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La ‘gioventù bruciata’ di Mahmood

È passato per X Factor e Sanremo, ma il suo vero percorso inizia ora. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il cantautore di origini egiziane che ha pubblicato il suo primo EP e firmato una delle hit dell'estate

La sensazione, in questi ultimi anni, è che gli artisti italiani si dividano in due categorie ben distinte: ci sono a) quelli che scrivono belle canzoni e le cantano così così, e b) quelli che scrivono canzoni così così (o non le scrivono affatto) e le cantano bene. Mahmood, caso più unico che raro, canta benissimo e scrive anche meglio. Nato a Milano ventisei anni fa da mamma sarda e papà egiziano, è la sintesi perfetta del non plus ultra della metropoli. Cantautore contemporaneo, con un’immagine fortissima e dai confini sfumati – un po’ come il suo idolo Frank Ocean, “molto libero e in cui tutti possono identificarsi, gay o etero, perché l’essenziale è la persona e l’energia che trasmette e non l’orientamento sessuale” – non disdegna neanche i contesti più nazionalpopolari. Ha alle spalle una partecipazione, giovanissimo, a X Factor 2012 e una più recente a Sanremo, nella categoria Nuove Proposte del 2016; da qualche tempo scrive canzoni anche per altri interpreti ed è fresco di debutto con il suo primo EP ufficiale, Gioventù Bruciata. Un lavoro di cui è giustamente molto orgoglioso e che, quando lo incontriamo alla vigilia dell’uscita, non vede l’ora di raccontare.

Hai lasciato il segno fin dalla tua prima apparizione sul palco: molti ricordano ancora di te a X Factor…
Ai tempi avevo diciassette anni, quasi diciotto: mi piaceva cantare e sono andato a fare il provino, senza pensarci troppo su. Mi hanno eliminato quasi subito, però, e subito dopo ho deciso di intraprendere un percorso diverso, mettermi sotto seriamente e cominciare a comporre brani miei: mi sono iscritto a una scuola professionale di musica, dove ho studiato per due anni pianoforte, teoria e solfeggio. Avevo appena finito le superiori: la mattina, per mantenermi, lavoravo nei bar come cameriere, facendo apertura, e il pomeriggio andavo a lezione e scrivevo i miei primi pezzi.

Com’erano?
All’inizio non granché, devo dire! (ride) Ci ho messo un po’ prima di capire come strutturare le canzoni. Anche per quello, appena firmato il mio primo contratto, come prima cosa i miei produttori mi misero a scrivere con altri autori già rodati, come Alessandro Raina e Davide Simonetta, che mi hanno insegnato tanto. I primi singoli che abbiamo pubblicato, come Pesos o Dimentica, sono usciti proprio dopo quel periodo; Dimentica lo abbiamo portato anche a Sanremo. Il fatto che fossero accolti bene mi ha dato un po’ più di fiducia, e da lì mi sono lanciato a scrivere anche da solo.

Che tipo di esperienza è stata, quella di Sanremo?
Molto positiva, perché su quel palco ci porti te stesso: nessuno ti dice come vestirti o cosa fare. Potrei anche tornarci, prima o poi, se avessi il pezzo giusto. E se trovassi un look adatto: il pantalone che indossavo aveva fatto scuola… (Sghignazza, ndr) E poi, da lì per me è arrivata la svolta, grazie a Fabri Fibra, o meglio, a Paola Zukar, la sua manager.

Come mai?
Ci siamo conosciuti proprio nel backstage di Sanremo. Paola mi disse che le piaceva molto il mio stile e mi mandò alcuni beat che sarebbero dovuti finire nell’album di Fibra, chiedendoci se mi andava di provare a scriverci su. Scrissi il ritornello per Luna (poi uscita su Fenomeno – Masterchef EP del 2017, ndr) mentre ero in vacanza in Sardegna dai miei parenti. Lo sentì Michele Bravi che se ne innamorò e mi chiese di scrivere anche per lui: nacque così Presi male, che a sua volta venne notata da Klaus Bonoldi, il direttore artistico di Universal Music Publishing. Da lì in poi sono arrivate parecchie occasioni come autore: ho scritto Nero Bali per Elodie, il ritornello di Sobrio per Gué Pequeno e tante altre canzoni che usciranno nei prossimi mesi.

E arriviamo al tuo primo EP.
Sono canzoni che avevo in cantiere da un po’, frutto di un lavoro che dura da qualche anno. È una cosa che mi fa davvero felice, perché è un progetto a cui mi sono dedicato tanto. E non essendo uno che ama fare stories su Instagram o dirette Facebook, so che tutto quello che mi arriverà me lo sarò guadagnato sul serio, che la gente mi avrà conosciuto solo ed esclusivamente attraverso le mie canzoni.

Il primo singolo, Milano good vibes, è stato un inno per tutti coloro che sono stati costretti a passare l’estate in città: licenza poetica o eri anche tu uno di loro?
L’estate in cui l’ho scritta l’ho passata praticamente tutta a Milano da solo a scrivere e registrare, sì. È stata la città a darmi le vibrazioni positive necessarie, a togliersi la maschera e a parlarmi. Nel verso “Milano, sei un bellissimo deserto” mi riferisco a piazza del Duomo: mi ci sono ritrovato una sera tardi, dopo una giornata passata in studio a lavorare, e per la prima volta in vita mia l’ho vista vuota. Uno spettacolo pazzesco.

Le canzoni di Gioventù Bruciata sono una raccolta di istantanee, pensieri sparsi, immagini. Ascoltandole sembra davvero di vivere la tua vita attraverso i tuoi occhi e le tue parole…
Mi piace descrivere i dettagli, più che le immagini astratte: posti, odori, immagini, colori. Le mie canzoni me le sento dentro, ci metto tanto di mio. Cosa che a volte mi crea qualche difficoltà quando scrivo per altri, perché a furia di essere troppo autobiografico rischi di portare gli artisti dentro al tuo mondo.

Ecco, ad esempio: Mai figlio unico, in cui dici “Ho una sorella e un fratello dall’altra parte del mondo / forse di te e di me neanche sanno”, è autobiografica?
Quella frase mi è uscita quasi da sola, un giorno in cui ero sdraiato sul divano di casa mia a guardare le nuvole fuori dalla finestra. Nel mondo ci sono tanti tipi di famiglia, da quella della Mulino Bianco in giù. La mia è abbastanza particolare, come si intuisce da questo pezzo: il genere di famiglia in cui cresci con una madre sola perché i genitori si sono separati e uno dei due si è rifatto una vita altrove, e magari tu lo scopri anni dopo. Non credo di essere l’unico ad avere questo tipo di trascorsi, però, per cui parlo di me, ma anche di tante altre situazioni simili.

Tu hai radici egiziane da parte di padre, ma come dici anche nell’EP vivi da sempre a Milano sud…
In Egitto ci sono stato solo due volte in vita mia, entrambe bellissime, ma non so parlare l’arabo. In compenso, grazie a mia mamma parlo benissimo il sardo! (ride)

Però usi questo dualismo come metafora in un altro brano, Asia e Occidente.
È uno dei miei preferiti, non mi stanca mai! In quel periodo mi ero appena lasciato con una persona ed ero in fissa con l’album dei Baustelle. Ero seduto in un bar a bere Campari ghiacciato e mi è venuto fuori come un’illuminazione, un flusso di coscienza, tant’è che ho scritto il testo sul telefono, di getto. La melodia, invece, è nata al piano, quando sono tornato a casa, e il produttore, Katoo, ha arricchito il tutto con dei campioni vocali arabi pazzeschi.

A proposito, chi sono i tuoi produttori?
Per l’EP, oltre a Katoo (che aveva prodotto anche Pesos) ho collaborato anche con Ceri per Mai figlio unico e con i miei musicisti storici, Marcello Grilli e Francesco Fugazza, con cui avevo fatto anche Dimentica. Amo molto lavorare con loro perché fare musica è stata una sfida che abbiamo intrapreso insieme: col tempo abbiamo imparato tanto e siamo maturati, credo siamo arrivati a fare parecchia strada da quando abbiamo iniziato.

I tuoi riferimenti, sia in termini di scrittura che di suono, sembrano essere molto lontani dall’Italia…
In realtà la musica italiana mi piace molto e la ascolto spesso. Se devi scrivere in italiano è importante farti l’orecchio su ciò che senti in giro, perché qui abbiamo un modo tutto nostro per descrivere le cose. Però sì, sono cresciuto con la musica internazionale e il mood è sicuramente quello degli artisti che amo di più: Frank Ocean, Jazmine Sullivan, Travis Scott, Beyoncé, Rosalìa.

Ami molto anche la dimensione live, giusto?
La adoro! È una cosa che mi è mancata moltissimo nell’ultimo periodo, avendo trascorso così tanto tempo in studio non ne ho avuto molto per stare sul palco. Sono molto carico e non vedo l’ora di portare in giro l’EP.

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