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Ketama126, la via spirituale alla trap passa da Trastevere

Legge il Vangelo e canta di coca. Riflette sull'apocalisse e gli piacciono i ritmi esotici. Ha fatto un disco, ‘Armageddon’, con una copertina fra metal e fusion. Il suo monito: "Ogni giorno è l’ultimo giorno"

Ketama126

Foto: Alessandro Mancini

Nella sua versione estiva – pantaloncini, occhiali scuri e sneakers – Ketama sembra un surfista stoned di Vizio di forma di Thomas Pynchon o de La pattuglia dell’alba di Don Winslow. Ma la California di Kety sta a pochi passi da Trastevere, è un viaggio trap d’evasione dalla paranoia di due anni di lockdown e profuma di ganja, come l’ascensore che prendiamo insieme per raggiungere la lounge della Sony, la sua etichetta, e fare due chiacchere su Armageddon, un disco «più caldo degli altri» e con una doppia anima.

E iniziamo parlando proprio di viaggi, quelli musicali e quelli veri, tra l’Africa e Ibiza, fonte d’ispirazione e di ricerca, anche spirituale. Perché l’Armageddon, la fine del mondo, è uno stato mentale in cui ogni giorno è l’ultimo. Un materiale da maneggiare con cura… e chi meglio di lui, il più rock dei rapper italiani, poteva farlo?

Sono passati tre anni dal tuo ultimo disco Kety, un’infinità: che hai fatto in questo periodo?
Ho approfittato dello stop del Covid per viaggiare, cosa che non avevo mai fatto davvero. Prima avevo girato solo le capitali europee ed era stata un’esperienza che non mi aveva dato molto di più di quello che posso trovare a Roma e Milano. Poi ho scoperto il Kenya, un altro mondo, mi piacerebbe un giorno comprare una casa lì. In Africa sono riuscito finalmente a trovare ispirazione.

Che tipo d’ispirazione?
Innanzitutto a livello musicale, Armageddon suona più caldo rispetto alle mie altre produzioni: non è un sound allegro, ma al posto delle solite chitarre metal o grunge ho usato quelle in lavare, o latine alla Santana. Ci sono campioni dub e reggae. Per quanto riguarda la scrittura, viaggiare mi è servito per non fossilizzarmi nell’atmosfera di lockdown che stavamo vivendo: cerco sempre di parlare della mia vita, ma volevo un disco che ti facesse evadere da quella realtà e ti portasse in un altro mondo. È comunque un disco trap, le batteria sono quelle.

Nel disco ci sono due anime diverse, ma non in contrasto: una è quella del Ketama che già conoscevamo, grande cantore di “droga e puttane” (cit.), l’altra è nuova, più mistica, spiritual drill, forse eredità dei tuoi viaggi…
Sì, c’è sicuramente un lato più effimero, votato al divertimento, e uno più riflessivo. Ci sono molti riferimenti alla mistica e alla religione, tutte cose che m’incuriosiscono.

Anche la copertina, un incrocio tra il mondo Marvel e un tempio hindu, sembra riflettere queste due anime…
Da ragazzino ascoltavo dischi prog rock anni ’70 che avevano quel genere di copertine, è un esperimento che ho sempre voluto fare. Una delle tante reference che ho mandato a Carlo Sancho, che poi ha fatto il disegno, è Bitches Brew di Miles Davis, l’immaginario sta a metà tra il metal e il jazz più spirituale.

Ci sono meno love song rispetto alle tue precedenti produzioni. È una scelta?
Sono cresciuto e quel lato punk sentimentale si è un po’ smorzato.

Tanga è un pezzo reggaeton, da ballare, non me l’aspettavo…
Tanga, insieme a Coca rosa, è un pezzo nato a Ibiza, tra amici, in una villa: la parte “droga e puttane” lì ha trovato il set perfetto. Ho sempre apprezzato il reggaeton – e considerato i ritmi equatoriali del disco – è un pezzo coerente con il resto. Negli ultimi anni poi ho ascoltato un sacco di musica reggae, dal rocksteady alla dancehall di adesso: da ragazzino frequentavo i sound system romani, dall’Intifada al Brancaleone, è stato quello il mio primo punto di contatto con la trap.

Oltre ai brani che hai direttamente prodotto, c’è comunque il tuo zampino anche in quasi tutte le tracce di Armageddon. È un disco che avresti potuto produrre anche tutto da solo?
Ormai è una necessità lavorare con altri. Volendo potrei fare tutto da solo, ma psicologicamente mi distruggerebbe. Lavorare con altri durante la pandemia è stata anche la scusa per non starmene da solo, ed ho talmente tanti amici bravi che sarebbe un peccato non collaborare con loro. Inoltre non sono un musicista completo e per le parti suonate con strumenti veri mi affido a chi sa farlo…

C’è tuo padre, il sassofonista Adalberto Baldini, anche in questo disco.
Sì, suona il sax, sia tenore che baritono, nella bonus track Sotto la Luna. L’ho messa alla fine perché è molto diversa dal resto della mia discografia: è un viaggione, un esperimento…

Oltre a tuo padre, ci sono gli amici, la Lovegang (Franco126, Carl Brave, Pretty Solero) e Noyz Narcos…
Con Lovegang stiamo cercando di fare un disco insieme, per ora è uscito un singolo, Signor Prefetto. Per i featuring del mio disco ho scelto la voce giusta per ogni canzone, senza cercare il personaggio del momento o quello super pop, ma affidandomi agli amici di sempre o a voci non italiane come l’austriaco Raf Camora e gli spagnoli Kaydy Cain e Yung Beef.

Mi sembra che ci sia sempre più una differenza musicale tra Milano e Roma: da un lato la drill milanese con un’attitudine molto street (Rondodasosa, Shiva, Baby Gang), dall’altro la trap romana che va verso il pop e il cantautorato.
Sì, io forse sono un po’ un’eccezione: nel disco ci sono pezzi drill anche se non hanno i classici testi su reati e carcere. Cerco di parlare di cose vere, se avessi commesso più reati di quelli che ho fatto, forse farei più drill.

L’armageddon, la fine del mondo, è solo un pretesto narrativo o è una tua fissa?
Ho la fascinazione del giorno del giudizio, dei suoi aspetti mistici e religiosi, dalle tradizioni orientali al Vangelo, che mi piace leggere. Poi dopo il Covid e con la guerra in corso, mi sembra un titolo azzeccato. Era tempo che volevo chiamare un disco così, e questo suona pure come una bomba atomica, quindi è perfetto.

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