo prendere delle medicine? Non ne ho idea, a parte il Tylenol per la febbre.

Che cos’hai imparato da questa esperienza?
Sto ancora cercando di capirlo. Ho passato le ultime due settimane a cercare di rimanere vivo. È davvero grave. Ti fa rivalutare quel che fai normalmente. Non ho potuto toccare o abbracciare Teresa, e nemmeno guardarla. Ci sentivamo di continuo al telefono. Ho capito quant’è importante il nostro rapporto.

Ora sono preoccupato per John Prine. È miei pensieri. Ho anche saputo di Tom Rush. È un bel problema. Se le cose dovessero andare male, potrebbero lasciarci molti musicisti di quella fascia d’età. Spero davvero non accada.

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