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Katie Gately, la sound designer che trasforma i rumori in emozioni

Da sola, di fronte allo schermo di un computer, la musicista americana ha prodotto ‘Loom’, un affascinante collage digitale per la morte della madre

Katie Gately

Foto: Steve Gullick

La sua prima pubblicazione, un’audiocassetta titolata Pipes, era accompagnata dalla scritta “Per realizzare questo disco non è stato utilizzato alcuno strumento”. Era l’antitesi di quel che scrivevano i Rage Against the Machine negli anni ’90, quando affermavano orgogliosamente che tutto quel che s’ascoltava nei loro album era suonato da strumenti veri, basso, chitarra e batteria. Per Katie Gately, non esistono strumenti veri, né artefatti. Esistono suoni. Anche quando usa strumenti tradizionali li campiona e ne altera digitalmente il timbro fino a renderli irriconoscibili. Il suo nuovo, impressionante album Loom è un collage digitale in cui questa tecnica giunge a un nuovo livello di raffinatezza, ma anche una sfida alla capacità percettiva dell’ascoltatore, un’esplorazione delle possibilità del software Ableton Live e un rito funebre per la madre morta di cancro nel 2018.

La musica di Katie Gately sarebbe diversa se non avesse deciso di frequentare un corso di sound design per il cinema alla UCLA di Los Angeles, dove risiede tuttora. È stato allora che ha iniziato a concepire musica non in termini di sequenze di accordi, ma di costruzione di strati sonori, un’arte che ha perfezionato con la pratica e lo studio della teoria musicale. Se Pipes era realizzato interamente con la voce umana, alla base di Loom c’è un mix di parti vocali, strumenti suonati, campionamenti, suoni e rumori tratti dalla libreria personale che l’artista ha costruito in anni di registrazioni sul campo che ha effettuato girando con cuffia e microfono e cercando di catturare suoni interessanti e promettenti. «È un processo estremamente solitario. Ti siedi di fronte al computer, manipoli i suoni, li abbini. Non potrei mai pensare di farlo con qualcun altro. So che è strano, ma non voglio sentire l’opinione di nessuno, né di un amico, né di un produttore. Non voglio un collaboratore. La musica è la mia collaboratrice».

Katie Gately a caccia di suoni nel mini-documentario ‘How Much Can You Feel?’

Gately era nel bel mezzo della realizzazione del sequel di Color, l’album giocoso e brillante che nel 2016 le ha regalato recensioni piene d’entusiasmo e più d’un paragone con Holly Herndon, quando ha saputo che la madre era malata e che sarebbe morta. Il disco che stava facendo era leggero, troppo spensierato per quel che stava passando. «Mi sembrava irrispettoso. Le esperienze che stavo vivendo mi hanno guidato nella scrittura di nuovi testi e musiche. Ho costruito un intero album attorno al concetto di lutto». Della lavorazione Gately non ricorda granché. «Ero tornata nella casa di Brooklyn dei miei per assistere mia madre. Vivevo in uno stato di deprivazione del sonno, passavo le notti di fronte al computer con le lacrime agli occhi, è tutto così indistinto»

Il risultato è un disco affascinante ed emotivamente potente, una raccolta di canzoni e intermezzi strumentali in cui armonie vocali e suoni manipolati al computer creano vasti scenari sonori. Rumori di vetri o metalli che si infrangono si alternano a intrecci vocali sofisticati, percussioni potenti spezzano il silenzio e aprono la strada a melodie che ricordano la musica sacra. Campionamenti di un’orchestra classica si mescolano a rumori meccanici come quello di un motore in azione e a ululati di lupi. Loom è una specie di liturgia elettronica, è folk digitale che trasfigura i sentimenti di smarrimento e dolore in un’esperienza sonora trascendente.

Per realizzarlo, Gately ha utilizzate almeno un centinaio di suoni diversi. «Forse varie centinaia, difficile dirlo». Li ha lavorati con Ableton Live e ha mixato il risultato con Pro Tools. Chi l’ascolta fatica a capire la natura e la fonte di quel che sente. Non è un caso. Gately predilige usare come materia prima suoni indefiniti, a cui l’ascoltatore non può associare emozioni precise. «È eccitante vedere quel che accade quando usi suoni irriconoscibili, unici, avventurosi. Diventano tuoi. Sono più personali. Usare le percussioni tipiche dell’hip hop così come sono in un disco di un altro genere sarebbe insensato. Ma puoi comunque prenderle, suonarle al contrario, caricarle di riverbero e farle sembrare angeliche. È come essere la direttrice di un’orchestra di strumenti immaginari».

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