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Kae Tempest, come diventare se stessi

Non canta in modo tradizionale, ma recita. Non scrive canzoni, ma poesie e racconti in musica. E se un tempo gridava «ci siamo persi», nel nuovo album 'The Line Is a Curve' preferisce «dare e ricevere amore»

Kae Tempest

Foto press

C’è una calma fierezza negli occhi di Kae Tempest mentre l’intervisto, l’equilibrio consapevole, perfino algido, di chi ha sorpassato un uragano personale e ha saputo accettare sé e il mondo circostante. Con The Line Is a Curve, Tempest si presenta con la disarmante sincerità della sua poetica, attraverso 12 tracce in cui convergono esperienze e desideri, sogni infranti e aspirazioni tradite, istanti di consapevole contemplazione e placida felicità. Su tutto c’è la sua voce, lanciata in un flow tanto strutturato quanto naturale, forte di una scrittura ormai sicura ma ancora guidata da uno sguardo capace di stupirsi.

The Line Is a Curve è dunque il disco della resa all’amore, del lasciare andare, dell’apertura più completa al mondo interiore altrui. Arriva dopo nemmeno un anno dalla dichiarazione su Instagram di cambiare nome e di voler determinare la sua identità di genere come non-binaria. «Ho lottato a lungo per accettarmi come sono», scriveva il 6 agosto 2020. «Ho cercato di essere quello che pensavo che gli altri volessero che fossi per non rischiare il rifiuto. […] Voglio vivere con integrità».

Per Tempest l’integrità passa innanzitutto dalle sue opere e dalla sua capacità di prestare lingua e sensibilità artistica attraverso varie forme d’arte, partendo naturalmente dalla sua modalità espressiva principale: la poesia. La sua versatilità artistica si rivela attraverso letteratura, teatro e musica, conducendo Tempest a diventare il volto della nuova poesia contemporanea per la Poetry Book Society, a ricevere una nomination al Mercury Prize sia per il primo che per il secondo album nonché a cimentarsi con un approccio sempre più dinamico e multimediale all’arte.

La creatività sonora di Tempest trova nuova linfa nella collaborazione strettissima con Dan Carey e nel lavoro fatto assieme a Grian Chatten dei Fontaines D.C., Kevin Abstract, Confucius MC, Lianne La Havas e ássia. Ma la libertà espressiva pervade l’intero concept, anche grazie a un confronto attivo con ascoltatori di diverse generazioni, a cui ha affidato la lettura dei testi per scoprirne significati nuovi. Dopo tre album, un romanzo, il primo lavoro di non-fiction, tre opere teatrali e cinque raccolte di poesie, con The Line Is a Curve Kae Tempest ha definitivamente conquistato la libertà.

Viviamo in un periodo di profonda crisi e di costante cambiamento, ma il tuo album parla di “lasciar andare”: come bilanciare questi due aspetti?
Non so dire se sia necessario un reale bilanciamento, nel senso che siamo da sempre in un momento di profonda crisi e grande cambiamento. Questa specifica fase ha la sua genesi in centinaia di anni di storia, non si tratta di una nuova crisi, ma di un periodo in divenire. In realtà ciò che sto imparando in questo momento è in sintonia con sentimenti più profondi, non con la specificità di un problema. Ha a che fare con l’eterno, l’infinito, l’antico che è in ognuno di noi. Tutto questo mi conduce verso la musica, la performance, l’arte e la letteratura. Sto imparando che le parole sono molto potenti e quando sarò in tour voglio diffondere ogni sera un po’ di bellezza. Il mio disco è come una preghiera che dice: lascia andare, lascia andare.

Questo album fa parte della stessa “costellazione” di On Connection (libro del 2020) e Paradise (l’adattamento messo in scena al National Theatre nel 2021). Si tratta dei primi tre lavori pubblicati col tuo nuovo nome. Cosa è cambiato nella tua vita personale e artistica?
È difficile per me porre una specifica attenzione su quello che faccio, si tratta di fasi che si attraversano nella vita e improvvisamente ci si ritrova in una modalità diversa da quella in cui si era anni prima. Ogni persona ha i propri punti di riferimento con cui scandire le esperienze di vita, i miei riguardano le cose che produco, gli album e i libri che faccio. Altre persone fanno figli, compiono scelte di carriera, vivono in diverse parti del mondo, vanno in prigione… Io posso vedere la persona che ero in funzione di ciò che ho creato in un particolare periodo, ora sento quindi di essere in uno spazio diverso dal punto di vista creativo.

Sono rimasto sorpreso nel sentire che in The Line Is a Curve c’è più di te musicalmente rispetto agli album precedenti, come mai?
Penso di aver potuto chiedere qualcosa di più a Dan Carey, soprattutto dopo l’esperienza avuta con The Book of Traps and Lessons, in cui abbiamo entrambi lavorato sotto la guida di Rick Rubin. È stata un’esperienza straordinaria, ma c’erano un po’ di limitazioni naturali che Rick ci stava mettendo addosso, quindi nel momento in cui siamo tornati in studio per lavorare a questo disco ho provato più sintonia con la mia musica e con i miei desideri. Sapevo, per esempio, che volevo una batteria suonata dal vivo, un suono più caldo, volevo inserire gli ottoni. Questo non significa che io abbia scritto alcuna parte musicale, ma ho saputo comunicare meglio la mia volontà a Dan e lui è il genio che ha dato vita a quei desideri.

Ovviamente sono molto interessato alla tua esperienza sulla voce con tre diverse generazioni di persone, a cui hai fatto leggere i tuoi testi. Un uomo di 78 anni che non avevi mai incontrato, la tua amica poetessa Bridget Minamore di 29 e tre giovani fan di 12, 15 e 16 anni che avevano risposto a un post sui social media. Cosa hai imparato? Che tipo di esperienza è stata?
È stato fantastico, un’esperienza rivelatrice, che mi ha permesso di imparare cosa fa la comunicazione alla poesia, cosa significa dover parlare con qualcuno che non ha un diretto coinvolgimento nella performance. Il testo può trascendere dai miei e dai tuoi nervi, dalla mia e dalla tua età, dalle convenzioni sociali, dunque è stata un’esperienza affascinante e penso di aver imparato molto sulla ricerca del momento della verità in una registrazione.

Nel brano Priority Boredom dici ne hai abbastanza del riconoscimento, della fama. Ti riferivi alle dinamiche sociali del digitale?
Con quel testo intendo parlare del furioso desiderio di ricevere simboli di status dall’esterno, elementi che caratterizzano la nostra ricerca di fama o riconoscimento. Volevo fare un commento sulle depravazioni della nostra socializzazione.

Il testo di No Prizes mi ha colpito molto, mi è sembrato ci fossero molte storie di vita e qualcosa di autobiografico, puoi dirmi di più?
Sono ritratti di personaggi che per me sono reali. L’album parla di perseveranza, la vita è una linea curva, è implacabile, difficile, così terribilmente crudele… ma noi perseveriamo, andiamo avanti. Non otteniamo ciò che desideriamo, le persone muoiono, a volte tutto è così deprimente, ma continuiamo a perseverare e in realtà l’unica cosa che possiamo davvero sapere per certo è che il sole domani sorgerà, almeno fino a quando non arriverà la morte. Questa canzone è una specie di celebrazione dello spirito insito in quegli individui, persone che conosco e che amo. Non si tratta di un testo necessariamente autobiografico, ma probabilmente riguarda più me che loro.

So che ami ascoltare i dischi in modo tradizionale, dall’inizio alla fine, ma ho anche letto che questo nuovo album ti ha fatto pensare alla possibilità che venga scoperto attraverso una singola canzone. È un aspetto molto legato al contemporaneo, dato che stiamo vivendo l’era delle playlist…
È una domanda interessante, con gli album precedenti ho provato a concentrarmi sulla forma narrativa, volevo raccontare una storia in 45 minuti, desideravo poter sostenere l’attenzione dell’ascoltatore e allo stesso tempo soddisfare il mio desiderio di farlo attraverso la musica. Avevo quasi l’ossessione dall’equilibrio fra album e storia, mentre con questo nuovo disco ho potuto semplicemente lasciarmi andare. Questo è forse dovuto al fatto che si è trattato di un periodo piuttosto intenso, durante il quale ho anche lavorato a uno spettacolo di teatro in cui ho investito tanta energia, mentre il processo musicale è stato più una specie di ritiro. Penso che la possibilità di ascoltare tanta musica grazie al digitale sia fantastica. La musica è come l’acqua, sa trovare il suo corso, sa riempire qualsiasi spazio e percorrere la sua strada verso la sorgente.

Ma non pensi che forse l’uso delle piattaforme digitali possa rendere l’ascolto più distratto e superficiale, più vicino a un tipo di consumo veloce?
Non so dirlo con esattezza… penso che andare in profondità nell’ascolto di un album sia molto gratificante, mentre restare in superficie dà un’esperienza diversa. Però, a volte, per approfondire davvero un disco c’è bisogno di una particolare quantità di tempo e – più delle piattaforme digitali – sono le abitudini di vita a creare difficoltà nel prestare il giusto grado di attenzione. Ciononostante so per certo che, quando sono in viaggio o faccio una passeggiata o una corsa o un percorso in autobus, posso davvero immergermi in un album e questo mi premia profondamente. Se invece stai lavando i piatti o ti stai prendendo cura dei figli, non puoi prestare un ascolto così attento, ma c’è anche della musica buona per quei momenti.

Il tuo lavoro è molto legato alle collaborazioni ma allo stesso tempo, nel corso degli anni, hai fatto tanto in completa autonomia, come si è evoluto il tuo modo di lavorare?
Mi piace collaborare con gli altri, mi fornisce ispirazione e mi toglie la pressione, rende le cose eccitanti. Il do it yourself è però un atteggiamento che mi ha dato ispirazione quando stavo crescendo, per esempio quando leggevo di come il Wu-Tang Clan vendeva i propri dischi dal bagagliaio dell’auto e di come ha costruito un impero partendo da lì. Ho sempre avuto interesse per questo spirito e, se credi in quello che stai facendo, la persona migliore per farlo venir fuori sei proprio tu. Così, prima di avere un contratto discografico, non riuscivo a trovare chi mi pubblicasse, ma credevo in quello che stavo facendo, quindi suonavo per strada, registravo i miei CD e stampavo i miei libri. Alla fine la marea è cambiata e ho ottenuto un contratto discografico, perché volevo l’aiuto e l’esperienza della casa discografica e dell’editore, non volevo lavorare in solitudine perché non volevo dover pensare al lato commerciale, desideravo solo immergermi nel mio lavoro creativo.

Foto: Wolfgang Tillmans

In che modo ha funzionato il lavoro in studio con Dan Carey?
Il collegamento che abbiamo creato con Dan è molto bello. Ci incontriamo, ci sediamo e semplicemente iniziamo, come con una pagina vuota. All’inizio magari cerchiamo un ritmo con la drum machine oppure partiamo col Moog o col synth. Di solito cominciamo con qualcosa di molto ruvido, poi Dan ottiene una linea che mi piace e può sentire le mie dita che scrivono più velocemente. Di solito, entro la fine del pomeriggio, registriamo una versione del brano unendo il testo con la musica che ha scritto Dan e successivamente prendiamo delle decisioni più attente su certi schemi di accordi o di ritmi. La cosa bella è che c’è sempre un momento con un forte slancio di creatività ed è fantastico seguirlo per scoprire dove ci porterà.

Nel 2016 scrivevi “Europe is lost, America lost, London lost”, pensi che le cose siano cambiate da allora?
Ciò che sentivo allora lo provo ancora, ma oggi per me è meno interessante dire «ci siamo persi, ci siamo persi», mi importa di più dire «fammi dare e ricevere amore, fammi essere null’altro che amore».

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