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Kirk Hammett, c’è vita fuori dai Metallica

Il chitarrista ha infranto la maledizione secondo la quale «chi fa il solista indebolisce i Metallica». Merito di una band più vecchia e saggia, dei film horror, della sobrietà, della voglia di sperimentare

Kirk Hammett

Foto: Michael Kovac/Getty Images for Metallica Through The Never

Trentanove anni fa, il 1° aprile, Kirk Hammett ha ricevuto una telefonata che sperava non fosse uno scherzo: gli veniva offerto di entrare a far parte dei Metallica. Aveva vent’anni e suonava negli Exodus, la band thrash metal che aveva fondato da teenager, ma s’era innamorato dei Metallica dopo il loro primo concerto nella Bay Area. Quando ha capito che quell’opportunità c’era davvero, è volato a New York, dove la band stava mettendo a punto l’album di debutto, e nel giro di due settimane era su un palco a suonare assoli accanto a James Hetfield e Cliff Burton. Da quel momento, i Metallica sono diventati la sua vita.

Quasi quarant’anni dopo, Hammett ha pubblicato il suo primo album da solista, una raccolta di strumentali intitolata Portals uscita in occasione del Record Store Day. Nel corso degli anni è stato ospite nei pezzi di Septic Death, Orbital e Santana, ma è sempre rimasto fedele ai Metallica. Vent’anni fa, quando la band era particolarmente fragile – era l’epoca in cui il bassista Jason Newsted diceva di non sentirsi libero di lavorare a progetti paralleli – far uscire un disco solista era inimmaginabile. Ecco perché l’uscita di Portals, così come l’attività nella Wedding Band dove Hammett cui suona cover insieme a Robert Trujillo, sembra quasi un azzardo.

«Ho spesso pensato a fare un disco solista, ma la priorità sono sempre stati i Metallica», spiega il chitarrista. «Questo disco è venuto fuori per caso».

Il primo seme di Portals è stato piantato cinque anni fa, quando Hammett ha organizzato una mostra della sua collezione di poster di film horror. Gli mancava della musica d’atmosfera, così insieme alla moglie Lani ha scritto Maiden and the Monster, sette minuti pieni di luci, ombre e dramma, che Hammett immagina come la colonna sonora di un film immaginario. «All’inizio volevo evocare le atmosfere musicali dei film anni ’20 e ’30», spiega, «poi il brano si è evoluto». Ha organizzato un’altra mostra e scritto un altro pezzo più vicino al metal, The Jinn. Nel 2019, quando i Metallica hanno collaborato con la San Francisco Symphony per i concerti di S&M2, ha legato con il direttore d’orchestra Edwin Outwater e la cosa ha portato ad altre due collaborazioni sinfoniche.

«Ci siamo trovati subito perché siamo entrambi fan dell’horror», dice Hammett. «Così gli ho detto di ascoltare le due cose che avevo scritto a tema e che avremmo dovuto fare qualcosa insieme». I due si sono messi a lavorare su un brano con cui Hammett aveva qualche difficoltà, che ora è in Portals col titolo The Incantation. Prima di incontrare Outwater, Hammett considerava il pezzo irritante, l’aveva riscritto sette volte e intitolato The Insanity Suites. Il brano, che dura circa otto minuti, inizia con un tema che John Williams potrebbe aver scritto per Star Wars e si evolve in un ibrido tra classica e doom. La loro seconda collaborazione, High Plains Drifter, evoca invece l’atmosfera delle colonne sonore di Ennio Morricone.

Hammett e Outwater hanno messo a punto le loro demo in quello che il chitarrista definisce «il primo anno che abbiamo perso per il Covid», cioè il 2020. Le hanno registrate l’anno dopo a Los Angeles. In quel momento ha capito che sarebbero state bene in un EP. «È un cazzo di disco strumentale, non c’entra niente con i Metallica. È diverso dalla musica che ho fatto in passato e mi piace questa cosa». Ha fatto sentire i brani ai compagni di band e al management dei Metallica: l’idea era pubblicare tutto dopo il prossimo album del gruppo, ma gli altri gli hanno suggerito di farlo uscire subito.

«Avere la benedizione degli altri è stato sorprendente. È stato anche meraviglioso perché è noto che la nostra band non fa progressi quando un membro si avventura a fare il solista. Ma è storia di quasi vent’anni fa, ora siamo diversi, vecchi, più saggi e maturi». Si ferma per un secondo. «Beh, non so se siamo davvero saggi, ma di sicuro siamo vecchi. Un po’ più maturi e responsabili. Un progetto simile ha un significato diverso rispetto a vent’anni fa».

Nel 2001, James Hetfield ha detto a Playboy che «quando uno di noi fa un progetto parallelo indebolisce i Metallica». Cos’è cambiato?
Oa la vediamo in questo modo: non siamo musicisti, ma artisti. Eticamente, moralmente e creativamente, è sbagliato privare qualcuno dell’opportunità di esprimersi e creare. Credo che tutti la vedano così adesso. E in generale siamo più aperti e accettiamo cosa accade nelle vite degli altri membri, perché in questi vent’anni sono successe un sacco di cose. Anzi, ne sono successe un sacco solo negli ultimi cinque.

Siamo un po’ più consapevoli della nostra mortalità, del tempo che ci resta come artisti, musicisti e membri di una band. Insomma, ci sono altre cose importanti a cui pensare, come la longevità del gruppo, la sanità mentale di chi ci suona, l’energia creativa.

E poi gli altri sanno bene che non vado da un’amante, resto fedele ai Metallica. Sono la mia casa, lasciarla non avrebbe senso. Se lo facessi la gente mi ripeterebbe ogni giorno che ero il chitarrista dei Metallica. E io voglio essere ricordato come il tizio dei Metallica che cerca di scrivere la migliore musica possibile con gli altri tre del gruppo, che è in buona sostanza quel che facciamo. È la nostra vocazione. È quello che vuole l’universo. Io la vedo così.

Sembra che le cose abbiano preso una piega positiva rispetto ai giorni di Some Kind of Monster. In quel film dicevi di sentirti in mezzo alle dispute interne alla band, quasi come un arbitro. Com’è la situazione ora?
Sì. Beh, ora l’arbitro è Rob (ride). Adesso sono libero di concentrarmi sulla musica, c’è tutto un altro atteggiamento. Siamo più aperti, ci ascoltiamo. Ci rispettiamo di più. Non che siano cose di cui parliamo apertamente. Parlo di come ci comportiamo nella band, di come ci sentiamo adesso. È una cosa istintiva, a volte ne parliamo e altre no, ma in generale evitiamo la negatività che in passato ci ha ficcati in tante situazioni strane. Siamo esseri umani, non siamo perfetti. Nelle nostre vite private facciamo errori a destra e a manca, e credo che l’idea sia cercare di rimediare almeno nelle nostre vite musicali. È quel che ci ha dato forza nel tempo. Se lo chiedi a James credo che ti dirà qualcosa di simile, ma da una prospettiva diversa. E lo stesso vale per Lars.

In questo momento vedo le cose con uno sguardo decisamente diverso rispetto al passato. Non c’entrano i soldi, lo status o il nostro ruolo nella scena. C’entra con la mostra motivazione, con quello che abbiamo dentro, con le ragioni che ci spingono a fare le cose. Qual è l’obiettivo finale? È fare musica che dia gioia alla gente, che la aiuti. In fin dei conti, si tratta di trovare le note che ti rendono felice. Lavoriamo su questo. La musica è magia.

Avevi già provato a lavorare a un progetto solista?
No, né ho mai mai scritto un testo intero. Non ci ho neanche provato. Devo ancora provare a scrivere una canzone con tre accordi, tipo Dylan, non ci sono mai riuscito. Devo ancora sperimentare con la mia voce. Non so cosa verrebbe fuori. Ma adesso penso di essere in grado di farlo ed è strano perché, cazzo, ho quasi sessant’anni. Non sarà mica troppo tardi? Il punto però non è questo, il punto è che mi sembra il momento giusto. Sono opportunità che si presentano da sole. La vivo così.

Quando Jason faceva le sue cose da solista, e non era un solo progetto ma vari progetti, pensavo fosse figo ma non per me. Avevo la testa da un’altra parte. Cercavo ancora di scrivere riff fighi e cose del genere. La vedevo così: se devo fare qualcosa, dev’essere nuova, diversa, originale. Ovviamente niente lo è al 100%, ma bastava un sapore diverso da quello che è stato già fatto milioni di volte. Perciò pensavo: ok, Jason fa così, grande, cazzo, buona fortuna. Quando lo farò anch’io sarà una cosa mia al 100%. La vedevo così.

Sembra che tu sia arrivato a una forma di autorealizzazione, ora sei sufficientemente sicuro di te da poter dire: voglio fare questa cosa, sosteniamoci a vicenda.
Sì, è assolutamente così. Capirlo è stato un bel viaggio durato quasi dieci anni. Sono sobrio da sette anni e mezzo: è stato fantastico perché mi sembrava di aver ripreso a ragionare dopo anni in cui ero o ubriaco o in hangover, niente vie di mezzo. Quando ho smesso di bere ho capito di avere un sacco di tempo a disposizione. Ho smesso di andare nei bar e nei nightclub, persino al ristorante. Ho chiuso con tutto, anche in tour.

In passato, dopo un concerto uscivamo per tre o quattro ore e finivo in albergo distrutto. Suonavo la chitarra per qualche ora, fino a svenire. Poi mi svegliavo la mattina e non ricordavo nulla di quello che avevo suonato. Sono andato avanti così per decenni. Poi ho tolto di mezzo l’alcol e ho iniziato a suonare di più, a ricordare le cose. All’improvviso la chitarra era diventata un mezzo per esprimermi, più che in passato perché stavo meglio. È una delle cose più belle che mi sono successe dopo aver smesso.

Com’è stato collaborare con musicisti diversi dai membri dei Metallica? Hai co-firmato due brani con tua moglie Lani, altri due con Edwin Outwater…
È stato diverso. All’inizio ero nervoso, perché ero abituato a musicisti di un certo livello. Sapevo che anche Edwin lo era, ma avevo paura che non ci sarebbe stata la giusta intesa. Ma c’è stata, assolutamente. Non avevo niente di cui preoccuparmi. Lui sa di cosa parla. Conosce la musica. Conosce la composizione. Ha l’orecchio assoluto. Lo adoro. Insomma, sento una nota e gli dico: ok, Edwin, cos’era? E lui: Mi bemolle. E io: sei un grande. Collaborare con lui è stato molto facile.

Suonerai Portals dal vivo?
Non ne ho idea. A pensarci bene potrei farlo con un’orchestra da camera. In teoria potremmo anche partire in tour. Ma è solo mezz’ora di musica, quindi dovremmo aggiungere qualche cover o qualcosa del genere. Non lo so. Ma sì, potremmo portare il disco in tour.

A cos’altro stai lavorando? So che i Metallica faranno dei concerti. State lavorando a un disco?
Non dovrei parlarne, quindi dico solo che stiamo lavorando. Anche io sto lavorando. Ho sempre dei progetti in cantiere e credo sia arrivato il momento di andare oltre alla musica. C’è un fumetto in lavorazione, credo che diventerà una graphic novel e magari qualcosa di più. Vedremo.

Tornando a Portals, credi che il pubblico non sia consapevole di tutto quello che puoi fare, come chitarrista?
Suono la chitarra ogni santo giorno. Ne ho una in mano anche adesso. So suonare un sacco di stili diversi, dal jazz al bossa nova, dal blues alla classica, persino la polka. Sono a mio agio con tanta musica diversa, ma il 90% dei nostri fan mi ascolta solo nel contesto dei Metallica. Ecco perché l’EP è una fantastica occasione per mostrare un mio lato che molti non conoscono.

Per una volta non mi sono dovuto preoccupare di suonare assoli orecchiabili o accessibili. Un sacco di quelle parti sono un totale flusso di coscienza, di certo non pensavo al sound dei Metallica. È fantastico, se in futuro pubblicherò qualcosa di ancora più radicale, la gente non ne resterà così sorpresa.

A proposito di versatilità, uno dei momenti che preferisco del weekend di show per il 40° compleanno dei Metallica è quello in cui tu e la Wedding Band avete fatto Word Up dei Cameo.
Adoro Word Up e l’electro funk anni ’80. Lo ascolto da quando ho memoria. Anche negli Exodus: io, Tom Hunting e Gary Holt ascoltavamo sempre la radio AM. Giravamo in auto e quando mettevano qualcosa di fico e funk, alzavamo il volume. Lo riabbassavamo quando tornavano alle canzoncine pop. Anche Rob [Trujillo] è cresciuto con quella roba. La Wedding Band è una celebrazione della musica che ci ispira dagli anni ’60 ,’70 e ’80.

Un mio amico fotografo mi ha detto che quando facciamo jam funk di 10 minuti perdiamo l’attenzione del pubblico. Gli ho risposto: credi che me ne freghi qualcosa? Credi che a Jimmy Page fregasse qualcosa delle 20 mila persone del pubblica al ventinovesimo minuto di Dazed and Confused, al Madison Square Garden? Non gliene fregava un cazzo di niente. Gli interessava solo trovare un’altra grande parte da suonare. Forse nel mondo di oggi è considerato un modo vecchio di pensare, ma chi se ne frega.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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