Home Musica Interviste Musica

Keith Urban: «Fare concerti nei drive-in è un gioco da ragazzi»

Il musicista country spiega come funziona una performance di fronte a un pubblico chiuso nelle auto. Lo ha fatto per il personale del Vanderbilt University Medical Center di Nashville e ha funzionato

Keith Urban

Foto: press

Priva di certezze su quando le cose torneranno ad avere una parvenza di normalità, l’industria dell’intrattenimento si interroga sul futuro degli eventi dal vivo. Giovedì sera, Keith Urban ha mostrato come potrebbero andare le cose in una fase intermedia: ha tenuto un concerto riservato agli operatori sanitari, che l’hanno seguito da dentro le loro auto parcheggiate allo Stardust Drive-In di Watertown, Tennessee.

Sono stati il cantante e il suo team a proporre l’idea a Brian O’Connell di Live Nation . «Quel che hanno fatto è stato straordinario», dice Urban. I pass sono stati distribuiti a medici, infermieri e personale ospedaliero del Vanderbilt University Medical Center di Nashville. Urban l’ha fatto «in segno di gratitudine per i sacrifici che hanno fatto per mesi. Il concerto è stato un modo per riconoscere la loro forza».

Quando hai cominciato a pensarci?
Suppergiù un mese fa. È stato un gioco da ragazzi. Le persone dovevano rimanere in auto e i drive-in esistono ancora, giusto? Tra l’altro, non immaginavo che ce ne fossero così tanti.

Leggo che, date le limitazioni della pandemia, gli affari girano bene per i drive-in.
Assolutamente sì. Ci siamo fatti un po’ di domande: come facciamo a far sentire la musica alla gente chiusa in auto? Come si distanziano le vetture? Come facciamo ad assicurarci che tutti abbiano una buona visuale? Il drive-in offre una soluzione a ognuno di questi problemi. Mettici pure che ogni spettacolo dal vivo oggi ha un grande videowall dietro alle spalle dei musicisti, giusto? E che cos’ha un drive-in? Il grande schermo. Basta piazzarci un palco di fronte e sei pronto per suonare.

E con l’audio come funziona?
Abbiamo scelto lo Stardust Drive-In perché non è particolarmente grande. Trattandosi di un concerto di prova ci serviva un drive-in piccolo. Avevamo bisogno di una produzione minima per non riunire troppi lavoratori nello stesso luogo. L’amplificazione era modesta, l’impianto luci pure, la troupe ridotta. C’erano due musicisti sul palco con me, a tre metri di distanza. Uno di loro, Jeff Linsenmaier, aveva due laptop e ha svolto il ruolo tipico del dj facendo partire le basi. Sembrava un po’ un karaoke, ma abbiamo dovuto farlo così per far ascoltare le canzoni arrangiate senza avere un batterista, un bassista o altri musicisti sul palco. Io ovviamente suonavo la chitarra e cantavo. In più, c’era il mio tastierista Nathan Barlowe, che suona anche la chitarra e fa i cori. In tre abbiamo creato un bel muro di suono.

C’è modo di fare qualcosa di simile con una vera band?
Dipende da quanti tecnici sono necessari. Se usi anche solo la batteria ci sono un mucchio di microfoni e altre cose in ballo e la produzione cresce in modo esponenziale. Però mi piacerebbe farlo con tutto il gruppo, anche perché sono uno che quando suona si prende delle libertà. Se canti su tracce pre-registrate sei invece costretto a restare fedele alla struttura delle canzoni. A me piace jammare, sentirmi libero. Ma abbiamo trovato un modo per modificare le tracce sul momento.

Ovvero?
È una cosa che stiamo facendo da un po’ di tempo e ci è tornata molto utile in questo momento. Il musicista con i due portatili ha modificato le tracce in modo tale da poter estendere i ritornelli, i versi, le introduzioni. Può farlo in tempo reale, il che è incredibile. Quindi se io decido sul momento di fare un lungo assolo di chitarra lui crea loop in tempo reale. È pazzesco.

Hai annunciato che il tuo nuovo album The Speed of Now, Part 1 uscirà il 14 settembre. Che cosa dobbiamo aspettarci?
Ci sto lavorando da un anno e mezzo, ma il titolo mi è venuto solo l’anno scorso.

Sembra preveggente.
Strano, eh? È ironico, anche se non userei la parola ironia in questo momento. Il punto è che avevo appena fatto un tour mondiale e mi sono accorto che tutto va sempre più veloce, le cose e gli esseri umani. Viaggiamo sempre più lontano, gli aeroporti sono pieni. Tutto va a una velocità folle. Cerchiamo di stare al passo di questi cazzo di computer che abbiamo in tasca.

È un corso una lotta evolutiva fra uomo e tecnologia. Mi sono chiesto: come finirà? Dove stiamo andando? La velocità si è presa anche il tempo dell’oggi, che dovrebbe essere il più libero di tutti, e questa è l’ironia più triste. Ecco come mi è venuto il titolo The Speed of Now.

Leggi anche