La Dark Polo Gang ora è cresciuta

Tony, Pyrex e Wayne (meno Side, assente per risolvere i suoi problemi) sono diventati una serie. Ecco come la crew romana è passata da fenomeno “lol” a modello per i giovani. Piaccia, o no.

Nintendo Switch in mano, di fronte probabilmente Zelda, occhi fissi sullo schermo. Wayne guarda Tony: «Mi sa che andiamo up…». Tony risponde: «Più up di quanto già siamo?». È appena arrivato un messaggio da parte del management della Dark Polo Gang con un’offerta di contratto per un disco con una major, Universal. Scena successiva: riunione plenaria, i quattro DPG sono seduti attorno a un tavolo per discuterne. Chiedono di spegnere le telecamere. Sì, telecamere.

Perché la scena fa parte della prima puntata di Dark Polo Gang – La serie, il documentario a puntate al via il 5 maggio su TIM Vision, che racconta la vita della crew post-trap (o chissà post- che altro).

Avanti veloce. Milano, fine aprile. Scendono da un furgone nero Pyrex, Tony e Wayne, alla periferia della città. Due hanno la stessa tracolla arancione di Goyard, valore 1800 Euro, stando a quello che dice un account Instagram dedicato ai loro outfit. La Dark Polo Gang è un fenomeno in sé, un’epifania, senza un vero universo di appartenenza. «Quando abbiamo iniziato eravamo fuori da tutto», dice Tony. «Ora siamo hip hop, ma è il resto che si è spostato verso di noi. Prima la gente si chiedeva cosa fosse, e cosa fossimo noi». «Non abbiamo nessun rimpianto, nessuna rivalsa», dice Wayne. «Non c’è stata premeditazione in quello che abbiamo fatto. E non abbiamo una competizione con noi stessi, abbiamo una competizione sportiva, sana, con gli altri».

Mi fanno sentire British dal telefono. Nessuno lo sa ancora al momento, ma sarà il prossimo singolo firmato DPG. Produzione di Sick Luke, ovviamente. Alle voci, i tre davanti a me. Non ci sarà Side. “Ho avuto dei problemi. Uno legali, due di salute”, ha comunicato su Instagram (il canale preferito di comunicazione della Gang, l’unico social dove possono mostrarsi in tutto il loro splendore swag). “E chiamatemi Arturo, fanculo tutte quelle stronzate dei nomi da rapper”.

«Abbiamo sempre fatto progetti in due, tre o quattro. Side ha fatto la sua release con Luke (Sick Side, ndr), questa sarà roba nostra», spiega Tony. «Siamo un collettivo, siamo uniti e separati allo stesso tempo», dice Wayne. «È una libertà che ci ha fatto stare bene fino ad oggi». Fino a un nuovo disco, quello del grande salto con una major, in arrivo. Il testo di British mi è arrivato via WhatsApp, probabilmente la stessa app su cui è stato scritto. Dimenticatevi le notti insonni a chiudere le tracce, spezzando le matite.

“Sexy Tony sexy Daddy / Taglio all’inglese a lei piacciono i miei capelli / Giacca Burberry / Quanto cazzo sono British / DPG triplo sette siamo i Beatles / Ho tutto dentro al mio trench / Sto su una Bentley fanculo il tuo benz”.

Oggi tanti attingono a un vocabolario di tormentoni e meme, per costruirci delle tracce sopra. Voi siete degli auto-generatori: avete usato British per settimane come aggettivo sui vostri social, l’avete trasformato in un piccolo tormentone e ci avete fatto un pezzo.
Wayne: British è proprio Made in DPG. Avevamo iniziato a dire “Quanto cazzo sono italiano”, poi altre nazionalità, e poi British…

Tony: Per via del mio taglio di capelli.

Wayne: Metti che andiamo in America a dire “Quanto cazzo sono British”, la gente lo capisce. Funziona lo stesso. È globale.

È un discorso di stile? Perché nelle ultime foto siete vestiti tutti con marchi British.
Tony: Senza la moda, non saremmo noi.

Pyrex: Tanti artisti diventano famosi e iniziano a vestirsi in un certo modo. Noi l’abbiamo sempre fatto.

Tony: Sempre. Forse mi vestivo mejo prima.

Pyrex: È l’ostentazione. In senso artistico, la nostra è arte dell’abbigliamento. In Italia nessuno l’ha fatto.

Tony: Forse i Club Dogo all’inizio facevano più riferimenti alle marche.

Chi sono i vostri miti?
Pyrex: Noi stessi. Purtroppo solo noi stessi.

Tony: Vasco, direi Vasco.

Wayne: Mia madre resta il mito numero 1. Ma comunque, stima per tutti, rispetto per chi brilla.

Tony: Per chi fa, sempre.

Pyrex, Tony F e Wayne. La Dark Polo Gang senza Side. Foto di Simone Marte.

“Sono nati come gruppo LOL e hanno fatto il giro, erano così trash che ora sono una figata”, Gué Pequeno, 2017, tema DPG. C’è stato un momento in cui tutti più o meno si sono accorti che con i testi dada della Gang dovevano fare i conti. Se non a livello musicale, almeno a livello sociologico.

Wayne: Siamo passati da non essere capiti a diventare un modello, anche per i giovani artisti. Abbiamo portato una cultura in Italia, siamo dei pionieri. Solo un anno fa eravamo visti come qualcosa di strano. Ora siamo accettati. E quando vedi che l’atteggiamento degli artisti e degli utenti è simile nei tuo confronti, vuol dire che hai fatto un buon passo.

Tony: Uniamo vari tipi di fan. Chi ci segue dal vivo, chi ci segue per le foto, chi per la musica…

Chi sono i vostri “utenti”?
Wayne: Dal bambino di cinque anni che sente Caramelle ed è felice, al 15enne che apprezza la trap. Fino al 40enne che resta stupito dal nostro modo di fare.

Quando hanno iniziato a fermarvi in giro per la strada?
Wayne: Forse quando siamo andati a Rai2.

Pyrex: Ma no, prima. Un giorno ti ferma uno, poi due, poi tre. Poi non puoi più girare a via del Corso.

Wayne: Se non possiamo accontentare i nostri pischelletti dark, per delle foto o altro, chiediamo scusa. Sempre.

Tony: Senza loro non siamo niente.

Che rapporto avete coi fan?
Tony: Un bel rapporto. Rispondo se mi taggano, se mi scrivono. Ma dipende, se sei originale hai più probabilità. Se mi scrivi “Ti amo”, sticazzi. Se mi scrivi “Sei bellissimo”, pure. Preferisco vedere i fan di persona comunque, ‘je sto un sacco appresso.

Wayne: Abbiamo dato ai pischelletti una forza in più, una botta di vita. Ci vedono sfacciati e si sentono anche loro più liberi.

Quanta distanza c’è tra quello che fate vedere e quello che siete?
Tony: Mostriamo la parte più divertente.

Pyrex: È un lato di noi. Anzi, siamo ancora più stupidi. Ma non interpretiamo mai cose che non siamo.

Cosa volete dimostrare ora?
Pyrex: Una roba che mi viene abbastanza naturale è moderare il linguaggio. Parlo per me. Prima eravamo più liberi e trasgressivi.

Tony: Ora siamo diventati un modello, non puoi più farlo…

Wayne: Abbiamo sempre ostentato il personaggio. Ora non ci serve più fare sempre quelli sopra le righe. Non dobbiamo dimostrare più niente. O meglio, devi sempre dimostrare qualcosa. Vogliamo sempre spaccare. Ma adesso non è più una necessità.