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Keith Richards: «Smettere di andare in tour? Non è così che finirà per i Rolling Stones»

Il chitarrista parla del nuovo album, delle sorprese in arrivo nei prossimi live, e del perché la band sta già lavorando alla propria eredità

I Rolling Stones in concerto a Milano, durante il tour di 'A Bigger Bang', nel 2006

Foto Getty Images

«È tutto ok, man, come al solito – si congela, qui», dice Keith Richards al telefono dalla sua casa nel Connecticut durante un pomeriggio di gennaio. Abbiamo sentito il chitarrista in occasione del 30° anniversario di Talk Is Cheap, il suo celebre album solista sotto il nome X-Pensive Winos, in uscita il prossimo 29 marzo. Per Richards i prossimi mesi sono ricchi di eventi. I Rolling Stones lanceranno il 20 aprile a Miami il loro primo tour negli stadi da quattro anni a questa parte, ma prima – rivela Richards – la band ritornerà in studio per una settimana circa, per continuare il lavoro sul primo album di canzoni originali dai tempi di A Bigger Bang, del 2005. «In questo momento più che altro mi sto preparando, mettendo insieme tutto il materiale».

Per i fan, che lo scorso anno si erano allarmati dopo che il chitarrista Ronnie Wood aveva suggerito che i lavori sull’album fossero fermi, è una buona notizia. «Mick e Keith volevano essere sicuri che le canzoni fossero davvero buone, così abbiamo fatto una specie di passo indietro», aveva detto Wood. Più o meno nello stesso momento, Richards aveva dichiarato di non sapere quando la band sarebbe tornata al lavoro. 

Ma Richards ha passato le vacanze natalizie facendo un inventario del suo materiale. Descrive così il processo: «Spesso non si tratta tanto di scrivere, quanto di ascoltare quello che è già stato fatto e capire se merita, e poi levigarlo, cose del genere». Cambia presto discorso e si mette a ridere: «È roba noiosa. Sembra un lavoro da falegname».

Richards dice che «il tempismo è perfetto» per entrare in studio prima del tour. È incredibilmente eccitato per le date negli USA, che includono il Jazz Fest di New Orleans e date multiple negli stadi del New Jersey e di Chicago. «Non può essere altrimenti», dice, aggiungendo che questo Paese ha un valore sentimentale per lui che risale fino al tour del 1964. «È fantastico poter suonare di nuovo negli States, è passato un po’ di tempo. Li considero da sempre il nostro primo terreno di caccia. Anche se lo avevamo già fatto in Inghilterra, potersi muovere lungo un intero continente era qualcosa di pazzesco. Quindi ho sempre avuto un debole, verso il suonare in America».

I tour degli Stones spesso iniziano con uno show a sorpresa in un club, che per i fan è uno scenario da sogno. «Lo spero», dice Richard in proposito, «negli ultimi due tour non l’abbiamo fatto. Volevamo, ma c’era qualche problema logistico nel trovare il locale giusto o roba del genere. Ma di sicuro questa volta è sul menù, mettiamola così. L’antipasto!».

I fan si devono aspettare qualche altro colpo di scena, l’anno scorso rappresentati dalle performance live di rarità come She’s a Rainbow e Fool to Cry. Richards ha già qualche idea sulle canzoni che vorrebbe rispolverare: «Ci stiamo pensando, e mi hai quasi preso con le mani nel sacco perché abbiamo pronte sorprese del genere. Ma non ho intenzione di dirtelo! Puoi capire la mia esitazione».

A 75 anni, Richards dice che salire sul palco di uno stadio gli regala un’emozione di cui non si è ancora stancato. «Per niente al mondo», dice. Aiuta il fatto che anche il resto della band sia in ottima forma: «Voglio dire, come potrebbe essere altrimenti? Sali sul palco per fare quello che ami, che per una coincidenza fortunata è anche quello che amano milioni di altre persone. Non è qualcosa davanti a cui storcere il naso. Io la penso così, e come me la band. Può funzionare solo se tutti sono completamente sul pezzo. E il fatto che lo pensino tutti è un tributo incredibile per i ragazzi. Vogliono farlo, punto». 

Il chitarrista sa bene che i Rolling Stones, grazie alla loro longevità, stanno facendo la Storia. E quale sarà la loro eredità futura ha un ruolo non secondario nel perché continuano ad andare in tour. «Credo che la questione sia anche: come fa uno a fermarsi?», aggiunge. «Perché, vada come vada, non è così che andrà a finire». 

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