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La famiglia allargata di Damon Albarn

Abbiamo incontrato Damon, Paul Simonon e i Good, The Bad & The Queen, che tornano con "Merrie Land", un disco molto poco rock dedicato a una famiglia ancora più allargata e in crisi esistenziale: gli anglosassoni
The Good The Bad & The Queen. Da sinistra: Tony Allen, Damon Albarn, Simon Tong, Paul Simonon. Foto di Pennie Smith

The Good The Bad & The Queen. Da sinistra: Tony Allen, Damon Albarn, Simon Tong, Paul Simonon. Foto di Pennie Smith

«Sai, in Inghilterra abbiamo una specie di detto, secondo il quale esistono tre tipi di persone: the good, the bad and the Queen». È così che Paul Simonon infrange il mio sogno di correlare uno dei progetti musicali più fighi degli ultimi 15 anni agli spaghetti western, genere di cui Il buono, il brutto e il cattivo è sovrano indiscusso. Ma la storia del supergruppo formato dall’ex Clash, Damon Albarn, Simon Tong dei Verve e Tony Allen è ben diversa. Tanto per cominciare, la band tuttora non ha neanche un nome. Non l’aveva nel 2007, ai tempi del primo disco The Good, The Band & The Queen e non ce l’ha nemmeno ora che ritorna con Merrie Land. «È solo che, per comodità, la gente ha iniziato a chiamarci col primo nome utile», continua Simonon. E pensare che 11 anni fa era stato abbastanza chiaro sul fatto che non ci sarebbe mai stato un altro album. «Non posso prevedere il futuro», si giustifica oggi. «Sono felice di averne fatto uno nuovo, ed evidentemente non sono un chiaroveggente».

Negli ultimi 10 anni la band si è riunita più volte per jammare e registrare qualcosa, ma mancava sempre un vero motivo che giustificasse un ritorno. Poi nel 2008 è arrivata la crisi economica, presto degenerata in sociale e politica. «Dovevamo agire», mi racconta Albarn. «Non era pianificato». Come Paul, anche lui credeva che non ci sarebbe più stato bisogno della superband, poi la storia è cambiata e di certo non in meglio. «Non credevamo possibili tante cose, eppure eccoci qua». Sulle prime Damon rimane sul vago. Continua a parlare di qualcosa che affligge la sua gente, ma senza mai nominare questo male. Penso “sarà la Brexit”. «No», risponde. «È un viaggio dentro la crisi esistenziale degli anglosassoni. Un problema interno al mio popolo, la mia famiglia anglosassone».

Non è propriamente una paura per il futuro, quanto piuttosto un senso di smarrimento. «Sono confuso», dice Damon. «Non so più dove sono finiti i nostri valori». Simonon è d’accordo con l’amico, ma ammette che ci sono altri motivi pratici che spiegano l’album: «Se non l’avessimo fatto ora, sarebbero passati 10 anni prima del prossimo. E i brani registrati si sarebbero accumulati all’infinito». Da 50 pezzi ne hanno scremati 10, più un intro di voce registrato da una vecchia trasmissione radio anni ’40. Scelta non casuale, visto che l’intento è colpire al cuore l’Inghilterra più attempata, spesso quella che include nazionalisti vari e negazionisti della crisi.

Se il primo esperimento era una specie di concept album sulla vita moderna londinese, il secondo allarga l’inquadratura. «Londra è solo una parte di Merrie Land» dice Albarn. «Non è una città propriamente adulta. Io qui parlo degli anziani di Blackpool, gli anziani di St Annes, Stratford, Belfast o Dublino». Per cinquant’anni, lui e i suoi Blur hanno respirato quasi esclusivamente l’aria della metropoli: una bolla felice frequentata da artisti, benessere, idee liberali. Ma per quanto grande, la capitale non è mai stata la voce del Regno. E un giorno è arrivata la doccia gelida, improvvisa. Il mattino successivo alla Brexit, Damon suonava a Glastonbury. Il suo sarebbe dovuto essere un concerto solista accompagnato dall’Orchestra of Syrian Musicians, ma il voto degli inglesi ha finito per rovinare la festa. «La democrazia ha fallito perché era male informata», aveva detto nel video diventato virale in tempo zero. «Oggi mi sento come sul quel palco», confida oggi. «Non molto bene.»

Ma com’è possibile che siamo arrivati a questo punto? «È che ignoriamo le persone. E quando ignori le persone hai due possibilità: o ti sbarazzi di loro, oppure le ascolti. Siccome la prima opzione non è contemplabile, sarà meglio parlarsi». In ogni caso Albarn confida in un futuro in cui la Rete smetterà di annullarci i neuroni: «D’altronde,la tecnologia è forse più importante di un albero?». Quasi quasi ora disinstallo tutte le app dei social sul telefono.

«E poi siamo tutti europei, ecco il punto», continua Albarn, ormai lanciatissimo nel suo comizio. «Dobbiamo lavorare insieme per creare qualcosa che funzioni per tutti. Coi tempi che corrono è molto difficile, ma ne vale molto la pena», dice, pronunciando sei volte di fila la parola really. Dopo l’annuncio dell’uscita del Regno Unito dall’Europa, i crimini di odio – le aggressioni motivate da razzismo, orientamento politico, sessuale, religione – sono più che raddoppiati. I fascisti hanno sempre meno paura di mostrarsi per come sono per davvero. Anche n Italia ultimamente ne sappiamo qualcosa.

Paul Simonon da ragazzino ha vissuto per un periodo nel nostro Paese, fra Siena e Roma, ma a lui per fortuna è andata di lusso con l’integrazione: «Quando sono arrivato era come il paradiso. Avevo pizza, vino, uva, meloni, raggi di sole, gelato, olive. Tutte cose che in Inghilterra allora ci sognavamo». Era il ’66, e forse gli italiani, ancora freschi di Ventennio, si ricordavano come si stava prima della guerra. «A 10 anni ero molto popolare fra gli adolescenti italiani. Perché ero inglese». Per come la vede Paul, gli italiani rimangono un popolo ospitale. Gli faccio notare che l’atteggiamento dipende molto dal Paese di provenienza. Il bassista concorda: gli inglesi, quando nel primo dopoguerra sono arrivate lungo le coste dell’isola navi cariche di giamaicani e indiani, non erano stati così accoglienti.

Foto di Pennie Smith

«L’alternativa all’integrazione qual è?», alza la voce Damon. «Ce le abbiamo avute in passato, le alternative. Questa volta non… Boh, non so. Cazzo, mi sembra di essere tornato negli anni ’30». Quando però nel disco canta “I love this country” non prendetelo per ironico. «Zero retorica, quel verso viene dal mio cuore». Riesco a farlo ridere solo quando, dopo tutti questi discorsi, lo metto di fronte a un dubbio: e se i nazionalisti non capissero l’ironia dell’intero disco? Se credessero che Merrie Land (tradotto: “terra allegra”) sia davvero un’ode all’Inghilterra per come è diventata? «Be’, sarebbe divertente se succedesse», ridacchia con il timbro della voce di un fumatore incallito. «Perché è l’esatto opposto di ciò che dico». Lui in particolare dovrebbe aver imparato la lezione su ciò che dici in pubblico. «Forse sei troppo giovane, ma sai cos’è successo con Parklife?» chiede con tono di sfida. Certo. Nel ’90, cioè un anno prima del primo album dei Blur, Damon aveva pronunciato le seguenti parole davanti a un gruppo di giornalisti: “Quando uscirà il nostro terzo album, diventeremo la quintessenza di una band inglese degli anni Novanta. È un dato di fatto. Lo scriverò nel 1994”. Il problema è che così è stato, fomentando ancora di più il mito attorno a sé e alla sua mano di Re Mida.

«Stai attento a cosa desideri, ora lo so», commenta 28 anni dopo l’ex biondino dei Blur, con qualche ruga in più, ma con una ritrovata passione, una missione da portare a termine. «Ora sto solo cercando di arrivare al cuore della gente», dice Damon, commentando la scelta di rinunciare al rock e puntare su flauti medievali e cori in inglese antico, come quello alla fine di Lady Boston. «Quello è gallese», mi corregge. «Che poi, vabbè, in effetti è inglese antico»

In ogni caso è a dir poco surreale che un gruppo formato da elementi delle più grandi rock band inglesi abbia inciso l’antirock in un cottage del diciannovesimo secolo. Tutte le canzoni sono opera di Albarn, dai testi alle musiche. «No, fermo», mi interrompe. «Ho scritto testi e ritornelli, ma la struttura dei brani è merito di una band fenomenale». È lì che si riconosce The Good, The Bad & The Queen: dalle improvvisazioni infinite, ore infinite di jam session suonate tutti insieme. «Mi è piaciuta molto la definizione che ha dato Paul (Simonon, ndr) del disco», dice Damon. «Per usare le sue parole il nostro “È rock che non ha mai ascoltato il rock”». In generale, i paesaggi dipinti sono quelli delle coste del Nord dell’Inghilterra, costellate di attrazioni turistiche ormai decadenti come certi pontili. «Molti dei testi li ho scritti su quello di Southend, che credo sia il più lungo di tutti», racconta il cantante. «Lì c’è un trenino che viaggia a tipo 5 chilometri orari, quindi diciamo che di tempo per scrivere ne avevo a volontà».

Per Albarn lavorare con Simonon non è stato soltanto un privilegio, ma un lusso. Paul non ha mai fatto dischi da solo, però, in compenso, si è sempre scelto molto bene i compagni. «A me interessa fare musica solo con gente che mi piace e che rispetto», dice Paul, balbettando un po’, come spesso gli capita. «E poi la mia carriera è un’altra. Io dipingo, la musica è per quando non dipingo». Non ne parla finché non gliene parli tu, ma c’è una terza carriera che Simonon ha intrapreso da adulto. Nel 2011 ha passato due settimane in un carcere della Groenlandia insieme ad altri attivisti di Greenpeace. A bordo della Esperanza, erano sbarcati illegalmente su una piattaforma petrolifera della Cairn. «Sono uno che preferisce i fatti alle parole», si giustifica Mr. Clash. «Stavamo cercando dei documenti che dicessero quali sono le procedure della compagnia in caso di una perdita di petrolio. Ma è andata male e ci hanno beccato.»

Si spera che stavolta nessuno porterà lui e i suoi compagni in carcere per essersi presi un po’ cura del loro Paese e di chi lo abita. «Chiamalo Regno Unito o come vuoi», dice Damon Albarn, un po’ afflitto, appena prima di spiazzarmi con una battuta che da lui non ti aspetti. «Ma è come una grande famiglia allargata. Ne facciamo parte tutti. A parte ovviamente i Kardashian».

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