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Kelly Lee Owens fa canzoni per il corpo e per la testa: «La musica ti libera dal dolore»

L'autrice di uno dei dischi del momento racconta 'Inner Song', parla del potere curativo dei suoni, spiega che cosa ha imparato lavorando in un negozio di dischi. E lancia un appello: «Fate la differenza comprando musica»

Kelly Lee Owens

Foto: Kim Hiorthøy

L’ansia del secondo disco è un fantasma che negli anni ha infestato la mente di una moltitudine di giovani talenti. Il peso dell’aspettativa (i risvolti psicologici del far musica son sempre estremamente sottovalutati) ha tradito più musicisti di quanti immaginiamo. «Credo che l’ansia derivi dal pensiero di dover produrre un secondo disco. Pensare di dover fare con l’intento di raggiungere un determinato obiettivo», mi racconta Kelly Lee Owens mentre conversiamo sull’uscita del suo secondo lavoro in studio, Inner Song. Dopo l’acclamato omonimo disco d’esordio e una strepitosa e fortunata collaborazione con Jon Hopkins (Luminous Spaces), le aspettative attorno alla produttrice e cantante gallese erano molto molto alte. «Mi sono approcciata a questo disco con una nuova energia perché rispetto a quell’esordio sono una nuova persona. In questi tre anni ho trascorso parecchio tempo in tour e questo mi ha permesso di distrarmi e prendere tutto con la giusta calma. Fare, fare, fare, produrre, produrre, produrre; non è quello il mio modo di comporre, nonostante sia quello che l’industria richiede. Ho iniziato a lavorare a Inner Song quando mi sono sentita pronta e in meno di un mese ho composto tutta la parte strumentale. Essere focalizzati e seguire il proprio istinto creativo è fondamentale».

Cresciuta in Galles, Kelly Lee Owens si è trasferita a Londra dove ha iniziato la sua carriera musicale militando in una band indie, gli History of Apple Pie, e dove trascorreva le giornate lavorando al celebre Pure Groove di Londra, storico negozio di dischi in cui ha potuto stringere amicizia con importanti dj e producer della scena londinese come la compianta leggenda Andrew Weatherall, Daniel Avery, James Greenwood. «Lavorare in un negozio di dischi è magico, sei l’ultimo tassello del puzzle di una produzione del disco, la persona che completa questo percorso esponendo l’opera al pubblico».

Se da un lato questo ambiente e queste conoscenze privilegiate hanno permesso alla Owens di diventare una produttrice eclettica, dall’altro hanno stimolato i più retrogradi alla continua cantilena maschilista tipica di un certo retaggio misogino del mondo dell’elettronica. «Credo che ci sia ancora molto maschilismo nel mondo della musica, soprattutto in relazione alle produttrici. Ogni qualvolta una donna è affiancata da un artista uomo, viene assunto che lui sia il produttore e lei una figura marginale. Nei miei lavori non c’è suono, struttura, testo che non sia deciso o approvato da me. Sono io ad aver il controllo artistico totale dei miei lavori e mi sembra assurdo che, essendo una donna, sia costretta a doverlo ripetere di continuo. My music is my baby. Le persone ci mettono un attimo a privarti dei crediti dei tuoi stessi lavori, sono davvero stanca di questo».

Foto: Sarah Stedeford

Inner Song è un disco magnifico, la conferma di aver trovato un grande talento creativo capace di costruire dialoghi intriganti tra la fisicità del clubbing e l’universo etereo del cantato per una narrativa sonora unica. «Mi viene naturale e mi esalta unire una parte emozionale, più dreamy, a una dove è il corpo a dare l’emotività. Per Inner Song mi sono costretta ad essere sincera con me stessa, non ascoltando gli altri, canalizzando le mie emozioni, onorandole, cercando di entrare in contatto con me stessa. A livello di musica, testi, emozioni». Le produzioni di Inner Song, quando insistono sul dancefloor, mostrano una decisa consapevolezza capace di edificare un flusso ritmico incalzante, con grande consapevolezza dei momenti interni ai brani. «Ho suonato in molti dj set dopo l’uscita del primo disco. Aver un rapporto così diretto con il pubblico ti introietta una serie di capacità come capire quando è il momento migliore per far accadere qualcosa. Sentire e percepire quel momento mi permette di giocare con le mie composizioni».

C’è un certo misticismo nella musica di Kelly Lee Owens. Una forza magica che ci attrae, che ci fa sognare e sudare, che ci trasmette qualcosa che giunge da un altrove ultraterreno (i suoi omaggi ai defunti Arthur Russell e Keith Flint sono un rapportarsi voluto con un aldilà). E al contempo c’è il corpo, l’umano, l’errore. «Non mi piace la parola errore perché penso che nella musica non ci possano essere errori. Ci sono cose che accadono fuori dall’ordinario, altre che magari non funzionano, ma non ci sono errori, solo note differenti. E questo può rendere tutto più interessante. Non ho una formazione musicale da conservatorio e nonostante apprezzi chi la possiede sono davvero felice di poter procedere sbagliando, seguendo le mie intuizioni».

Foto: Sarah Stedeford

Prima di trasferirsi a Londra, all’età di 19 anni, Kelly ha lavorato come assistente infermiera nel reparto di oncologia di un ospedale di Manchester. Musica e guarigione sono due termini che si rincorrono durante la nostra conversazione, soprattutto quando, eventualmente, si finisce nel territorio del Covid e dello stress traumatico di questo periodo storico. «C’è un dolore emozionale che il nostro corpo riesce a rilasciare con la musica. Alcune frequenze hanno il potere di liberare il nostro corpo dal peso e dalla sofferenza che si porta dentro. Tutto ha una vibrazione. Il potere curativo della musica è qualcosa di cui siamo a conoscenza da millenni: la musica è una salvezza. C’è una crisi mentale e psicologia che sta andando avanti da tempo. Molte persone soffrono di ansia e depressione. In Inghilterra, ad esempio, i suicidi sono la prima causa di decesso non naturale per gli uomini. Per non parlare degli abusi domestici. C’è un problema psicologico continuo e costante che uccide più di quanto stia facendo questo virus. Lavorando a Pure Groove ho conosciuto moltissime persone sole che trovavano consolazione nella musica. Per questo noi artisti abbiamo il compito di continuare. La musica aiuta le persone sia a livello fisico che psicologico».

La mia conversazione con Kelly si avvicina alla fine nel gorgoglio metallico di Zoom. Le interviste, per prassi, si concludono con un accenno del futuro. E se i tour continuano ad essere rimandati, il digitale fatica ad affermarsi e locali, artisti, etichette faticano a far quadrare i propri conti: che futuro ci rimane? «Ho alcuni concerti organizzati per il prossimo anno perché è necessario pensare positivo. La musica ha la capacità di pensare al futuro. Troveremo una soluzione, in un modo o nell’altro, per condividere spazi e momenti ed emozioni. È importante che rimaniamo assieme e che supportiamo il mondo indipendente: etichette, locali, artisti. Creare una community in senso globale. Lo streaming è un buon mezzo, ma è acquistando la musica che davvero si fa la differenza. Una piattaforma come Bandcamp è un modo, immediato, per aiutare direttamente artisti, etichette, autori. Da amante della musica, quella è la soluzione per ora: creare cultura».

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