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La gioia radicale di Hurray for the Riff Raff

Cinque anni fa Alynda Segarra esplorava le sue radici Nuyorican in pezzi molto combat e molto folk. In ‘Life on Earth’ trova un nuovo modo di fare musica, vivere il presente, lottare per la felicità

Foto: Camille Lenain per Rolling Stone US

Alynda Segarra stava finendo di registrare un nuovo pezzo intitolato Pointed at the Sun quando è scoppiata in lacrime. “E mi ci crocifiggerò”, canta nell’ultimo ritornello, con la voce che si spezza quando lo ripete.

Segarra, che registra col nome Hurray for the Riff Raff, ha iniziato a vedere con sospetto il concetto di martirio nell’autunno del 2020, quando è entrata in studio. Il suo ultimo album The Navigator del 2017, che mescolava Patti Smith, il punk, percussioni africane e campionamenti di poesia Nuyorican, l’ha trascinata in una crociata da artista-attivista durante la prima metà della presidenza Trump. Organizzava show di beneficienza per i richiedenti asilo e scriveva saggi sull’accesso all’aborto. In quel periodo, molte delle sue interviste contenevano la domanda: ma come fai ad avere speranza?

«Non mi sentivo abbastanza grande per continuare a farlo», dice ora la 34enne. Ha quasi ceduto al complesso dell’eroina perché si sentiva «come se non fossi abbastanza, come se dovessi in qualche modo rincarare la dose. Non volevo che fare l’attivista mi trasformasse in una sorta di salvatrice. L’unica persona ch volevo salvare era me stessa».

Ed è una gioia ascoltare mentre lo fa in Life on Earth, un disco di synth rock, ballate folk e alt pop da palasport. Se The Navigator l’ha aiutata a riconnettersi con le sue radici di portoricana cresciuta nel Bronx, il nuovo LP è l’occasione per godersi lo spazio artistico che ha conquistato. È un disco in cui una sorta di astrologia tra new age e odi ai fiori convivono tranquillamente con racconti spaventosi dei suoi traumi.

«È come se dicessi che è ok essere piccola in questo grande mondo», spiega. «Come abbiamo fatto a sopravvivere a tutto quanto? Vorrei che la gente capisse che l’importante è essere ancora qui».

Roberto Carlos Lange, che si è esibito con Segarra col nome d’arte di Helado Negro, vede questo cambiamento come un’evoluzione importante per Hurray for the Riff Raff. «C’è un’intenzione nelle canzoni, non sono una tesi accademica su come salvare il mondo», dice dell’ultimo disco. «Parla dell’essere vivi».

Tra le influenze dell’album, che Segarra descrive come «nature punk», c’è di tutto: il country folk di Waxahatchee e il reggaeton di Bad Bunny, gli esperimenti new age di Beverly Glenn Copeland e il femminismo nero di Adrienne Maree Brown.

L’idea della gioia radicale di Brown è particolarmente importante: «Dopo quattro anni passai a leggere sui giornali di ogni disgrazia capitata all’umanità», dice Sagarra, «ho capito che non è così che si costruisce un mondo nuovo. Ho capito che avevo bisogno di trovare della gioia».

Segarra ha sempre usato il suo secondo nome come un simbolo. Lei, figlia di una importante ufficiale del governo della città e di un insegnante di musica, ha lasciato la casa di famiglia di New York ed è cresciuta con gli zii. Dopo un po’, gli amici hanno iniziato a chiamarla Alynda Lee. «Era il nome che usavo quando giravo in treno», dice Segarra di quella fase, quando ispirata dalle storie dei suoi eroi come Woody Guthrie ha iniziato a viaggiare per il Paese.

A metà degli anni zero Alynda Lee si è stabilita a New Orleans, è entrata nella scena busker della città e ha iniziato a suonare dal vivo con un gruppo di giovani musicisti arrivati lì dopo l’uragano Katrina (ci sono video di una giovane Segarra che suona pezzi di Louis Armstrong in strada con il washboard). Nel giro di una decina d’anni, ha formato il collettivo Hurray for the Riff Raff e, grazie a dischi come Look Out Mama (2011) e Small Town Heroes (2014) è diventata una delle autrici più importanti della Louisiana.

«Alynda è uno spirito affine, una furfante delle nuove generazioni, un’outsider folk-punk», dice Ani DiFranco, un’altra artista e attivista ormai di stanza in Louisiana. «Capisco da dove viene, è come se facesse parte della mia famiglia musicale».

Nel 2017, Segarra ha capito che era il momento per un nome nuovo, così ha scelto Mariposa. «Ho pensato che Alynda Lee doveva sparire», ricorda. «Devo aprire un capitolo nuovo». Il nome, che utilizza ancora oggi, viene da uno dei personaggi che cantano canzoni d’amore in The Navigator. All’epoca, Segarra sentiva il bisogno di liberarsi da chi etichettava Hurray for the Riff Raff come musica Americana a base di chitarre acustiche. The Navigator dimostrava quanto Segarra fosse convincente come autrice sia suonando il banjo e cantando delle Blue Ridge Mountains, sia imbracciando la chitarra elettrica o accompagnata da ritmi new wave.

Come i lavori precedenti, The Navigator nasceva dall’amore per la storia (in particolare, le pietre miliari di Young Lords e Fania Records). Se gli anni successivi all’uscita hanno insegnato qualcosa a Segarra, è che non voleva più guardarsi indietro. «Non volevo farmi bloccare dall’energia del passato», dice. «Viviamo in un momento incredibile, vale la pena scriverne».

Quando Segarra è arrivata nello studio di Brad Cook in North Carolina per iniziare a lavorare a Life on Earth, viveva ancora con rabbia tutte le convenzioni del genere. «All’inizio era molto determinata a non suonare il banjo o la chitarra acustica», racconta Cook, che descrive le session (dove alla fine ha suonato parecchie chitarre acustiche) come un tentativo di «impedire al mondo di dirci cosa significa un certo strumento».

Scrivere Life on Earth significava anche tenere a freno la straordinaria immaginazione di Segarra. All’inizio sognava di far registrare la title track a musicisti di tutto il mondo, con tanto di documentario da girare, ma alla fine è diventata una piano ballad essenziale.

Nel disco Segarra canta, per la prima volta dopo anni, delle sue relazioni. «Mi sono chiesta: ma sono mai stata romantica? Canto sempre della società». Scrivere dei suoi ex e delle storie finite male sembrava necessario. «Scrivere un pezzo su una relazione, su come guarire da un trauma… sono temi enormi».

Foto: Camille Lenain per Rolling Stone US

Come suggerisce il titolo, l’album rappresenta un ritorno alla natura. «Quando sento cantare Alynda è come se creasse delle mappe, con tutte le montagne e le valli», dice Lange di canzoni come Rhododendron e Jupiter’s Dance. «In questo momento storico, mentre viviamo la crisi climatica, scrivere di uscire là fuori e camminare è importante, perché lo diamo per scontato».

Segarra non ha evitato completamente la politica. Lo spoken word Precious Cargo racconta la storia di un uomo in un centro di detenzione per migranti, una persona che Segarra ha incontrato lavorando per l’organizzazione Freedom for Immigrants. Alla fine del pezzo, l’uomo ci parla direttamente e dice: «Gli immigrati stanno soffrendo. Questa canzone è la mia vita».

Segarra, però, non sopporta chi si aspetta che trasformi questo messaggio in un’altra ballad folk con tre accordi. «Ho imparato che i musicisti devono riflettere i tempi, e i tempi sono questi».

È un tema su cui riflette anche nel finale: Saga, una storia commovente di traumi e abusi che ha iniziato a scrivere nel 2018, durante il processo basato sulle accuse di Christine Blasey Ford. «Non può essere questo il momento che definirà la sua vita», ricorda di aver pensato. «Poi il pezzo è diventato più introspettivo, ho pensato a quand’ero giovane, vulnerabile, alla ricerca disperata d’amore, dentro situazioni malate e pericolose. Ho capito che avevo bisogno di guarire. Il punto di queste canzoni è che la mia storia non è finita, che sono un’avventuriera».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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