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La grande fuga dei Beach House

Scappo dalla realtà: la vita, la musica e il doppio ‘Once Twice Melody’, un viaggione fuori dal tempo e dallo spazio pubblicato in quattro capitoli digitali, per «farvi entrare nel disco un po’ per volta»

I Beach House, ovvero Alex Scally e Victoria Legrand

Foto: David Belisle

La voce di Victoria Legrand arriva dall’altra parte di una Zoom call. L’ultima volta ci eravamo sentiti al telefono, che è praticamente la stessa cosa, ma «almeno si poteva passeggiare per casa durante le interviste». Iniziamo dall’evento più traumatico del decennio, la pandemia. Credo continuerà a interessarmi ancora a lungo conoscere le storie e le vicende quotidiane delle persone durante quei giorni: «Principalmente mi sono dedicata al birdwatching, sono tornata a Madre Natura e mi ha dato tanta forza. Ho cercato di vivere tutto come un’occasione più che una costrizione, credo fosse l’unico modo». Poi anticipa una delle domande che le avrei fatto di lì a poco: «È strano parlarne in questi termini perché la verità è che ci siamo ancora dentro ed è questo il principale motivo, credo, per cui non c’è una data del nostro tour in Italia, mi dispiace molto, non ho una spiegazione diversa da questa».

Evito di farle notare che l’imminente tour dei Beach House prevede date letteralmente in tutta Europa e negli Stati Uniti e che il problema con i concerti qui in Italia è atavico, la pandemia è solo l’ultimo flagello. Visto che ci siamo praticamente dimenticati della musica dal vivo nei club e nei piccoli locali, per fortuna è ancora possibile ascoltare un nuovo album in cuffia, buoni buoni tra le mura del proprio appartamento. Ed è questo quello che ho fatto a lungo con Once Twice Melody, l’ottavo disco del duo di Baltimora, un lavoro che è innanzitutto generoso: un doppio LP, 18 tracce uscite in quattro capitoli da novembre in poi. Una scelta che ho apprezzato proprio perché mi ha aiutato a uscire dal binge listening imposto in un modo o nell’altro dalle piattaforme, allungando la vita alle canzoni e di conseguenza la loro presenza nella colonna sonora dei miei ricordi. Sto imparando a non dare per scontate queste cose, a esserne grato.

«È proprio come dici tu. È stato un modo per continuare a creare vita dove normalmente non c’è vita. In genere si completa un disco e poi ne parla per massimo sei mesi. Per costruire questo disco ci siamo presi molto più spazio di quanto non abbiamo mai fatto in passato, volevamo trasportare questa cosa anche a chi lo ascolta, facendovi entrare un po’ per volta». Prosegue sulla composizione dei capitoli: «Per come ce le siamo immaginate, queste canzoni non potevano vivere in un album dal formato ordinario, sono state loro a stimolare l’idea dei capitoli. È vero che nel complesso ne viene fuori un doppio album molto lungo per i nostri standard, ma se ci fai caso ogni capitolo presenta la sua via di uscita gentile da quelli successivi».

Le dico che l’ho notato e apprezzato tantissimo, la mia via di fuga preferita è Over and Over, che è anche quella che segna la metà del disco, vorrei che la lunga coda non finisse mai. In generale però Once Twice Melody, oltre ad essere un disco multiforme, con tanti inizi e tante fini dentro di sé, è anche un’opera immane dal punto di vista del sound. Dentro c’è tutto il repertorio dei Beach House, il famigerato dream pop, synthwave, ballate acustiche, chiaroscuri che si alternano in un paesaggio come sempre immaginifico, tremendamente attraente e cinematografico.

Superstar è un cortometraggio sonoro di sei minuti e otto secondi, crea in testa le immagini dalla prima nota, per me già un cult della band. Chiedo a Victoria come sia possibile che ogni nuovo album dei Beach House suoni così incredibilmente Beach House pur mostrando evidenti segnali di evoluzione e crescita, quale sia il lavoro dietro per plasmare in questo modo le cose e consacrarle al proprio stile: «Non è una cosa sulla quale lavoriamo. Non so come dire, capisco quello che dici, ma siamo i Beach House ed è normale che la nostra musica suoni come i Beach House. Ci nutriamo di tante cose e le filtriamo con il nostro sguardo, ci sono gli stessi elementi del passato ma li usiamo differentemente, aggiungiamo dimensioni alle cose. È chiaro, gli ingredienti sono gli stessi degli inizi, ma li usiamo in modi diversi».

In questo caso, per esempio, c’è stato l’utilizzo di uno string ensemble dal vivo, a regalare un’altra dimensione al disco: «È stato eccitante avere un desiderio così grande e aver avuto la possibilità di realizzarlo. È stato grandioso, ha reso tutto più melodrammatico». Melodrammatico e grandioso mi sembrano due termini che descrivono perfettamente Once Twice Melody, che è stato anche molto impegnativo, ha richiesto tre anni di manipolazioni. «Abbiamo sempre seguito il nostro istinto e l’ispirazione in una maniera molto innocente, poi, è chiaro, c’è stata la pandemia a rallentare tutto, togliendo ogni certezza verso il futuro, quindi di fatto ci siamo rapportati a questo disco senza avere limiti, scadenze o cose del genere. Siamo finiti in un rabbit hole molto intenso, più intenso di 7 più intenso persino di Bloom. Credimi fare un disco è sempre stato intenso per noi, ma questo in confronto agli altri lo è stato molto di più».

È sempre difficile rapportarsi con il nuovo lavoro di una band che ha rappresentato un intero movimento, le cose cambiano, le persone invecchiano, nessun disco farà tornare indietro gli anni Zero, purtroppo o per fortuna. Come si fa quindi a rinnovare un entusiasmo che ha brillato così tanto e che ora brilla in un contesto tanto diverso? Once Twice Melody è un disco che contiene tante “first time feelings” dico a Victoria. Abbiamo detto del formato e dell’orchestra di violini, ma c’è anche la prima volta che i Beach House si producono interamente da soli un disco.

«È importante invecchiando mantenere sempre qualche “first time feeling” in serbo (ride). Penso che non si possa tornare vergini nei confronti delle cose, ma ci si può sempre innamorare intensamente o scoprire nuove fascinazioni. Sono convinta che nella vita ci sono infinite cose da cui lasciarsi affascinare. Noi lavoriamo con questa mentalità, c’è una specie di insaziabile voglia di continuare a scoprire cose di cui innamorarci, cercando di non inaridirsi. Può essere la cosa più difficile del mondo, ma anche la più semplice. Il punto è che non si tratta di comprare lo strumento più costoso sul mercato o fare viaggi lunghissimi o cose del genere, magari le cose più significative sono nel parco dietro casa. Per noi sono queste piccole cose a rimanere importanti e a darci le più grandi chiavi di ispirazione».

Malgrado l’assenza di una tappa in Italia, ci sarebbe anche il ritorno ai concerti dopo così tanto tempo, abbastanza per poter sembrare come una nuova prima volta. «Ti giuro che la sto vivendo così. Onestamente penso che quando salirò di nuovo sul palco sarà incredibile. Ci piace davvero tanto suonare dal vivo e avere un rapporto diretto con il pubblico e dopo tre anni non so bene come sarà la mia reazione ma sarà molto intensa».

In attesa di poterli vedere di nuovo anche da queste parti, non poteva esserci sostituto migliore di Once Twice Melody per i vecchi e i nuovi fan dei Beach House, ma tanto non c’è alcuna differenza, la dimensione del tempo è sempre stata relativa da queste parti, sopraffatta dalla musica.

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