Krano: «Non voglio avere nulla a che fare col Veneto» | Rolling Stone Italia
Non è come pensate

Krano: «Non voglio avere nulla a che fare col Veneto»

Il cantautore premiato con un David per ‘Ti’, da ‘Le città di pianura’, rifiuta l’accostamento alla destra meloniana, si dice vicino agli anarchici torinesi, spiega perché canta in dialetto, discute di politica con Capovilla

Krano le città di pianura intervista

Krano

Foto: Annalisa Lazoi

Krano ride ancora, ma amaramente, quando ripensa ai David di Donatello. E un po’ si incazza perché continua a non sentirsi a suo agio dentro la narrazione che gli è stata cucita addosso dopo aver vinto il premio per la Migliore canzone originale con Ti, il brano scritto per il film Le città di pianura di Francesco Sossai. Da una parte è stato descritto come il cantautore delle radici, il custode del dialetto, il simbolo di un Veneto che torna a raccontarsi. Dall’altra, quella che lui sente più aderente, Marco Spigariol sbuffa e in questa intervista ci spiega cosa non hanno capito di lui e della sua musica: «Sono stato incensato dalla destra meloniana e questo non mi piace». E aggiunge di aver capito cosa significa «salire sul carro del vincitore».

Il punto è che Krano non si riconosce quasi in nessuna delle etichette che gli sono state appiccicate addosso. Non nel Veneto, almeno non in quello stereotipato che molti hanno creduto di vedere nelle sue canzoni e nel film di Sossai: «Mi sento distantissimo dal Veneto e non voglio avere nulla a che fare con quella Regione». Da anni, infatti, vive a Torino, frequenta l’ambiente anarchico, ringrazia Radio Black Out e il centro sociale El Paso come luoghi di appartenenza molto più di qualsiasi campanile della Marca Trevigiana. Del resto, ricorda ancora benissimo quando lui e i suoi amici venivano liquidati come «i no global di merda». E oggi che Le città di pianura è tornato nelle sale dopo il trionfo ai David, racconta stupito di aver visto spettatori uscire indignati dai cinema veneti con questa giustificazione: «Non siamo dei beoni, siamo lavoratori».

Eppure, proprio da quel territorio e da quel dialetto è partita la sua musica. Non per celebrare una comunità ristretta, sottolinea, ma per evadere da essa: «Cantare in dialetto veneto per i veneti è riduttivo, se canti in dialetto veneto e ti rivolgi a tutto il mondo è un discorso diverso e più ampio». Un percorso che nasce «da un’incazzatura», passa dalle prove nei bar e arriva fino al David senza perdere l’anima: «Vengo dall’underground e da etichette indipendenti, per me esiste sempre un sottosuolo».

In questa conversazione, ruvida come la sua musica che emerge dallo «scavare nell’interiorità», ci ha definito la sua identità politica (l’anarchismo), quella musicale (il blues), quella filosofica (ispirata ad Alexander Langer), e il rapporto di distanza con la musica fluida delle piattaforme: «Mi pare si lamentino di quello a cui aderiscono da anni». E soprattutto di cosa succede quando un artista che non cerca il centro della scena ci finisce dentro all’improvviso, ma continua ostinatamente a guardare altrove.

Foto: Annalisa Lazoi

Ai David di Donatello hai vinto il premio per la Migliore canzone originale con Ti e sul palco hai riso in modo incontrollato, sembravi spaesato, sei riuscito a dire qualche «grazie» e poco altro. È stata troppa l’emozione?
Non mi aspettavo di essere premiato, davo per scontato che avrebbe vinto Levante con Follemente. Quindi ero incredulo. Non ero preparato, onestamente lo ammetto.

Tra l’altro, sotto la giacca portavi una camicia hawaiana non proprio formale.
Quelle camicie lì le porto sempre. Ho cominciato a collezionarle al Balon di Torino, lo storico mercatino delle pulci, nel quartiere Aurora. E dopo qualche tempo sono diventate per me una sorta di ossessione. Una volta le compravo solo là, adesso le compro anche online, per esempio usate su Vinted.

Una volta sceso da quel palco cos’è cambiato nella tua vita?
Non poi così tante cose. La prima, che ci tengo molto a chiarire per spazzare via ogni fraintendimento, è questa: sono stato incensato dalla destra meloniana, ma questo non mi piace per niente.

Per la riscoperta delle radici?
Ma sì, però mi incensano per i loro scopi politici. Intanto hanno riferimenti ideologici che non mi appartengono, e poi è gente che prima di quel premio non mi ha neanche mai salutato per sbaglio. In quel momento ho capito cosa significa salire sul carro del vincitore. E mi è apparso proprio un atteggiamento di merda. Quindi la prima cosa che vorrei adesso è scrollarmi di dosso questo sostegno della destra meloniana, dopo starò molto meglio.

Oltre a questa circostanza ci sono stati effetti positivi?
Non particolarmente. Tanti mi hanno confuso per un cantautore veneto, quindi mi dicono «hai riscoperto il Veneto» oppure «che bello il dialetto veneto», ma chi ha visto solo questo aspetto non ha capito molto del mio modo di fare musica. Perché mi sento distantissimo dal Veneto e non voglio avere nulla a che fare con quella Regione. Io ormai sono torinese, vivo a Torino da anni e mi sento rappresentato dall’ambiente anarchico e da realtà come Radio Black Out e dal centro sociale El Paso, che mi hanno sempre dato una mano quando avevo bisogno. A quei ragazzi devo i miei ringraziamenti, che non sono riuscito a esprimere dal palco dei David, e mi sento parte di quella comunità, non certo della comunità veneta.

L’accostamento al Veneto è stato naturale, per il dialetto che utilizzi nelle tue canzoni e per l’ambientazione del film Le città di pianura nella provincia veneta.
È vero, ma io non ho mai cercato quell’accostamento lì. Ho sempre cercato di usare quella lingua, quel tipo di codice, ma per uscire dal Veneto. Non il dialetto veneto per il Veneto.

Non vuoi diventare il nuovo Van De Sfroos, per identificazione con un territorio.
No no, assolutamente. Con tutto il rispetto per Van De Sfroos. Il messaggio in una canzone può essere lanciato in qualsiasi lingua o stile, ma l’importante è a chi ti vuoi rivolgere e per qualche motivo. Se canti in dialetto veneto per i veneti è un discorso riduttivo, se canti in dialetto veneto e ti rivolgi a tutto il mondo è un discorso totalmente diverso e più ampio.

I dialetti in musica sono arrivati a ogni latitudine, come il napoletano o il ligure di Creuza de mä, forse più di tante canzoni in italiano.
Certo, perché non è quello che dici ma ciò che arriva come percepito. Hai citato Creuza de mä, che mi sembra l’esempio più azzeccato. Perché anche se non capisci il senso delle parole ti arriva qualcosa di potente.

Quando hai capito che questa sarebbe stata la forma d’espressione a te più congeniale?
Nasce da un’incazzatura. Una sera sono andato a un concerto dei veneziani Rumatera, c’è stato un periodo in cui erano tutti impazziti per questa band e non capivo il perché. Alla fine ho cercato di presentarmi e, prima che potessi chiedergli qualcosa, mi hanno fermato: «Guarda che noi stiamo lavorando». Subito non ho capito: perché mi dicono questa cosa? Poco dopo ho realizzato e mi è scattato qualcosa in testa. Mi sono detto: «Se è così, allora voglio fare musica in dialetto veneto che diventi un lavoro». Anche perché ho analizzato meglio i loro testi, che mi sono sembrati molto da sagra paesana, e quindi volevo dimostrare che è possibile fare musica che diventasse un lavoro ma con testi che parlano di verità e che provano a scavare di più nell’interiorità di ognuno di noi, non solo con temi buoni soltanto per ballare in osteria. In fondo, nonostante l’incazzatura, sento di ringraziarli.

Non tutto il male viene per nuocere.
No, infatti ho provato a uscire dai soliti testi in dialetto che parlano di panini unti e sagre locali e da quel momento ho mantenuto questa linea, parlando di storie che mi sono successe davvero, che succedono ad altri o di emozioni che ho provato veramente.

All’inizio hai avuto altre reazioni negative alla tua musica?
I primi test erano nei bar. Cantavo le mie canzoni e al massimo dicevano che erano troppo lunghe. Accettavo qualsiasi critica, non mi hanno mai frenato. Anche perché non scrivo canzoni per i veneti, per cui non ero così interessato alla loro opinione.

Krano. Foto: Annalisa Lazoi

Foto: Annalisa Lazoi

Prima hai parlato del tuo ambiente di riferimento, che è quello dei movimenti anarchici di Torino. Una città che oggi è anche la frontiera di un certo scontro sociale.
Quello è il mio ambiente, lì ho gli amici che mi hanno aiutato ad arrivare fin dove sono arrivato. Io sono andato via dal Veneto e poi sono iniziate le manifestazioni e gli scontri. C’è una realtà molto viva e sostengo quelle battaglie. In Veneto non potevo partecipare a certe battaglie. In Veneto non si manifesta, si lavora e basta! Pensa che Le città di pianura, dopo le premiazioni ai David di Donatello, è tornato nelle sale anche venete e c’è gente che esce indignata dicendo: «Noi veneti non siamo così. Non siamo dei beoni, siamo lavoratori». Lo prendono come se fosse un documentario e non un film. Avranno la coda di paglia.

Il tuo rapporto con il Veneto è sempre stato conflittuale o solo da quando fai musica?
È sempre stato conflittuale. Mi sono sempre sentito l’emarginato. A me e alla mia compagnia sai come ci chiamavano? «I no global di merda». Senza neanche sapere chi eravamo e come la pensavamo veramente, ma solo per pregiudizio noi eravamo sempre i no global di merda. Ma se nasci con quella mentalità non ci sono alternative.

Eppure, nonostante qualcuno lo abbia interpretato troppo alla lettera, Le città di pianura è stato in grado di raccontare anche un Veneto romantico, seppur decadente.
Francesco Sossai è stato molto bravo, non c’è retorica. Ti fa intravedere certe cose tra le righe, certo bisogna essere abbastanza intelligenti da comprendere che oltre alla storia emergono delle critiche. Che poi sono, in generale, delle critiche che si possono fare a tutta l’Italia. La provincia italiana è più o meno tutta così, tanto che si sono identificati un po’ tutti i territori italiani ai margini delle grandi città. Come dicevo prima per i testi in dialetto, il regista ha trovato una sorta di linguaggio universale.

Nel film c’era un altro musicista, Pierpaolo Capovilla, nei panni dell’attore, che non solo è veneto ma è anche uno che, come te, non è mai stato allineato.
Con Pierpaolo non abbiamo condiviso tanto. A livello artistico ho un bel ricordo, di quando ero più giovane, di un concerto dei suoi One Dimensional Man di spalla ai Melvins. Per il resto, nonostante il film, non abbiamo instaurato un vero rapporto. Ogni tanto parliamo, solo che a livello musicale non ci incastriamo tanto, mentre a livello politico ciocchiamo un po’.

In che senso?
Per me è semplice, non puoi essere pro Palestina e pro Putin. Sono due cose che insieme mi fanno strano. Capisco che lui creda nel comunismo, quindi Cina e Russia gli siano più simpatiche, ma io vorrei approfondire le varie questioni. Secondo me bisogna parlarne e confrontarsi, invece lui è uno che parla e devi starlo a sentire. Non c’è mai stato un vero confronto, per cui dopo un po’ mi stufo di ascoltare e basta. Poi, per sostenere le sue tesi, mi fa vedere dei video su YouTube, quando un attimo prima diceva che c’è gente pagata per sostenere certe tesi su YouTube. Ma allora chi è pagato e chi no? Chi lo stabilisce? Vale solo per certe tesi e non per altre? Mah, a me sembra sempre che si parli per slogan.

Tra i riferimenti che vengono accostati alla tua musica ci sono nomi come Piero Ciampi, Vic Chesnutt e Nick Drake. Ti ci riconosci?
In generale mi riconosco nel blues. Anche con la band precedente, i Vermillion Sands, avevamo trovato tre etichette americane, una più bella dell’altra, che mi hanno permesso di avvicinarmi sempre di più a un certo tipo di musica americana. I Country Teasers, per esempio, dopo averli ascoltati per la prima volta mi hanno cambiato la vita.

Un riferimento più filosofico era contenuto nel tuo secondo disco, Lentius profundius suavius, che riprende il motto di Alexander Langer. Hai raccontato che ti aveva colpito non  tanto il suo messaggio pacifista, ma la presa di coscienza che la pace è un’utopia.
Mi sono appassionato alla sua figura, ho letto tutto quello che potevo tra suoi scritti e interviste, e mi rappresenta in pieno. Anche la sua visione esterofila. Diceva: perché non possiamo parlare più lingue per metterci d’accordo tra italiani e non italiani? E poi a causa delle guerre nell’ex Jugoslavia si è ammazzato, tanto voleva fare qualcosa per farle finire. A me quella cosa lì, tuttora, mette i brividi per la sua umanità. Chissà cosa avrebbe pensato della Russia in Ucraina… Quel disco dovevo per forza dedicarlo ad Alexander Langer.

Come vivi il resto della musica, tra piattaforme e classifiche?
Io vengo dall’underground e da etichette indipendenti, per cui è scontato che per me esista sempre un sottosuolo, a parte la roba più in superficie. Nelle classifiche e nelle piattaforme ci può essere quello che vogliono, ma sotto sono sicuro che ci sarà sempre qualcos’altro che spacca. Il resto è musica per la massa, che c’è sempre stata e non è certo una novità.

Quindi, nonostante tutto, non senti così aderenti i problemi denunciati da tanti musicisti per la musica veicolata dalle piattaforme e da cui il ritorno economico è lo zero virgola?
Prima di tutto a me piace suonare nei concerti live, per cui delle piattaforme mi interesso poco. E in fondo mi pare che si lamentino di quello a cui aderiscono da anni, dalle realtà da cui vengono pagati, per cui ti lamenti di chi ti sta pagando? Sono un po’ cazzi loro! Io sono uno spirito libero: so da dove vengo, dove voglio andare e chi mi vuole bene. Punto.

Tanti si lamentano che senza scendere a compromessi o senza far parte di alcuni circuiti con la musica non si riesce a sbarcare il lunario. Tu ci riesci?
La questione me l’ha spiegata un amico incisore. In sintesi: tutti si lamentano sempre, ma poi se le cose le fai i soldi saltano fuori, invece se non fai un cazzo non ci campi. Invece se uno senza scendere a certi compromessi ce la fa a viverci, allora nascono le invidie. Io sono convinto che se qualcosa ti appassiona e ci credi, devi darci dentro, non ci sono scorciatoie. Tutto qui. Io anche se non avessi avuto un contratto, come aspettano in tanti, sarei andato avanti comunque perché la musica serve a me per vivere. Non nel senso di mangiare e bere, nel senso che quando faccio musica io sto meglio. È un discorso esistenziale.

Ora qual è un sogno che vorresti realizzare?
Mi sento già arrivato. Quando ho scoperto che i Wilco avevano nella loro playlist di dischi preferiti i miei, e quindi mi ascoltavano, ero a posto. Sono arrivato a chi mi ha ispirato, cosa posso volere di più? Continuare esattamente così.