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Keith Richards: «Ognuno ha il suo demone»

Parla una leggenda: i dischi fatti «per mandare a quel paese Mick», il nuovo album senza Charlie Watts, la frase di Paul McCartney sugli Stones «cover band», gli eccessi, la morte. «Abbiamo una sola vita, godiamocela»

Keith Richards

Foto: Anthony Behar/Sipa USA/AP

Una volta Charlie Watts ha detto che a dispetto del comportamento a volte autodistruttivo, Keith Richards ha sempre avuto una gran voglia di vivere. In realtà, il chitarrista dei Rolling Stones non sa dire come sia arrivato vivo fin qui. «Ognuno è fatto a modo suo», dice, «e forse sono stato uno stupido a mettermi in situazioni tanto rischiose… ma senti, abbiamo una sola vita, godiamocela».

In questa intervista Richards parla della ristampa del suo disco del 1992 Main Offender, di come Mick Jagger l’ha spinto a intraprendere la carriera solista, di Gimme Shelter, del futuro degli Stones, di Eric Clapton, Paul McCartney e molto altro.

Non voglio metterti le parole in bocca, ma il tuo debutto solista Talk Is Cheap sembrava un vaffanculo a Mick. Main Offender, invece, è uscito dopo Steel Wheels, quando gli Stones erano tornati insieme, il clima era diverso, vi eravate riconciliati. In che modo il vostro rapporto ha influenzato questo disco? 


Per me era davvero un modo per mandare a quel paese Mick, anche se ovviamente non era il tema principale del disco. Prima di tutto perché mi offendeva l’idea d’esser costretto a fare dischi da solista, non era mai stato nei miei programmi. Col senno di poi, ho capito che i Rolling Stones erano in una bolla ed era arrivato il momento in cui avremmo dovuto prendere il volo, in un modo o nell’altro. Quel disco era il mio modo per farlo e me la sono goduta di brutto. Amavo suonare con i Winos. Suono ancora con Steve Jordan perché ora è negli Stones, ma questa è un’altra storia. C’era qualcosa in quei ragazzi che conoscevo, che erano amici… poter mettere insieme un gruppo così era un piccolo miracolo. Ricordo con gioia quei momenti. Runnin’ Too Deep… presente?

È impossibile indovinare, semplicemente ascoltandolo, l’anno in cui è stato registrato Main Offender. Anzi, non è facile indovinare nemmeno il decennio

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Sì, ci sta. È senza tempo. Anche un sacco delle cose degli Stones erano così, ma ho riascoltato Main Offender e mi è venuto in mente quel che dicevano Waddy (Wachtel), Ivan (Neville) e Steve (Jordan): «Non è una cosa di passaggio, questo disco resterà». Ironia della sorte, eccoci qui.

In Words of Wonder, che è un pezzo reggae, suoni il basso. Non credo che il mondo ti abbia mai sentito suonare il basso reggae. Com’è successo?
Anzitutto va detto che il pezzo è di Waddy Wachtel. In realtà, nel corso degli anni… insomma, amo suonare il basso. È sempre stato così anche negli Stones. Lo suono io in Sympathy for the Devil.

Anche in Jumping Jack Flash, Happy e altre.
Sì. Mi piace suonare il basso. A volte penso che dovrei fare solo quello. Detto questo, Words of Wonder era una bella canzone scritta da Waddy, e io avevo vissuto in Giamaica per anni. Così ho detto che il basso lo avrei suonato io. Il reggae è perfetto per quello strumento. E Robbie, che dio lo benedica… Robbie Shakespeare era un grande amico, è morto da poco. Non so come dire, il basso mi leccava da dietro, se capisci cosa intendo.

È un’immagine sconcia, Keith


Eh sì. Mi tampinava, insomma.



È strano, mi sono messo a riascoltare i pezzi degli Stones in cui suoni il basso, ad esempio la versione in studio di Happy…

 È affascinante quant’è indietro rispetto al beat e quanto contribuisce al suono complessivo.
Suono così indietro che sono quasi sul beat. Ma sì, ho sempre amato trascinare il ritmo e credo dipenda dai batteristi… con alcuni puoi giocare col tempo a tal punto da fare il giro intero. Non riesco a spiegarlo bene a parole, è una cosa che puoi solo vivere mentre accade, capisci?

È stato Charlie Watts a consigliarti di suonare con Steve Jordan. Mi sembra che lo stile dei due abbia diverse somiglianze, è come se avessero lo stesso spirito ritmico. È davvero difficile da spiegare, ma sono batteristi piuttosto simili, non credi? 


Credo che prima di tutto Steve sia cresciuto ascoltando e ammirando Charlie Watts. Ha sempre cercato di conservare l’essenza di quello che Charlie faceva negli Stones, una cosa unica. Non conosco altri batteristi con la stessa sensibilità verso quello che Charlie suonava. E insomma, a volte mi sembra che a suonare sia proprio Charlie. Se parliamo dei Winos, era bello suonare con gente cresciuta ascoltando gli Stones, sentire la loro interpretazione. Io e Steve ci stiamo ancora lavorando su.

A cosa state lavorando, un altro disco solista? 


Stiamo lavorando su tutto. Al momento, stiamo provando… Insomma, abbiamo appena finito il tour, tutti stanno cercando di capire cosa fare quest’anno e c’è ovviamente il 60esimo anniversario degli Stones. Di sicuro faremo qualcosa (la band ha annunciato un tour europeo, ndt). È ancora presto per dire cosa succederà nei prossimi mesi, soprattutto col Covid che ci sta addosso e che dobbiamo superare. Detto questo, quest’anno dovrebbe uscire musica interessante.

Wicked As It Seems, un pezzo di Main Offender, sembra il cugino musicale di Love Is Strong degli Stones. Che ne pensi?


Sì. Wicked As It Seems e Love Is Strong sono imparentate. Anzi, forse non sono cugini, hanno un legame più stretto.

Sono gemelli che hanno imboccato strade diverse, ma si vede che vengono dalla stessa famiglia.
Sì ed è strano che tu lo dica, perché l’ho sempre pensato anche io. Ma insomma, a volte da una cosa tiri fuori due canzoni, no? Anche dal punto di vista del ritmo sono sullo stesso livello. Ora, quando ascolto queste cose, mi dico che dovremmo farne di più.

In tanti hanno detto che la traccia d’apertura 999 ricorda gli ZZ Top. Che dici?
Sì, capisco il paragone. Ma per me quel pezzo c’entra col costo delle cose, capisci cosa voglio dire?

Hai anche un suono più distorto, un cambiamento interessante per te.
Avrò premuto qualche pulsante sbagliato.

Demon, il pezzo di chiusura, è splendido. Quando canti di avere un demone dentro di te, a cosa ti riferisci? 


È un enigma. Quello che voglio dire è che ognuno ha il suo demone. Vedi? L’ho appena ammesso.

Forse è un’interpretazione esagerata, ma pensavo che il demone, quella cosa che può spingerti verso l’alcol o la droga, potrebbe essere la stessa che guida la creatività, e non c’è modo di separare le due cose, sono inscindibili.


Esatto, un demone non è necessariamente una cosa negativa. Potrebbe dare vita alle cose, no? Io cercavo… quando l’ho scritta soffrivo per le stesse cose. Insomma, è troppo pesante… credo che il demone sia sinonimo di energia.

E non puoi lascarlo morire, questo demone…
Sta a noi decidere se è buono o cattivo, se esiste oppure no. Ma quando quel demone mi prende, io devo agire.

Hai registrato Main Offender a 48 anni. All’epoca la gente diceva che eravate troppo vecchi per il rock, il che oggi sembra un’assurdità. Cosa ricordi di quel periodo?
Beh, quando avevo una ventina d’anni capitava di sentirmi più vecchio di come mi sento adesso. È tutto relativo, dipende da come stai con te stesso e con gli altri. Io cerco sempre di vedere il lato positivo delle cose.

Nel disco live degli X-Pensive Winos contenuto nel box set canti Gimme Shelter, una scelta audace. Ovviamente è un pezzo che hai scritto soprattutto tu, ma com’è stato cantarlo?
Prima di riascoltarla avevo dimenticato che esistesse una versione fatta con i Winos. M’è venuto in mente il giorno in cui l’ho scritta, pioveva ed ero a Mount Street, a Londra. C’era un temporale, la gente correva per mettersi al riparo, il pezzo è venuto fuori così, da quella semplice immagine. Poi ho capito che dovevo espanderla, che non c’è solo un temporale, che ce ne sono moltissimi. Non l’avevo più sentita cantata da me, mi dà una sensazione di urgenza. Ho sempre avuto un debole per Gimme Shelter.

Come ha contribuito Mick alla scrittura del pezzo? 


L’ha espanso. Soprattutto quando ho detto che c’era bisogno di una figura femminile, di un duetto. Così il pezzo si è trasformato in… non saprei, gli ha dato una dimensione diversa, a livello visivo e soprattutto sul palco. Insomma, stupri e omicidi attirano sempre l’attenzione del pubblico, no?

Hai fatto un grande disco solista nel 1992 e poi nulla fino al 2015. Ha senso aver aspettato così tanto?
No, non molto. È strano, credo dipenda dal fatto che gli Stones mi hanno dato molto da fare. E poi ho avuto dei figli… beh non io, mia moglie, ma la verità è che ho fatto Talk Is Cheap e Main Offender proprio perché gli Stones erano in pausa. Poi, attorno al 2010-2012, è successo di nuovo.

E poi c’è Steve… in realtà, [la manager] Jane Rose aveva detto di incontrarlo, di fare qualcosa insieme in attesa degli Stones. L’alternativa era starsene lì a marcire, è bello godersi la vita, ma marcire no. Per fortuna io e Steve ci siamo incontrati e abbiamo deciso di mettere su qualcosa insieme. Ha suonato un sacco di gente nei Winos, alcune persone meravigliose. E Crosseyed Heart è un’altra delle mie cose preferite. Ma insomma, mi ritrovo a fare cose del genere solo quando non sento la pressione degli Stones.

Quando ho parlato con te, Mick e Ron per l’ultima cover story di Rolling con gli Stones, nel 2016, avevate in ballo il disco di cover blues Blue & Lonesome e un album di inediti. A che punto è il nuovo disco? Come mai ci state mettendo così tanto? Anzi, cerco di chiedertelo nel modo più gentile possibile: perché ci vuole tutto questo tempo?
Beh, non posso dirti nulla sullo stato dei lavori. Ma insomma, voglio che tutti sappiano che ora… ma che cos’è che volete sapere? Io amo questo lavoro. Se non posso lavorare con un gruppo, lavoro con l’altro.

Si dice che Charlie avesse già registrato le parti del disco. È vero? Aveva davvero finito le parti di batteria? 


No, non è affatto vero, però ha suonato in qualche pezzo. Ha fatto qualcosa con Mick, avevamo delle cose in cantiere l’anno scorso. Chiaro che non pensava: «Registrerò qualcosa perché fra un po’ non ci sarò più». Non era fatto così. Charlie lavorava se qualcuno gli diceva: ehi, ho un paio di pezzi, fai un salto qui e suona. Era quel tipo di persona. Abbiamo un sacco di materiale con Charlie, è morto mentre lavoravamo a un disco… e sai, cavolo se gli volevo bene.

Immagino che se finirete il disco, Steve dovrà suonare un po’ di quel materiale. È questo il piano?
Sì, credo. È una delle cose che dobbiamo decidere quest’anno. Ma se vogliamo continuare a registrare avremo bisogno di un batterista, e quel batterista sarà Steve Jordan. Io, all’inizio di questo tour, qualche mese fa, dicevo che senza Charlie non avrei potuto suonare. Ma poi Charlie mi ha detto: «Senti, Keith, puoi farcela con Steve. È successo tante volte. Sai che può prendere il mio posto in qualsiasi momento, lo sai». Mi ha convinto. E non è che non mi [fidassi]… sapevo che Steve poteva farcela. Ma non sapevo come ci saremmo amalgamati. Vedere come tutto è andato al suo posto è stato sconvolgente e bellissimo. Non vedo l’ora di suonare ancora con questa formazione.

Ovviamente non era la stessa cosa.
Certo che no. C’era carne fresca, grande energia. Allo stesso tempo, però, Steve non voleva strafare. Lui ha grande sensibilità per il modo di suonare di Charlie, ci permette di continuare senza grandi sconvolgimenti. Steve è un professionista consumato e ama lo stile di Charlie. A volte dice cose tipo: «Potrei farla come Charlie oppure no, cosa preferite?». Io gli rispondo: lascio fare a te, Steve, come avrei fatto con Charlie, e visto che ora sei seduto al suo posto, tocca a te. Ci siamo divertiti molto in tour, non vedo perché non dovremmo continuare anche quest’anno.

Cosa hai pensato quando Paul McCartney vi ha definito una blues cover band?
Mi ha mandato un messaggio in cui diceva che quella frase era stata estrapolata dal contesto. Ha detto che è quello che aveva pensato la prima volta che ci ha ascoltati. Io e Paul ci conosciamo molto bene, quando ho letto quella frase ho capito subito che c’era stato qualche taglio. E il giorno dopo ci è arrivato quel messaggio: «Se avete letto quelle stronzate, sappiate che è tutto fuori contesto, credetemi ragazzi». Mi è bastato.

Io pensavo che si volesse vendicare, una volta hai detto che Sgt. Pepper’s era spazzatura…
Sarebbe stato plausibile, ma Paul non è fatto così. No, io gli credo. Ci ha scritto subito, se avesse voluto attaccarci non l’avrebbe fatto. Paul è una bella persona. Cristo, pensa alle canzoni che ha scritto, non puoi odiare uno così. Lasciamo che la stampa pubblichi le sue cose e le ignoriamo.

Cosa pensi di Eric Clapton e del suo scetticismo sui vaccini? 


Non so. Ha una posizione un po’ all’antica, non saprei. Voglio bene a Eric, lo conosco da sempre. Ha alti e bassi, ma non ha mai.. insomma, questo 19, questo Covid, ha diviso la gente, alcuni sono andati fuori di testa. Non ho altro da dire, solo che spero che cambi idea, bisogna fare [il vaccino]. Io vorrei solo che questa storia finisse e l’unico modo è fare come dicono i medici nella speranza che ci riportino alla normalità. Non capisco chi si arrabbia così tanto. Non lo farebbero per l’influenza. E questo virus è molto peggio… io non sono un medico, ma ehi, ha un sacco di effetti terribili, dobbiamo sopportarci a vicenda e avere un po’ d’empatia.

Prima hai parlato del sessantesimo anniversario degli Stones. Com’è stare in una band tanto longeva?
Come vuoi che sia? Pare impossibile che vada avanti da così tanto tempo. Ma sì, sento che dobbiamo fare qualcosa quest’anno. E quando questa band si sente così, qualcosa succede.

Un’ultima cosa. Sei anni fa mi hai detto che avresti voluto lasciare questo mondo «magnificamente, sul palco». 

Sì, sì. La penso ancora così. Ma non è ancora il momento.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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