Ketama126: storia di un ex metallaro

Stanotte è uscito a sorpresa la prima metà di "Rehab", il nuovo disco del rapper romano affiliato al clan 126. L'occasione giusta per parlare di lui, del suo passato e della voglia di disintossicarsi da tutto
Ketama126, foto di Ludovica De Santis

Ketama126, foto di Ludovica De Santis


«È uscito a sorpresa, mi andava di fare così» dice un Ketama 126 svaccato su una sedia nella sala riunioni di Rolling Stone—occhiali rigorosamente scuri e polo di Sergio Tacchini.

La prima parte di Rehab, il nuovo disco del trap boy romano, consiste in otto canzoni sparate di botto online e disponibili solo in digitale. «Verso settembre/autunno ne usciranno altre altre otto e poi stampamo tutto, magari su vinile, chissà.»

E dietro al nome Rehab, Piero (il suo nome) ha nascosto mille sfumature di significato, che come mi spiega vanno ben oltre il disintossicarsi dalle sostanze.

L’anno scorso ci avevi detto di aver smesso con le droghe. Se però ora chiami un disco Rehab, le cose non tornano. Ci sei ricascato?
Diciamo che è una roba periodica. È altalenante, ma ora sono nel periodo buono. Ho smesso, faccio il bravo. Però il concetto di Rehab non ha solo a che vedere con la droga. È il volersi disintossicare da qualcosa, vuol dire elevarsi e superarsi. Salire di livello. Una specie di riabilitazione sociale. Chiaro che rischi sempre di cascare. Dall’ultima intervista con voi, quando avevo il braccio fasciato, diciamo che è successo di ricascarci. Ma in generale sto sempre salendo. La musica è la mia Rehab. Se non ce l’avessi non saprei proprio che cazzo di ruolo potrei avere nella società.

Non ti vedresti a fare nient’altro nella vita?
Nient’altro di buono. E poi non so fa’ nient’altro, non ho le doti. Meno male che ho fatto la scuola per fonici, la stessa che hai fatto tu, altrimenti nemmeno le produzioni saprei fare. Almeno così sono totalmente indipendente. Registro, produco, mixo tutto da solo. In più, studiare per un anno e mezzo a Milano mi ha spinto all’indipendenza, a non pesare sulla mia famiglia. Tornato a Roma, sono andato a vivere da solo.

Tra l’altro coinvolgi spesso tuo padre nei tuoi pezzi.
Mio padre è un musicista per passione, purtroppo non per lavoro. Quando aveva la mia età lo faceva quasi per lavoro, gli sarebbe sicuramente piaciuto. All’inizio l’ho coinvolto nei dischi di Carl [Brave] e Franco [126], che volevano dei fiati e non sapevano a chi chiedere. Così ho detto: “Cazzo, c’è mio padre che è sassofonista, chiediamo a lui!” È un jazzista e a casa abbiamo tanti di quei vinili di Coltrane da far spavento. Ed è anche per questo che ha sempre capito le mie ambizioni, mi ha sempre aiutato ad andare avanti.

Come ti è venuto in mente di mettere un po’ di grunge nella trap? L’intro di Rehab potrebbe essere un pezzo dei Nirvana.
Molte chitarre nel disco sono dei plugin, alcune sono campionate da altri pezzi, altre ancora sono proprio suonate da Luca [Galizia], Generic Animal. È un musicista straordinario. E proprio le chitarre in Rehab e in Lucciole le suona lui. Mi ha aiutato un sacco, dà un sound molto chitarroso e distorto. Sono partito dalle mie idee, poi svuotavo tutto e ci mettevo il contributo di musicisti come Luca. Io poi vengo dal rock, mi viene naturale. Al liceo suonavo anche il basso nella tipica cover band dei Black Sabath, dei Metallica, dei Red Hot Chili Peppers. A un certo punto però, quando sono cresciuto, la mia attenzione si è spostata sul rap. Mi è venuto naturale di mischiare le due cose all’interno della trap. E chi pensa che la trap non sia un genere in continua evoluzione, si sbaglia. Se non ti evolvi sei morto.

C’è da dire che certa gente nella trap sta facendo le stesse cose fotocopiate da 4 anni, eh.
Vero, per fortuna io mi rompo er cazzo in fretta. Se poi come me hai nel background la musica suonata, il rock, allora è naturale evolversi. Ora le produzioni della trap sono quasi tutte uguali, io ho cercato di portare una ventata d’aria fresca. Anche nella strategia voglio differenziarmi da tutti, per questo ho fatto uscire a sorpresa il disco, anziché pompare per mesi rompendo il cazzo a tutti. È un disco in due parti, non ha senso creare hype inutile.

C’è addirittura un po’ di rock emo, come in SQCS con Pretty Solero.
Bravo, quell’arpeggio di chitarra acustica è proprio campionato da un famoso gruppo emo, i Silverstein.

Vuoi dirmi che eri anche emo una volta?
No, nel periodo degli emo per fortuna ero un metallaro, quindi un po’ je menavo agli emo. O eri emo o eri punk/metallaro.

Tipo che ognuna delle fazioni si ritrovava davanti alla propria chiesa in Piazza del Popolo?
Ecco, no. Per fortuna non ho mai fatto quelle cose. E poi ero un metallaro anomalo perché frequentavo tutta gente che veniva dal rap e dai graffiti.

So che sei amico di Dark Side, e in questi giorni si sta parlando parecchio di lui e della spaccatura con la Dark Polo. L’hai sentito ultimamente?
È da sempre un mio amico ed è l’unico di loro con cui ho sempre avuto un rapporto di amicizia vero. Non che gli altri me stiano sulle palle, eh, è che lui è un fratello. Le prime tracce trap a Roma le abbiamo fatte io e Side. Poi è nata la 126 e subito dopo la Dark Polo.

La 126 si smembrerà mai come sta succedendo alla Dark Polo?
No, perché la 126 nasce diversa. La Dark Polo è figa perché è una boy band. Noi invece siamo un collettivo di amici di vecchia data, cresciuti insieme con la passione per la musica. Ognuno col proprio progetto di carriera e la propria visione delle cose. Non sento Arturo [Dark Side] da un paio di settimane, fatico a vederlo perché c’ha i suoi cazzi e deve risolverli.

Sei sempre fidanzato tu?
No, da settembre faccio una vita da single. Tranquilla. So’ più tranquillo ora di quando ero fidanzato. Sai, te scanni, te litighi. Anche per quello parlo di Rehab. In Angeli Caduti parlo di lei, della mia ex. “A volte sembri un angelo caduto dal cielo / a volte sembri il diavolo che mi porta all’inferno” descrive proprio gli ultimi momenti della relazione. Poi ovvio, l’allusione alla droga poi viene da se. Anche lei ti fa andare su e giù. Però ora ho smesso con tutto, perché ora voglio stare un po’ in pace con me stesso.

Ketama126, foto di Ludovica De Santis

Ketama126, foto di Ludovica De Santis

Di cosa ti interessi nella vita?
Non sono il tipico ragazzo che segue lo sport e il calcio. Non lo pratico nemmeno. Da ragazzino ero laziale, la mia famiglia lo è, però poi ho perso completamente interesse. Pare stupido ma mi piace andare a pesca, le cose semplici tipo andare al mare.Ora che mi ci fai pensare è un po’ che non vado a pescare, mi manca. Ma sono troppo impegnato, fra tour e cose varie. Poi ovviamente c’è la musica. Queste otto tracce le avrò composte in due mesi, due mesi in cui sono stato benissimo.

In passato hai detto che la trap in Italia è “un compitino”. Lo è stato anche per te?
Può essere, ma in ogni caso ora non lo è più. Non c’è più nulla del compitino, è tutta una roba personale, una roba mia. Ho solo parlato di cose che mi appartengono. A livello musicale nessuno poi in Italia fa ‘sta roba di fondere le chitarre e la trap. Ma forse nemmeno in America. Lo faceva in parte Lil’ Peep, ma lui era decisamente emo. Forse un po’ troppo, poraccio. Mi è piaciuto anche l’ultimo album di XXXTentacion, però lui me sta sulle palle come persona. È il momento giusto per farlo.

E quel Calimero che hai tatuato sul braccio ha un significato?
Fin da regazzino mi è sempre piaciuto. Amavo il personaggio, collezionavo i pupazzetti. Esteticamente è proprio fico, co’ ‘sti occhioni, tutto tondo. Preso male, un po’ emo con la lacrimuccia come i trapper. Alla fine è il primo trapper della storia. In camera mia a casa dei miei è ancora pieno di pupazzetti. Ora non fanno più tanto per me [ride].

Tu e i ragazzi della crew 126 vi ritrovate ancora sui 126 scalini di Via Dandolo?
Spesso capita che ci becchiamo ancora sugli scalini, sì.

E i fan non vengono lì a parlarvi?
Vengono, fanno le foto e sorridiamo. Perché siamo contenti.