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«La de-evoluzione cantata dai Devo si è avverata»

«It’s a Devo world», dice Gerald Casale in questa lunga intervista: l'estetica controcorrente, l'unicità, la band come «collettivo multimediale e artistico» e la canzone come «colonna sonora di un’idea»

Bob Mothersbaugh, Mark Mothersbaugh, Alan Myers, Gerald Casale, Bob Casale: i Devo

Foto: Eric Blum/Michael Ochs Archives/Getty Images

Autentiche mosche bianche del panorama rock (o punk o new wave) mondiale, i Devo sono una di quelle anomalie difficilmente spiegabili. Nati all’inizio degli anni ’70, hanno passato anni in un garage a sperimentare suoni, idee, teorie (de)evolutive, bizzarri travestimenti e movenze spastiche prima di diventare la cult band preferita di una generazione di ascoltatori che non voleva accontentarsi di slogan, rabbia e tre accordi. Dai primi passi con l’incoraggiamento (e la produzione) di Brian Eno, David Bowie e Iggy Pop, sono arrivati fino in cima alle classifiche con una new wave elettronica e, a prima vista, leggera, accompagnata da testi che rispecchiavano il parziale e irrimediabile declino della società americana. A distanza di cinquant’anni si sono rivelati facili profeti grazie a un repertorio che risulta drammaticamente attuale.

L’occasione per parlare con Gerald V. Casale, bassista, cantante e uno dei due principali compositori dei Devo, ci arriva dalla recente collaborazione con il marchio streetwear italiano Slam Jam, con cui la band di Akron ha realizzato una collezione di vestiti ispirati dal meraviglioso immaginario pop che l’ha sempre caratterizzata. Jerry compare su Zoom seduto perfettamente a suo agio davanti a un meraviglioso sfondo con la scritta “de-evolution”, un termine che ricorrerà spesso e volentieri durante l’ora di intervista.

Gerald, voi Devo siete famosi per gli innumerevoli costumi con cui avete suonato e vi siete fatti ritrarre nei video, sulle copertine dei dischi, nelle foto promozionali: dalle tute gialle alle tenute da cowboy fino al celebre cappello rosso a forma di ziggurat. Credi che la gente tenda a ricordarvi più per il vostro senso estetico che per la musica? È una cosa che ti preoccuperebbe, se così fosse?
Non direi, credo che ogni artista, quando si espone al giudizio degli altri, venga in qualche modo frainteso e banalizzato e noi non facciamo eccezione. Mi pare chiaro che il mondo sia un posto stupido: la de-evoluzione è reale, non più solo una teoria buffa, e le persone stanno diventando più ignoranti e cattive. È importante che nel futuro ci si ricordi dei Devo, meglio per dei vestiti e dei cappelli che dimenticati del tutto. Prima o poi, a furia di parlare delle tute gialle, qualcuno si accorgerà che dietro a un travestimento c’era molta sostanza e questo è molto importante.

Che tipo di rapporto hai con la fama? Vieni riconosciuto e fermato per strada dai fan?
Capita più spesso a Mark (Mothersbaugh, suo compagno nel gruppo, nda) per via degli occhiali particolari che porta. Quando non indosso un costume di scena, sono perfettamente mimetizzato e anonimo e difficilmente la gente mi riconosce. Preferisco sia così, non sono un cacciatore di fama…

Anche quest’anno siete tra i candidati per l’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame e nel 2021 persino il sindaco di Akron si era speso in una campagna promozionale di supporto nei vostri confronti. È un riconoscimento così importante per voi?
Non vogliamo storcere il naso davanti un premio, anche se sappiamo bene che il meccanismo che permette a una band o a un artista di entrare a far parte di quel club è piuttosto arbitrario. Spesso i nominati non c’entrano nulla con il rock’n’roll, forse dovrebbero cambiare ragione sociale in Music Hall of Fame. L’idea originaria era quella di premiare gli innovatori del genere, chi aveva realmente contribuito alla sua storia e al suo sviluppo, ora non mi pare sia così. Credo che i Devo dovrebbero farne parte, siamo sempre stati un gruppo originale, no? Nessuno ci assomigliava, nessuno suonava come noi, nessuno parlava di ciò che parlavamo noi, cosa fondamentale, a mio modo di vedere.

Pensi che l’originalità sia stata un punto a favore o un problema, nel corso della vostra carriera?
È sempre un problema quando sei originale e avanti coi tempi, una nostra compilation si intitola Pioneers Who Got Scalped e credo renda bene l’idea. I pionieri finiscono sempre per rimetterci le penne e i Devo l’hanno sperimentato sulla propria pelle.

Potrei citare i nomi di decine di band che sono chiaramente influenzate da voi. Tu ne apprezzi qualcuna in particolare?
Di solito, almeno per ciò che conosco io, chi ci ammira tende a imitare lo stile musicale omettendo la parte più importante ovvero l’aspetto politico e sociale dei Devo. In questo modo si tende un po’ a svilire il contenuto, ad annacquarlo e renderlo commerciale.

Eppure un disco come Freedom of Choice, il vostro terzo LP del 1980, era un album dal potenziale commerciale terrificante…
Hai ragione e infatti finì in classifica trascinato da Whip It, ma avrebbe potuto vendere dieci volte tanto. Non ho mai capito veramente il perché, ci ho pensato moltissime volte. So per certo che le radio, all’epoca, erano nelle mani di pseudo hippy che odiavano il tipo di musica che facevamo noi. In verità, erano l’antitesi degli hippy anni ’60, più che altro erano degli uomini d’affari coi capelli lunghi! Giravano con giacche da baseball e sniffavano cocaina per sembrare al passo coi tempi, ma ci odiavano sul serio, la nostra musica gli faceva schifo. Non siamo mai riusciti a ottenere una vera programmazione radiofonica e questo ci ha impedito di raggiungere un vero successo.

Il primo ricordo che ho di voi, nel 1978, è quello del videoclip di (I Can’t Get No) Satisfaction. Sia la musica che le immagini mi facevano impressione, le trovavo disturbanti e fu quello ad attrarmi…
Mi piace quello che dici, hai ragione. Se penso alle cose che mi piacciono, spesso sono paurose. Mi ricordo la prima volta che vidi Mick Jagger con gli Stones, a 14 anni: erano impressionanti. E lo stesso posso dire di Jimi Hendrix, era pauroso e al tempo stesso eccitante, non potevo smettere di ascoltarlo.

Come credi che vengano percepiti i Devo, invece, al giorno d’oggi? La vostra bravura è sempre stata quella di restare in equilibrio tra l’underground, il punk, i movimenti rivoluzionari e il mainstream. Avete parlato di argomenti scomodi usando un mezzo come la musica pop, in alcuni casi, e siete pur sempre un nome di culto riverito.
Non ne sono certo, ma posso dirti quello che mi piace. Quando suoniamo dal vivo, e ormai succede raramente, siamo come i Grateful Dead della new wave, ci sono tre generazioni di persone che vengono a sentirci: quelli che sono cresciuti con noi, i loro figli e, infine, i nipoti. Molti di loro ci hanno scoperti attraverso Internet, YouTube o con i vinili dei loro genitori e quindi siamo diventati dei feticci. Sono felice che alcuni scoprano nel 2022 le nostre canzoni, leggano le nostre interviste e i testi e scoprano la de-evoluzione in un periodo storico in cui si è magicamente avverata! It’s a Devo world!

Ho sempre pensato che i Devo fossero una band perfetta per ogni decennio, mai troppo futuristici e al contempo, mai scontati e passati…
E sai perché? Perché non siamo mai stati di moda! La gente ci prendeva in giro, rideva di noi quando giravamo con quelle tute gialle. All’epoca tutti indossavano delle magliette striminzite e i jeans rotti, a parte noi. Il nostro debutto non suona come un disco del 1978, non ha quei cliché a livello di produzione che andavano all’epoca, ci siamo sempre tenuti distanti dalle mode del momento e per questo motivo siamo senza tempo. Non siamo mai stati cool, poco ma sicuro. In fondo, il concept dietro alla band è molto più complicato di quanto si potrebbe pensare, mi piace credere che i Devo siano un collettivo multimediale e artistico che, per caso, ha incrociato la strada del rock’n’roll. Se i Devo fossero nati in tempi recenti avrebbero sfruttato appieno le nuove possibilità espressive della Rete, senza finire tra le grinfie di un’etichetta discografica. Ai nostri tempi non era neppure pensabile fare un film senza finanziamenti o registrare un disco in uno studio professionale senza che qualcuno pagasse per te. Oggi sarebbe possibile e chissà cosa verrebbe fuori…

Al contempo, però, nel 2022 è tutto velocissimo e non sarebbe possibile maturare uno stile e una propria voce personale con calma. Voi avete passato anni in un garage all’inizio degli anni ’70 come perfetti sconosciuti, mettendo a punto quello che sarebbe diventato un suono assolutamente originale.
Hai ragione, quando abbiamo cominciato a suonare dal vivo, il nostro repertorio era di circa 40 pezzi fatti e finiti, avevamo sperimentato suoni, movenze, balletti, vestiti, idee. Il tutto senza che nessuno ci conoscesse, al sicuro nel nostro garage. I Devo si affacciarono sulla scena musicale perfettamente formati e con le idee chiare. I nostri pezzi non assomigliavano a niente e nessuno, erano il frutto di ascolti bizzarri e molto vari – dal rock anni ’60 a Captain Beefheart, da Terry Riley alle pubblicità televisive, fino ai discorsi dei telepredicatori – e venivano conditi con un umorismo molto nero. Procedevamo per tentativi fino a quando trovavamo una formula interessante e inedita.

Quanto tempo c’è voluto prima di trovare qualcuno interessato alla vostra musica?
Molti anni. Nei primi tempi, la maggior parte delle persone ci odiava e rideva di noi, ma non ci importava perché anche noi odiavamo quel tipo di gente. «Ehi, quel coglione non ci sopporta? Perfetto, suoniamo ancora più forte!»: questo era il nostro mantra. Poco alla volta, però, alcuni amici o conoscenti hanno cominciato a farci i complimenti e poi a darci una mano e a credere in noi. Chuck Statler, per esempio, un regista con cui abbiamo collaborato in seguito, era un amico che frequentava la nostra stessa università; Bob Louis, un poeta che conosco da prima che incontrassi Mark; e poi Sandy Cohen, che era sposato con la figlia di un magnate degli pneumatici di Akron. Contribuì fattivamente al nostro sostentamento, in momenti di bisogno. Lui e sua moglie vennero a vederci dal vivo nel 1977 e diventarono immediatamente dei fan, regalandoci i soldi per incidere il nostro primo singolo, con cui ci facemmo conoscere in giro.

Torniamo all’amato concetto di de-evoluzione, come dicevamo in precedenza, mai così attuale come oggi. Aver profetizzato in maniera così precisa l’abbruttimento del mondo in cui viviamo ti rende più triste o più felice?
(Ride) Sarei stato più felice se non si fosse avverato nulla di quello di cui parlavamo nelle canzoni. Noi stavamo mettendo in guardia la gente riguardo a ciò che sarebbe successo, ma nessuno ci è stato ad ascoltare. Era successo anche a scrittori come Orwell o Huxley, a cui non voglio certo paragonarci, ma i risultati non sono mai cambiati. Se non ci sono riusciti loro, figuriamoci noi…

Sei sorpreso di quanto sia peggiorato il pianeta, in modo quasi sistematico?
Per nulla, mi pare la logica conclusione di un percorso iniziato tempo fa. È anche vero che ciò che non ci uccide, ci fortifica, come dice il proverbio, e questo mondo stupido, de-evoluto e cattivo ci sta mettendo alla prova. Noi ci rifiutiamo di essere distrutti…

Ho sempre pensato ai Devo come a una band politica. È così?
Per quel che mi riguarda, io sono sempre stato politicizzato, ma non vedo come sia possibile non esserlo. Qualunque scelta, anche la più banale, lo è: come organizziamo la nostra vita, come trattiamo il prossimo, tutto è politico. Non posso parlare per gli altri, ma io ho sempre fatto la mia parte e ne sono molto fiero. Ho cantato, urlato, partecipato a marce per la pace, mi sono fatto sparare addosso all’università, ma per fortuna non mi hanno ucciso (Gerald fa riferimento alla sparatoria da parte della polizia all’università di Kent State, in cui morirono quattro studenti, cantata anche da Neil Young nel pezzo Ohio, nda)

Uno degli episodi politicamente più scioccanti, almeno per me, è stato il recente attacco al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump. La prima cosa a cui ho pensato sono i Devo e il loro concetto di de-evolution.
Hai assolutamente ragione. Quello è esattamente il tipo di video che avremmo potuto girare noi, ma come fiction! Vogliamo parlare del tipo con l’elmo da vichingo? Assolutamente incredibile, un vero subumano. Mi pareva di assistere a un film come L’isola delle anime perdute… “Are we not men?”, ecco spiegato il senso di un titolo come quello.

Come siamo arrivati a questo punto?
Per prima cosa per colpa del peggior capitalismo possibile, poi grazie a un sistema scolastico, parlo degli Stati Uniti, reso più debole da anni di malgoverno della destra più becera. La gente non capisce neppure cosa ci sia scritto nella Costituzione, non comprende le leggi, non si interessa a nulla. La classe media non esiste più, stiamo assistendo a una separazione tra poveri e ultra ricchi sempre più marcata e questi ultimi sono antidemocratici per definizione. Non vogliono pagare le tasse e sono felici di poter disporre dei lavoratori a proprio piacimento e con paghe da schiavi. E i poveri sono arrabbiati per i motivi sbagliati con le persone sbagliate, ovvero altri nelle loro stesse condizioni, ma non sono in grado di capire verso chi indirizzare il malcontento perché non hanno i mezzi per farlo.

E mentre stiamo parlando io e te, la Russia sta invadendo l’Ucraina, per dimostrarci gli effetti continui della de-evoluzione in atto.
Già, non cambia davvero nulla, ci deve essere un regista davvero diabolico dietro a tutti questi avvenimenti e a nessuno interessa nemmeno più leggere 1984 o Il mondo nuovo. Joe Biden? È uno scherzo, il perfetto protagonista di film come Idiocracy o Team America, un pupazzo triste e inutile. E la cosa ancora più terribile è che il resto del mondo lo sta ad ascoltare e assiste alla guerra come fosse un incontro di football (i Devo hanno poi deciso di devolvere gli introiti derivanti dal licensing delle loro canzoni nel mese di aprile a organizzazioni umanitarie che aiutano le vittime ucraine dell’invasione russa, ndr).

Mi hai fatto tornare alla mente la prima guerra del Golfo, che fu anche la prima a essere trasmessa dalla televisione come un evento mediatico o sportivo. Potevi assistere ai bombardamenti in diretta e io lo trovavo avvilente e incredibile al tempo stesso…
Quella guerra è stata un’immensa produzione televisiva e Peter Arnett della CNN il suo attore principale. Oggi stiamo assistendo all’ennesima replica.

A questo punto mi ero segnato di domandarti del tuo alter ego artistico, Jihad Jerry, con cui hai pubblicato da poco un nuovo brano. Può sembrare un brusco cambio di argomento, ma in fin dei conti non lo è, visto che, nonostante l’ovvia giocosità del personaggio, riesci sempre a toccare dei tasti scomodi.
È chiaramente un personaggio satirico, ma come dicevamo in precedenza, la gente non ha più gli elementi chiave per capire quando si fa sul serio o quando si scherza. Il nome Jihad Jerry e il mio travestimento con il turbante, come fossi Sam the Sham, un vecchio musicista rock’n’roll dei Sixties, evocano parole come terorrismo, Islam, paura, attentati. Spesso ho ricevuto critiche da parte di persone che si sentivano minacciate da un settantatreenne bianco, vestito come un idiota che canta “Mine is not a holy war, my Jihad is against stupidity”. Eppure sono così stupidi e senza il minimo senso dell’umorismo da non riuscire a capirlo…

Gerald, a questo punto te lo devo chiedere: ti piace vivere in America?
Non più, anche se questo vento fascista e destrorso è un male comune a troppi Paesi. Molti leader mondiali stanno conducendo le loro nazioni verso il disastro, grazie a politiche dissennate di diseguaglianza sociale e a leggi liberticide. Stiamo andando dritti contro a un muro a una velocità folle… La domanda che mi faccio spesso è: se non qui, dove posso andare ad abitare? Forse in un posto dove posso passare vent’anni in maniera più tranquilla, un posto che non abbia ancora avviato in maniera sistematica il processo di autodistruzione (risate). Forse potrei trasferirmi in Italia, mi sembra un buon compromesso, magari questa collaborazione con Slam Jam aprirà delle altre porte. In fondo, io e Mark siamo sempre stati prima di tutto degli artisti, ho iniziato come stilista e designer, i nostri vestiti sono tutte mie creazioni e il mondo del rock’n’roll è troppo piccolo per un progetto come quello dei Devo. E infine, come sai, sono un produttore di vino, per cui sarei davvero nel posto giusto.

Riguardando le domande, mi accorgo che abbiamo parlato molto poco di musica. Però mi piacerebbe chiederti se hai un metodo preferito per comporre le tue canzoni.
Parto sempre con un’idea di fondo, che sia musicale o legata a qualche parola o frase. A volte è una suggestione visiva e coi Devo ha funzionato spesso, altre volte ancora sono partito con un disegno o con un suono che volevo a tutti i costi utilizzare in un pezzo. Per me, le canzoni sono la colonna sonora di un’idea. Nel 90% dei casi, le ho scritte in collaborazione con Mark e poi arrangiate con il resto del gruppo, cosa assolutamente fondamentale. Il mio concetto di arte si risolve attorno a una cooperazione, non sarei felice di fare tutto da solo, non mi soddisferebbe. Non ho mai pensato ad altro che ai Devo, non ci sono pezzi nel cassetto per altri progetti, né mi è mai interessato suonare in altri gruppi o costruire una carriera solista. I Devo sono il gruppo in cui ho riversato tutta la mia energia e creatività.

A parte l’apporto tuo e di Mark, è scontato credere che i restanti membri della band siano stati cruciali per sviluppare appieno il vostro sound.
Assolutamente! Non sarebbe stata la stessa cosa senza Bob I, Bob II e Alan, loro hanno sempre capito perfettamente cosa stessimo cercando di fare. I Devo non esisterebbero senza di loro, non hai idea di come fosse difficile, se non impossibile, trovare qualcuno che apprezzasse le idee mie e di Mark. La maggior parte dei musicisti tradizionali ci avrebbero mandati affanculo se gli avessimo fatto sentire i nostri pezzi embrionali. Siamo stati estremamente fortunati.

Credi che anche l’esplosione del punk, nel 1976 e 1977, sia stata cruciale per la tua band?
(Lunga pausa) Credo che abbia accelerato i tempi e ci abbia permesso di farci accettare con più facilità. Ai punk tradizionalisti, va detto, non piacevamo per niente: non avevamo i capelli dritti, le spille da balia, i vestiti stracciati e non suonavamo i soliti quattro accordi. Erano dei conservatori, in fondo, e se cercavi di staccarti dalle convenzioni venivi guardato con sospetto. Erano solo cambiate le regole, ma in breve si è tornati allo stesso punto di prima. I Devo volevano fare quello che desideravano, senza imposizioni e falsi conformismi. Eravamo fedeli al significato originale di quel termine. Potremmo definirci degli scienziati punk, ecco…

L’unico altro gruppo a cui mi verrebbe da paragonarvi sono gli Screamers, anche se loro non hanno goduto della minima fortuna.
Amavo gli Screamers ed è un peccato che non siano mai riusciti a incidere e pubblicare un disco in quegli anni. Me li fece conoscere la mia amica Toni Basil (coreografa, attrice e musicista americana, nda), andai a vederli con lei al Whisky a Go-Go a Los Angeles e poi in altri club. Dal vivo erano strepitosi, ero geloso di loro perché erano differenti da qualunque altra band, davvero eccezionali. Non riesco a credere che si siano sciolti senza lasciare tracce, avrebbero potuto diventare famosi almeno quanto noi…

Gerald Casale mostra la copertina del primo album dei Devo. Foto: Michael Tullberg/Getty Images

Tornando ai Devo, sarà possibile rivedervi in studio assieme per un disco?
Lo spero, ho qualche buon pezzo da parte, uno per esempio si chiama Tmiko. È un termine usato dagli indiani d’America e si riferisce all’evoluzione della specie umana. In qualche modo mi ha ricordato la teoria dei Devo che ipotizza la specie umana discendere da antiche scimmie cannibali.

La speranza è dovuta alla difficoltà di lavorare con gli altri membri della band?
No, per nulla, ma Mark non si è molto interessato ai Devo negli ultimi anni. È concentrato sui suoi progetti personali, soprattutto colonne sonore e quindi c’è poco tempo per il resto. Gli ho proposto più volte un tour d’addio – volevo chiamarlo The Beginning Was the End – che raccontasse la storia del gruppo dagli inizi a oggi, con video e molto altro. La chiusura del cerchio, in pratica, ma non siamo riusciti a metterci d’accordo. È piuttosto frustrante, soprattutto perché ci vedo del potenziale, ma non sempre le cose vanno come si desidera che vadano. Continuerò a insistere e spero che si riesca a fare qualche concerto nel prossimo futuro. Potrei dirti “and now the end is near”, parafrasando una canzone famosa, ma non così vicina…

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