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La Ibeyi fanno incantesimi

Sono gemelle e figlie d’arte, sentono di ricevere «lo stesso messaggio dall’universo» e nel nuovo album ‘Spell 31’ cantano di vulnerabilità, di sentirsi sempre "étrangers", di accettazione e poteri primordiali

Ibey

Foto: Suleika Muller

L’espressione che le Ibeyi ripetono più spesso, nel corso della nostra conversazione – che si svolge in francese, con qualche occasionale digressione in inglese – è «c’est marrant»: ovvero è buffo, ma anche strano, inaspettato, che ti colpisce, che sembra quasi orchestrato da un potere superiore. E in effetti la vita delle gemelle Naomi e Lisa-Kaindé Díaz, di anni 27, sembra una gigantesca bolla di serendipità in un universo quanto mai caotico e bizzoso.

Figlie del leggendario percussionista cubano Anga Díaz e della cantante franco-venezuelana Maya Dagnino, cresciute tra l’Avana e Parigi, cominciano a fare musica a 11 anni per onorare la memoria del padre, stroncato giovanissimo e all’improvviso da un attacco cardiaco. Quando ne hanno 19, altri due eventi cambiano per sempre la loro esistenza. Da un lato sono colpite da un altro lutto devastante, la morte della sorella maggiore Yanira per un aneurisma cerebrale. Dall’altro firmano con l’etichetta dei sogni, la XL Recordings di Richard Russell: la stessa di Prodigy, Radiohead, Adele, FKA twigs, Gotan Project, King Krule, M.I.A. e tanti altri. A colpire Russell è l’anima antica delle ragazze, innamorate della tradizione yoruba (la cultura e la lingua africana degli schiavi deportati a Cuba, da cui viene la parola stessa Ibeyi, che significa appunto gemelle), ma anche la loro immensa modernità (sono grandissime fan della musica hip hop e R&B, che reinterpretano in una chiave intimista e con una profondità rara). Le loro canzoni sembrano provenire da una dimensione idilliaca e rarefatta, in cui gli esseri umani e gli spiriti coabitano proficuamente scambiandosi il segreto della felicità eterna. La gioia, la consapevolezza e la maturità con cui affrontano argomenti dolorosissimi non può che risultare spiazzante.

Il loro album di debutto Ibeyi del 2015 è una sorta di ringraziamento/invocazione agli orisha, gli dèi della Santeria, per tutte le benedizioni a loro concesse nonostante le grandi difficoltà; Ash, del 2017, è un gioioso invito a combattere le proprie battaglie, in cui si rivendicavano orgogliosamente femministe, lontane anni luce dal materialismo occidentale e dagli stereotipi razzisti. Con il passare del tempo hanno conquistato un pubblico sempre più vasto e raffinato: tutti le reclamano, dall’haute couture a Beyoncé, che le ha volute nel suo music film Lemonade. Ma la dimensione spirituale e civile è sempre ben presente nella loro produzione.

A cinque anni di distanza dal precedente, arriva il loro terzo lavoro in studio, Spell 31, in uscita il 6 maggio. Il focus si sposta nuovamente: dopo il cielo e la Terra, si passa a una dimensione molto più interiore.

Cosa avete fatto negli ultimi cinque anni?
Naomi: Siamo state molto in tour e a parte quello ci siamo riposate e abbiamo vissuto, almeno fino all’arrivo del Covid. Durante la pandemia eravamo separate per la maggior parte del tempo: Lisa vive a Londra, io a Parigi. È stato un periodo difficile come per chiunque, tra quarantene e tutto il resto, però a un certo punto ho avuto la fortuna di raggiungerla in Inghilterra e di iniziare a lavorare a Spell 31: è bellissimo avere la possibilità di fare un lavoro che si ama, anche in circostanze del genere.

Mi spiegate meglio il titolo dell’album?
Lisa-Kaindé: È una delle formule magiche contenute nel Libro dei morti egizio. Il primo giorno in studio ci siamo perse in lunghe discussioni sui nostri antenati, sulla schiavitù, sulle streghe e le guaritrici che venivano bruciate sul rogo, e su tutto ciò che abbiamo perduto a causa di questo. Richard Russell stava sfogliando il Libro dei morti, che aveva lì per caso: lo abbiamo aperto e siamo capitate proprio sulla formula numero 31, che recita: «O tu che proverai a parlare contro questo mio incantesimo, sarai scacciato via da una linea di discendenza ininterrotta. Il tempo custodisce le stelle e io custodisco la magia». Ci siamo sentite all’improvviso come protette da una forza superiore, di cui avevamo un gran bisogno, e ci siamo anche sentite connesse ai nostri antenati attraverso quel potere primordiale: ci è stato subito chiaro che dovevamo intitolarlo così.

C’è una qualche connessione con l’ultima traccia dell’album, Los muertos?
Lisa-Kaindé: In realtà è buffo, perché di fatto Los muertos è la cover di un brano di nostro padre, Rezos, in cui elenca il nome di tutti i percussionisti che sono morti prima di lui e che lo hanno ispirato. Sono sempre stata ossessionata da quella canzone, e ho sempre detto a Naomi che avrei voluto farne una nostra versione. Così abbiamo campionato la voce di nostro padre da quel brano, che era anche una maniera di averlo presente nel disco, e abbiamo elencato tutti i nomi dei cantanti e dei musicisti che ci hanno ispirato: Gil Scott-Heron, Prince, Roy Hargrove…
Naomi: Ma anche quello di molti parenti e amici di famiglia. Volevamo rendere omaggio alle persone a noi care.

Il vostro bagaglio familiare condiviso è enorme e da sempre lo mettete nelle vostre canzoni. Riuscite a immaginare un futuro da soliste, in cui ciascuna fa musica per conto proprio?
Naomi: Da sola? No, mai. Assolutamente mai.
Lisa-Kaindé: Abbiamo sempre pensato di essere venute al mondo insieme perché eravamo destinate a realizzare qualcosa insieme. Siamo gemelle perché abbiamo un cammino condiviso, un segreto in comune. E penso che questa teoria sia stata confermata, perché più andiamo avanti e più ci sembra di ricevere lo stesso messaggio dall’universo: il carico che ci è stato assegnato può essere trasportato solo a quattro mani.

In Sister 2 Sister dite “Le gemelle sono uguali? È un cliché”…
Naomi: Siamo molto diverse, ma ci assomigliamo per forza di cose, perché siamo state cresciute nello stesso modo. Il nostro approccio alla vita è lo stesso, abbiamo gli stessi princìpi, ma più cresciamo e più ci differenziamo nelle esperienze, nei gusti, nei modi… Per fortuna, aggiungerei.
Lisa-Kaindé: Ma anche ora che viviamo in Paesi diversi, non è cambiato nulla tra noi.
Naomi: Abitare lontane ci fa bene, perché a furia di condividere tutto, lavoro compreso, passavamo davvero troppo tempo insieme, e ogni tanto è bene fare qualche piccola pausa. Non siamo mai state quel tipo di gemelle che vivono in simbiosi.
Lisa-Kaindé: Infatti, siamo molto indipendenti, per scelta. Così come per scelta abbiamo deciso di lavorare insieme.

A proposito, nell’album c’è una traccia che si intitola Foreign Country
Naomi: Una canzone in cui diciamo che essere gemelle è come abitare una terra straniera, esatto. Tutti ci chiedono com’è essere una gemella, ma come facciamo a dirlo? Non conosciamo altra realtà che questa. E poi, è una condizione così particolare che probabilmente è inspiegabile.

Dopo i primi anni a Cuba vi siete trasferite a Parigi, oggi fate la spola tra la Francia e l’Inghilterra: cos’è la terra straniera, per voi?
Lisa-Kaindé: È buffo, perché per noi la parola étranger è bellissima (in francese, oltre a straniero, significa anche estraneo, nda). L’altro non ci ha mai fatto paura, anche perché ci sentivamo straniere un po’ dappertutto. Non siamo del tutto cubane, non siamo del tutto francesi, non siamo propriamente nere, ma neanche propriamente bianche… Viviamo sempre in una terra di mezzo, dove troviamo moltissima ricchezza.

In un’altra canzone, Tears Are Our Medicine, parlate dell’importanza di versare lacrime e di sentirsi fragili, ogni tanto. Le artiste pop femminili spesso sembrano lanciare il messaggio opposto: bisogna essere forti, vietato mostrare debolezza.
Naomi: Attenzione, non parliamo di essere fragili, ma vulnerabili. E quando si è vulnerabili si è molto forti, in realtà. Non esiste relazione umana, che sia di amicizia o amorosa, senza vulnerabilità. Solo così è possibile essere veri.
Lisa-Kaindé: Essere vulnerabili non è una debolezza. Molte giovani donne hanno l’impressione di doversi sforzare di non piangere mai, che quello è l’unico modo per arrivare da qualche parte nella vita e rivendicare il proprio posto nel mondo. Ma non funziona, perché a un certo punto esplodono. Il bello della vulnerabilità è che accetti che ci siano cose che ti fanno del male, che la vita è dura, che è dolorosa. Comporta del coraggio, ma a dispetto di tutto scegli di continuare quel percorso accidentato. Ovviamente non parlo di situazioni violente o di abusi – se vi trovate in una situazione del genere non dovete sopportare, dovete andarvene – ma in generale è difficile per tutte, e solo prendere atto di questa difficoltà e abbracciarla ci permette di andare avanti.
Naomi: Che poi, se ci pensi è buffo: quell’essere inscalfibili a tutti i costi è un comportamento che abbiamo imparato dagli uomini. E la storia ha dimostrato che non funziona granché bene. Anche loro dovrebbero capire che hanno bisogno di piangere, gridare, sfogarsi, parlare, ballare, ogni tanto. Di uscire dal proprio corpo e buttare fuori il dolore, dandogli corpo e poi lasciandolo andare.

Tra pandemia e guerra è un periodo molto doloroso. Ha influenzato in qualche modo il vostro approccio alla musica?
Lisa-Kaindé: Sì, molto. Come tutti eravamo chiuse in casa senza distrazioni, a guardare fuori dalla finestra. A livello inconscio, credo che ci siamo rese conto che non avevamo avuto modo di affrontare il problema, cosa che ci ha portato a realizzare un album che parla molto di guarigione, in senso lato. Ma parla anche di celebrare la vita, cosa che non ci siamo concessi di fare negli ultimi due anni, perché eravamo troppo impegnati a sopravvivere. Tutto il disco è costellato da queste piccole epifanie, ma parla molto anche di amor proprio, di accettarsi per come si è senza voler rivoluzionare la nostra intera personalità per qualcun altro.

In Creature dite “Non devo essere perfetta, sono solo una creatura”…
Lisa-Kaindé: La perfezione non corrisponde alla felicità. E poi, essere perfetti per chi? Perché cambiare e trasformarsi per piacere a qualcun altro? Ci sono passata anche io e mi sono fatta molto male. Quando mi sono resa conto di aver messo da parte la mia personalità, ho capito che chi mi ama lo fa per ciò che sono e non per ciò che non sono.
Naomi: Io invece non ci sono passata mai. Fin dall’inizio ho sempre voluto essere imperfetta ed ero ben contenta così (ride).
Lisa-Kaindé: Ed è giusto. Il succo è che bisogna imparare ad essere orgogliose di noi, e a proteggerci da chi ci fa del male. Che poi è l’argomento di un’altra canzone, Lavender and Red Roses, con Jorja Smith: non bisogna lasciarsi trascinare a fondo dalla negatività e dai problemi dell’altro. Non ne vale la pena, bisogna troncare di netto.

È per quello che nel video della canzone, ambientato nel deserto, prima cercate di salvare il ragazzo intrappolato in fondo al pozzo e poi tagliate la corda che lo sorregge?
Naomi: Esatto, è una cosa che è capitata a tutti prima o poi. A trascinarci giù non sono necessariamente i nostri partner: possono essere i nostri figli, i nostri amici. Facciamo di tutto per aiutarli, ma a volte non riusciamo a risollevarli, anzi, peggioriamo la situazione anche per noi stessi. È importante ascoltare gli altri, ma non farci ricoprire di merda dagli altri, perdona il linguaggio. La verità è che è impossibile salvare qualcuno che non vuole essere salvato.
Lisa-Kaindé: Ci piacerebbe tanto, ma non è fattibile.

Oltre a Jorja Smith, nell’album avete coinvolto anche Pa Salieu per Made of Gold e Berwyn per la cover di Rise Above dei Black Flag. Come avete scelto i featuring?
Naomi: Li ha scelti l’universo, in realtà. Con le Ibeyi è sempre così, non ci piace organizzare le cose a tavolino: i featuring devono avere un senso a livello umano e musicale. Non vogliamo fare una canzone con qualcuno semplicemente perché funziona.
Lisa-Kaindé: Un giorno, mentre eravamo in studio, Richard Russell è uscito per prendere un caffè al bar dietro l’angolo e ha incontrato il manager di Pa Salieu che passava di lì. Hanno iniziato a parlare di noi e di quanto lui fosse nostro fan, e due giorni dopo stavamo lavorando insieme in studio. Invece Jorja, che è una nostra cara amica da tempo, è passata in studio per ascoltare l’album: Lavender and Red Roses le è piaciuta tantissimo, così l’abbiamo invitata a cantare con noi all’unisono, è stato qualcosa di magico. E per quanto riguarda Rise Above con Berwyn, anche lì è stato quasi destino.

Cioè?
Lisa-Kaindé: Abbiamo sempre amato le cover e le abbiamo sempre fatte, da Better Tune In with the Infinite di Jay Electronica a Ain’t Nobody di Rufus & Chaka Khan. Stavamo ragionando su quale fosse la canzone giusta da reinterpretare, quando un giorno Richard ci ha fatto trovare in studio il testo di Rise Above. Quando l’abbiamo letto, abbiamo trovato quelle parole così attuali che ci siamo sentite in obbligo di farle nostre, reinventando la melodia. A quel punto ci ha presentato Berwyn, dicendoci che sarebbe stato perfetto per quella canzone. E lo è stato: è arrivato con la sua strofa già scritta e ha registrato così, buona la prima. Di getto. Siamo così iper-protettive nei confronti della nostra versione di quel brano che non abbiamo ancora voluto ascoltare l’originale (ride).
Naomi: Non conoscevamo proprio i Black Flag, a dire il vero. Ma anche questo è il bello del nostro lavoro: non si finisce mai di imparare.

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