Rabbia, pugni e cuore nella colonna sonora di “Lo chiamavano Jeeg Robot”

Ne abbiamo parlato con Michele Braga, compositore e musicista, che ha lavorato a quattro mani insieme al regista Mainetti alle musiche del film del momento, con 16 nomination ai David

Ieri c’è stato un turbamento nella Forza. E attenzione: è stato uno di quei turbamenti attesi, bellissimi, che ci hanno emozionato un po’ tutti. Con le nomination dei David di Donatello, l’aria, in un certo senso, è cambiata. Conducono due outsider dell’Accademia, Non essere cattivo di Claudio Caligari (bellissimo: recuperatelo se non l’avete ancora visto) e Lo chiamavano Jeeg Robot. E soprattutto quest’ultimo, esordio alla regia di Gabriele Mainetti, scritto dal duo Guaglianone-Menotti, interpretato brillantemente da Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli, ha sbancato: sedici nomination. Ditelo lentamente. Se-di-ci. Tra le altre – e ce ne sono di veramente prestigiose, dalla regia agli attori – c’è anche Miglior Musica. Dove, accanto al nome di Gabriele Mainetti, compare quello di Michele Braga, musicista e compositore.
La colonna sonora di Lo chiamavano Jeeg Robot è bassa, graffiante, rauca. Gioca con toni lenti e trascinati. Ha alti e bassi (molti più bassi che alti, in realtà). E arriva dritta al cuore. Racconta una storia: quella di Enzo Ceccotti, di Tor Bella, della sofferenza e del coraggio. È una musica che, ora, è disponibile in una versione disco (e anche, volendo, su Spotify). E che presto, come ci ha detto Michele Braga, sarà in vinile, edizione limitata: «con delle bonus track di Marinelli, la sua Un’emozione da poco è piaciuta moltissima».

Non è la prima volta che tu e Gabriele Mainetti lavorate insieme. Come ti sei unito al progetto?
Io e Gabriele avevamo già collaborato per il suo primo cortometraggio, Basette, ispirato a Lupin. Ma ci conosciamo da molto prima. Andavamo alle stesse scuole quando eravamo ragazzini. Poi lui ha iniziato a studiare cinema e io musica. Per Lo chiamavano Jeeg Robot, mi ha chiamato quando aveva appena cominciato a scrivere le musiche; sapeva già come voleva la colonna sonora. Quando ho visto il film mi è piaciuto da morire, e sono stato molto felice di lavorare con lui. Collaborare non è facile, come potrai immaginare. Però, forse perché ci conosciamo da tanto tempo, perché veniamo dagli stessi posti e abbiamo vissuto esperienze molto simili, e poi perché ci piace la stessa musica e soprattutto avevamo entrambi a cuore il film, io e Gabriele siamo riusciti a mettere da parte il nostro ego.

Lo chiamavano Jeeg Robot è un film che non va solo visto ma pure, in un certo senso, ascoltato. E in questo la musica è importantissima, perché si adatta alla storia e ai cambiamenti dei personaggi, lasciando spazio perfino ai silenzi.
Gabriele aveva un’idea di colonna sonora, e sapeva soprattutto che cosa voleva ottenere e in quale errore non voleva cadere. Insieme abbiamo trovato questa via: una via quasi esclusivamente elettronica. È vero che stai parlando di un supereroe, però è sempre Enzo Ceccotti, della periferia di Roma, che parla romano, quindi non puoi metterti a fare un commento sinfonico alla Zimmer. Dovevamo svuotare, togliere il più possibile anche quelle che erano le nostre sovrastrutture. Abbiamo cercato di concentrarci sulle timbriche elettroniche, tenendo solo uno strumento a percussione, che è il pianoforte. Che è servito a delineare il tema, quello di Enzo, che in certi punti viene ripreso e aiutato da arrangiamenti di archi e che poi, alla fine, esplode. La prima volta che si esprime completamente è quando il protagonista prende finalmente coscienza di se stesso.

Ci sono state delle influenze nel vostro lavoro? A un certo punto, confesso, mi è parso di sentire qualcosa di Man of Steel di Hans Zimmer…
Io adoro Zimmer. E sono cresciuto con un certo tipo di fumetti e di film e di manga soprattutto. Se pensi alla colonna sonora, senti reminiscenze di Carpenter, magari ci senti qualcosa di Trent Reznor perché c’è tantissima elettronica. È chiaro che se scegli di usare il pianoforte come strumento tematico ti avvicini a Man of Steel, però ti assicuro – e puoi crederci o no – che non partivamo da quello.

Parliamo della canzone finale arrangiata da te, Gabriele e Claudio Santamaria. Come vi è venuta l’idea? All’uscita del film, la ascoltavano tutti.
È stata una cosa che ci ha stupito molto. È stata prima tra i viral di Spotify e quando è uscita è stata ai primi posti di iTunes. È stata condivisa tantissimo. Quando ci abbiamo lavorato, siamo stati molto attenti. Perché il rischio di fare qualcosa di commerciale, che non appartenesse al film, c’era. Durante le riprese, Claudio ha mandato una registrazione, fatta con il telefonino, a Gabriele. Era una sua registrazione mentre cantava Jeeg Robot accompagnandosi con la chitarra. Una vera e propria ballad. Quando Gabriele l’ha sentita, ha pensato subito che sarebbe stata perfetta per i titoli di coda. L’abbiamo arrangiata in questo modo molto sporco e impreciso, usando l’elettronica, chitarre acustiche e chitarre distorte, e una batteria molto lenta. Insomma, abbiamo registrato la cosa meno radiofonica a cui potessimo pensare. E nonostante questo, ascoltata insieme alle immagini del film, funziona molto bene.

La forza della musica di questo film sta nel sapersi fare da parte. Nel non cercare per forza un suo spazio, ma nell’aiutare, dove serva, la narrazione. Altro aspetto che fa di questo film un film “internazionalista”.
Quando ci lavori, non pensi ‘No, non facciamo gli italiani’. Altrimenti fai come quello di Boris, che dice: ‘troppo italiano, troppo italiano’ (ride). La nostra intenzione era quella di fare qualcosa di onesto e di genuino, che avesse a che fare con quei personaggi, con Enzo, con lo Zingaro, con Alessia; con quelle persone che vengono descritte così bene da Gabriele e dagli sceneggiatori (Nicola Guaglianone e Menotti, ndr) e dalla bravura degli attori. Claudio Santamaria ha detto che nella musica e nella canzone finale si sentono rabbia e pugni, ma anche grande cuore. Credo che sia così.

Una menzione speciale la merita la musica anni ’80 che avete scelto e inserito con il contagocce, in modo puntuale.
Quello sulla musica leggere degli anni ’80 è stato un lavoro bellissimo che ha fatto Gabriele. Prima che io entrassi a far parte del progetto, aveva già scelto pezzi di repertorio. Ed è stata una scelta fatta prevalentemente per lo Zingaro, che doveva essere il nostro Ziggy Stardust.

Ora siete nominati ai David, insieme a grandissimi nomi della musica internazionale.

C’è Ennio Morricone, c’è un altro signore che si chiama Alexandre Desplat, poi c’è David Lang… E tra l’altro Morricone e Desplat sono due dei miei miti. Per me, già vedere il mio nome associato al loro e a quello di David Lang è un grandissimo successo.