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Kali Uchis, un altro pop latino è possibile

È nata negli Stati Uniti da genitori colombiani ed è cresciuta attingendo da entrambe le culture. «Le cose che mi piacciono nella vita sono indefinibili e questo vale anche per la musica»

Kali Uchis

Foto press

«La cosa che mi spaventa di più in assoluto sono i mostri marini», dice Kali Uchis serissima, dalla sua casa di Los Angeles. «Non riesco a stare in acqua se non posso vedere il fondo. Mi terrorizza. Se fossi su una nave che affonda, mi paralizzerei dalla paura».

La domanda richiedeva una risposta leggermente meno surreale, in realtà, ed era dettata dal titolo del suo ultimo album, Sin miedo (del amor y otros demonios), letteralmente “Senza paura (dell’amore e di altri demoni)”. Di cosa ha davvero paura l’artista latinoamericana più interessante del momento? A quanto pare, del temibile Kraken. Ma in fondo dovevamo aspettarcelo: Karly-Marina Loaiza, meglio nota come Kali Uchis, non riesce ad essere mai banale, neanche quando si tratta di rilasciare interviste.

Nata in Virginia 26 anni fa da genitori colombiani, Kali è cresciuta tra gli Stati Uniti e il Sud America, attingendo al meglio da entrambe le culture, soprattutto musicalmente. È diventata famosa praticamente nel giro di una notte, da ragazzina, quando il suo primo mixtape Drunken Babble del 2012 – un misto tra contemporary R&B e musica di tradizione latina, con una grande attenzione alle produzioni e una vocalità mai sfacciata o esibizionista – è diventato virale e ha catturato l’attenzione di artisti e addetti ai lavori, prima ancora che del grande pubblico. Il suo sound è tra i più ricercati e interessanti nell’ambito della musica pop, ma lei stessa non sarebbe in grado di darne una definizione. «Probabilmente dovrò tirarne fuori una, prima o poi», ironizza. «Le cose che mi piacciono di più nella vita, però, sono quelle indefinibili e questo vorrà pur dire qualcosa. Inoltre, non prendo ispirazione solo dalla musica: ne ascolto tanta, vecchi bolero e R&B, soprattutto, ma amo davvero di tutto, c’è così tanta bella roba nella storia del mondo, ma mi influenza molto anche la natura. Mi permette di evocare sentimenti ed emozioni che altrimenti non riuscirei a ricreare».

Nel giro di quasi dieci anni, la sua stella ha continuato a brillare in maniera sempre più intensa: un EP di debutto, Por vida, con produzioni di giganti come Diplo, Tyler, the Creator e BadBadNotGood, i tour con Leon Bridges, Jorja Smith e Lana Del Rey, le collaborazioni con Mac Miller e i Gorillaz, un Grammy Award vinto insieme a Kaytranada nel 2021 per la traccia 10%. E soprattutto il suo primo album interamente in spagnolo, quel Sin miedo (del amor y otros demonios) da cui siamo partiti, che l’ha resa finalmente celebre anche in Italia grazie alla super hit Telepatía. Nonostante tutto, però, non si sente né arrivata, né in dirittura d’arrivo. «Non ho mai pensato alla mia come una carriera, ho cercato di concentrarmi sulla gratitudine», confessa. «Mi sento incredibilmente fortunata di potermi concentrare solo sulle mie canzoni, senza dovere fare anche un altro lavoro che non mi fa felice».

E dire che all’inizio, per lei, intraprendere il mestiere dell’artista non era neppure un’opzione. «Non sono mai stata una persona molto socievole. Non ho mai avuto un vero e proprio gruppo di amici, quelle compagnie giganti che spesso i teenager hanno: me ne sono sempre rimasta per i fatti miei. Ecco perché non pensavo che sarei mai riuscita a fare qualcosa che richiedeva la presenza di così tanta gente attorno a me», spiega laconicamente. «Sono una persona molto riservata. Alla fine mi sono abituata ad essere al centro dell’attenzione, o meglio, ho dovuto farlo, perché più diventavo famosa e più la gente voleva ficcare il naso nelle mie cose personali. Ancora adesso ogni tanto faccio fatica: per me dovrebbe contare solo la musica e non capisco che cosa c’entri tutto il resto». Che non ami esporsi è evidente anche dal fatto che, a differenza del 90% delle interviste in questo periodo, siamo su Zoom, ma a videocamere spente: quando può, Kali preferisce non apparire. Il che è un po’ stridente, per una dall’immagine forte e iperbolica come lei.

L’altro motivo per cui proprio non immaginava che un giorno o l’altro la musica sarebbe diventata il suo mestiere è la sua storia familiare. «Quando ero ragazzina, i miei non hanno supportato molto la mia scelta artistica», racconta. «Per loro è stata molto dura capire perché volevo farlo: io e i miei fratelli siamo i primi della famiglia a nascere e a crescere in America, con tutte le possibilità che offre questo Paese, perciò mio padre avrebbe voluto che proseguissi gli studi e andassi al college. Percepivano le mie ambizioni come un fattore di rischio. Alla fine hanno dovuto cambiare idea», ride. Non serba assolutamente rancore ai suoi per queste iniziali difficoltà, anzi: il nome Kali Uchis si basa su un nomignolo che le aveva dato il padre quando era bambina. «Mi chiamava Carluchi, vezzeggiativo di Karli. Mi piaceva l’idea che il mio nome d’arte mi riportasse alla mia infanzia, a un periodo in cui ero perfettamente a mio agio e al sicuro».

Tra il suo primo album ufficiale Isolation del 2018 e Sin miedo (del amor y otros demonios) del 2020 c’è stato un EP, To Feel Alive, registrato interamente in lockdown. La cosa curiosa è che l’Italia ha giocato un ruolo suo malgrado fondamentale, nella nascita e nella concezione di questo EP: quando è scoppiata l’epidemia nel nostro Paese, nel febbraio 2020, Kali Uchis si trovava proprio a Milano, per una performance nell’ambito della settimana della moda per il brand GCDS. «È stata un’esperienza da film», esclama. «All’epoca io e la mia assistente già indossavamo le mascherine quando viaggiavamo, perché sapevamo che c’era in giro un brutto virus e in fondo non si sa mai, ma eravamo praticamente le uniche. Perfino il mio manager diceva che sembravamo pazze (ride). Mentre ero impegnata con le prove per il mio show alla sfilata di GCDS è arrivata la notizia che c’era un uomo ammalato di Covid in un ospedale a 20 minuti da Milano, e hanno cominciato a istituire le prime zone rosse».

La paura di esibirsi in un luogo chiuso e affollato c’era, ammette, ma «Giuliano (Calza, creatore del brand, nda) è un mio carissimo amico e non volevo deluderlo, perciò sono salita comunque sul palco». Ma non ha potuto prolungare oltre la sua permanenza in Italia, che visitava per la primissima volta. Il piano era di fermarsi qualche settimana qui e girarla tutta, dice, anche perché sua sorella ai tempi viveva a Napoli e l’occasione sembrava perfetta. «Sono dovuta andare via, ma è stata un’esperienza illuminante: da voi, se accendevo la tv, vedevo la gente chiusa in casa che cantava dai balconi per farsi coraggio, mentre in America la vita continuava ancora come se niente fosse. Mi ha aiutata molto a prepararmi a quello che sarebbe venuto dopo: appena sono arrivata a casa mi sono isolata». Speriamo di rivederla presto dalle nostre parti, magari in occasione di un suo tour.

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