Julia Stone: «Il digitale ci dà l’illusione di poter cancellare il dolore» | Rolling Stone Italia
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Julia Stone: «Il digitale ci dà l’illusione di poter cancellare il dolore»

Con la complicità di St. Vincent, la cantautrice cambia musica in ‘Sixty Summers’, l'album che uscirà in febbraio. Qui parla di dipendenza da internet, femminismo, viaggi, materialismo. È rinata una pop star

Julia Stone

Foto: Brooke Ashley Barone

«Sono a Melbourne, siamo al nono giorno senza casi di contagi da Covid-19 e in tutta l’Australia ce ne sono solo sette». È la prima cosa che mi dice Julia Stone quando la contatto su Zoom per parlare del suo nuovo album, il suo terzo da solista (altri quattro li ha incisi col fratello Angus), in uscita il prossimo 19 febbraio. Nel 2020 va così, non c’è intervista in cui non si parli di pandemia. Era il 9 novembre e va detto che in seguito gli australiani hanno dovuto affrontare un focolaio nel sud del Paese che ha costretto parte della popolazione a un lockdown mirato, ma come non comprendere l’entusiasmo della songwriter 36enne?

«Siamo quasi alla vita normale!», esclama aggiungendo gentilmente che «purtroppo in Europa la situazione è più dura, siete tanti Paesi, ciascuno con le proprie regole e comunque collegati l’uno all’altro». Dopodiché il discorso vira su Sixty Summers, questo il titolo del disco della Stone, un album che segna una svolta sonora nella sua produzione, prodotto da St. Vincent con Thomas Bartlett alias Doveman (Norah Jones, Sufjan Stevens) e arricchito dalle collaborazioni con Matt Berninger e Bryce Dessner dei National, oltre che con Stella Mozgawa delle Warpaint.

Questo album ha un piglio più pop dei tuoi precedenti, non mancano tracce intime e soft, ma in generale è un disco più solare, più eclettico, con parecchia elettronica e molto ritmo dentro: è un’evoluzione che hai ricercato consapevolmente?
Ho sempre amato ballare e m’interessava esplorare questa parte di me con la musica, per cui sì, Sixty Summers è di sicuro un album più giocoso e divertente, più pop e con ritmi anche ballabili. Ma non solo: per questi nuovi brani ho anche voluto provare a scrivere dei testi più astratti rispetto a quelli dei miei lavori precedenti, inclusi quelli con mio fratello Angus. Del resto, gli anni passano e ogni disco rispecchia quello che sei in un dato momento: Sixty Summers è una fotografia di ciò che sono adesso, e adesso sono indubbiamente più a mio agio con me stessa e con l’idea di esprimere cose che arrivano dal profondo.

Come mai questo titolo?
Sono cresciuta in una cittadina di mare in Australia, una di quelle località dove estate è sinonimo di festa, di magia, un po’ come sulle coste italiane. Solo che per noi l’estate corrisponde al vostro inverno, quindi è anche sinonimo di Natale, di Capodanno, e questo ne fa una stagione davvero unica, con festival e party ovunque. Ebbene, negli anni scorsi io e Angus eravamo stati in tour a lungo e a un certo punto siamo tornati in Australia a suonare in alcuni festival e mi è venuta nostalgia della nostra infanzia trascorsa non solo al mare, ma anche in mare, visto che la nostra è una famiglia di marinai. Che poi è un sentimento che provo ogni estate, quella nostalgia.

E le sessanta estati cosa c’entrano?
Un giorno vado a un party con alcuni amici; devi sapere che la mia comunità d’origine è piuttosto conservatrice, ma c’è quest’artista che saltuariamente organizza feste folli con performance un po’ eccentriche a casa sua. E dal nulla, mentre in un angolo degli uomini suonavano l’arpa e una donna girava nuda, una mia amica storica, Jessie Hill, regista con cui collaboro per i miei videoclip, si gira verso di me e mi dice: «Ci credi che ci sono rimaste solo 60 estati?». E lì ho pensato che non era così tanto, per la prima volta ho pensato che la vita è così breve, che è estate e di nuovo estate, e così ancora, ancora e ancora, ma poi d’un tratto… Da lì il titolo e l’idea di scrivere un disco su quanto sia importante vivere come si desidera, facendo ciò che si ritiene giusto per se stessi e come esseri umani. Perché non abbiamo così tanto tempo.

Che è il tema centrale della title track.
Esatto, e lì mi chiedo quand’è che abbiamo iniziato a vivere per la fama e per il denaro, quand’è che abbiamo perso la prospettiva.

Foto: Brooke Ashley Barone

Anche We All Have, duetto con Matt Berninger, contiene una critica al materialismo, o sbaglio?
Non sbagli. Sai, io credo sia giusto che le persone vogliano guadagnare abbastanza per assicurarsi una certa qualità di vita, per mantenersi, sostenere la propria famiglia, acculturarsi, garantire una buona istruzione ai figli. Ma questi sono diritti che tutti dovrebbero avere la possibilità di garantire a se stessi, dopodiché c’è un limite oltre il quale mi sembra che l’obiettivo diventi non ciò che è necessario, ma l’irrilevante. We All Have tratta di questo, del fatto che tutti abbiamo potenzialmente le capacità che servono per stare bene. E se è vero che nell’idea di amore libero diffusasi negli anni ’60 e ’70 c’erano aspetti che non andavano, secondo me è anche vero che chi sosteneva quell’idea stava andando nella direzione giusta. Perché è l’amore ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è assurdo che nel mondo esista anche un solo miliardario.

Com’è stato lavorare con St. Vincent? L’hai voluta come co-produttrice del disco anche perché è una donna?
È stato Thomas (Bartlett, qui co-produttore, nda) a suggerirmi di contattarla. Mi è sembrata subito una buona idea, anche perché sono fan di St. Vincent da sempre, mi piace sia come artista sia come persona, la ammiro. Non ci conoscevamo bene, ma negli anni ci eravamo incrociate in più occasioni: ricordo una bella chiacchierata a un festival a Singapore, un’altra in aeroporto a Helsinki… È finita che abbiamo approfondito la nostra amicizia e lavorato in modo naturale e genuino. Lei sotto il profilo artistico è unica, non è super prolifica, ma adora sperimentare. E stare in studio con qualcuno che non ha paura di provare cose nuove è stimolante e incoraggiante, oltre che divertente. Ciò detto, sì, mi entusiasmava anche il pensiero di collaborare con una donna e in particolare di avere una donna alla produzione, perché le produttrici stanno aumentando, ma sono ancora poche.

I media tendono a inserire questo tipo di sodalizi nella cornice del femminismo: che effetto ti fa?
La politica di genere è sempre complicata, ci sono così tanti livelli di discussione… Io mi sento fortunata, ho lavorato con donne straordinarie così come con uomini straordinari, però sono contenta che le donne si stiano man mano prendendo più spazio e che se ne parli: è una conquista, visto che fino a poco tempo fa era raro trovare donne ingegnere del suono, produttrici, tecniche della chitarra, turniste, batteriste, light designer, tour manager. Al lavoro nei backstage e negli studi di registrazione le donne sono una minoranza, lo vedo con i miei occhi da sempre, ma questo non significa che alle donne non piaccia lavorare nella musica, anzi. Per questo è bello che il dibattito su queste questioni sia diretto e acceso: è giusto si sappia che le donne amano fare anche questi lavori, ma che per le stesse donne le occasioni per sviluppare una carriera in quegli ambiti non sono mai state molte. E le cose devono cambiare, ci vuole un equilibrio, lo dice una che ha passato una vita in tour con quattordici uomini attorno a me sul bus: mai avuto problemi, ma la presenza femminile mi è mancata.

In questi tuoi nuovi pezzi parli di uomini che non mantengono le promesse, ma non senza autocritica: nella traccia Easy ti definisci “un casino”. Anche da questo punto di vista ci vuole equilibrio, no?
Già, e per quanto mi riguarda quell’equilibrio è una conquista che fa parte di un processo di crescita personale. Perché come tutti l’ho provato sulla mia pelle: la concezione romantica dell’amore che si ha da adolescenti è fantastica, ma ti consuma. A quell’età pensi non ci sia nient’altro di così essenziale e rendersi conto di quanto ci si possa far male amandosi è forse una delle scoperte che fanno maturare di più. O almeno per me è stato così, e pian piano ho capito anche che più una persona ha sofferto per amore più tenderà a fare del male a chi ama, come in un ciclo di tristezza che si perpetua di relazione in relazione. Vale anche per le amicizie.

I tuoi primi testi erano focalizzati sulle pene d’amore: hai mai avuto paura che come cantautrice non saresti mai stata capace di scrivere di altro?
In effetti quando ero sulla ventina mi aspettavo così tanto dai rapporti interpersonali che spesso rimanevo delusa e benché ovviamente mi capitassero anche cose belle mi veniva da scrivere solo di quelle delusioni, del mio dolore. Era più di quello che avevo paura, non tanto di non poter scrivere di altro, ma di restare chiusa in quel tipo di dolore. Però per fortuna si cresce e oggi so che non tutto ruota attorno a me, che quando qualcosa non va in un rapporto di qualsiasi genere è anche a causa di dinamiche che in quei momenti sfuggono, e che le responsabilità sono sempre condivisibili. È ciò che canto in Easy: la consapevolezza di non essere stata la persona migliore che potessi essere per qualcuno e di potere io stessa fare del male. Quindi, per rispondere alla tua domanda: oggi scrivo ancora di relazioni sentimentali, ma sono fiera di farlo da una prospettiva diversa. Al tempo stesso ho allargato lo sguardo, per esempio Break parla di accettazione di sé.

Musicalmente Break, il primo singolo estratto dal disco, richiama i Talking Heads.
Assolutamente, è innegabile. Lì la musica è di Thomas, che è un grande fan dei Talking Heads e ha lavorato con David Byrne.

Tra le altre cose ha prodotto Strange Weather, bell’EP di Anna Calvi con due featuring con Byrne.
Sì, ma del resto come si fa non amare i Talking Heads?! Però, tornando a Break, il nostro non è stato un tributo pensato a tavolino, è un brano che ci è venuto spontaneamente così.

Prima citavi Jessie Hill, il video di Break è suo e ti vede danzare con un gruppo di ballerini coreografati da Andrew Winghart (Billie Eilish, Solange, Lorde) per le strade di Città del Messico. Dicevi che ami ballare, giusto?
Da sempre, sono anche andata a lezione, prima di danza classica, poi ho studiato contemporanea. Non sono mai stata eccelsa, a dire il vero, ma è qualcosa che mi ha sempre appassionato. Quando dei corpi si muovono in sincronia e sudano assieme trasmettono un’energia primitiva. Perché la danza è libertà.

Foto: Brooke Ashley Barone

Ti va di dirmi qualcosa del booklet di Sixty Summers? In un’epoca in cui il supporto fisico dei dischi ha perso quasi del tutto valore è ormai raro scovarne di così curati.
È un’opera d’arte di Filip Ćustić, artista spagnolo-croato incredibile. Ha ascoltato le canzoni e mi ha presentato delle idee, dicendomi cosa sentiva in ogni traccia del disco. È stato uno scambio interessante e ciò che ne è emerso è questo booklet che da un lato rappresenta i diversi lati della mia personalità, dall’altro il tempo che passa, per cui ci sono io, c’è il mare, c’è la natura, ci sono piante e uccelli, e pure bottiglie immerse nell’acqua contenenti dei messaggi, perché la musica in fondo è questo: un messaggio che lanci, ma che non sai mai a chi arriverà, né come sarà interpretato e accolto, né se cambierà o condizionerà la vita di qualcuno. È strano amare un’opera d’arte che ti raffigura, ma lo ammetto, amo questo booklet, sto pensando di appendermelo in casa.

Il rapporto con la natura sembra rilevante nella tua vita.
Lo devo alla mia famiglia. Mio padre e mia madre si sono conosciuti perché i miei nonni erano marinai e ai tempi stavano costruendo una barca a vela per navigare dall’Australia al Giappone. A sua volta mio padre era uno skipper professionista: un giorno mette in vendita una parte di una barca, come acquirenti si presentano i miei nonni e in quell’occasione conosce mia madre: dopo quattro settimane le chiede di sposarlo e iniziano a girare per il Mediterraneo lavorando nel commercio di barche e yacht. Per questo io e i miei fratelli siamo cresciuti in mare. E se non eravamo in barca eravamo nella fattoria dei nonni, a un paio di ore da Sydney, tra pecore, polli e animali vari. In pratica siamo cresciuti in mezzo alla natura con in più lo spirito avventuroso dei naviganti e di chi sa che il vento può cambiare in ogni istante, che nella stessa giornata si può passare dalla quiete alla tempesta in pochi secondi. La mia passione per i viaggi nasce da queste esperienze, non è un caso che prima di dedicarmi alla musica abbia girato zaino in spalla per il Sud America, per poi andare in India. È così che ho imparato a scrivere le prime canzoni.

In che senso?
Avevo con me la chitarra, così magari facevo sosta in un ostello e trovavo qualcuno che m’insegnava una canzone, e alla tappa successiva ne imparavo un’altra, poi un’altra ancora… Fino a quando ho cominciato a scrivere le mie, di canzoni.

Tra le nuove c’è Dance, terzo estratto da Sixty Summers, accompagnato da un video sempre di Jessie Hill che racconta l’innamoramento tra due anziani interpretati da Susan Sarandon e Danny Glover. È toccante, specie in un periodo in cui troppa gente parla degli anziani come fossero esuberi.
L’intento del video è mostrare esattamente il contrario parlando di amore. Si dice sempre quanto sia bello innamorarsi da giovani, come se l’amore avesse un limite di età. Limite che si fa valere soprattutto per le donne, tra l’altro. Ma è una narrazione talmente inaccurata! Guarda Susan nel video: è stupenda, è così sexy! E Danny non è da meno. Purtroppo a causa della pandemia non ho potuto incontrarli dal vivo, ma il punto è che invecchiare non significa né soltanto spegnersi, né soltanto diventare più saggi come si dice a volte: la vecchiaia è una parte della vita in cui si possono fare esperienze straordinarie e coinvolgenti.

Foto: Brooke Ashley Barone

Stai curando molto il lato visuale di questo progetto, anche il secondo singolo Unreal vanta un intrigante video di Bonnie Moir, con Damon Herriman, il Charles Manson di Once Upon A Time In Hollywood di Tarantino.  Video che non senza evocare Her, il film di Spike Jonze, esplora il tema degli androidi: è un argomento che ti affascina?
Dipende, l’idea di un futuro basato su relazioni con automi dalle sembianze umane può essere terrorizzante. Non mi piace la direzione che abbiamo preso rispetto al nostro rapporto con la tecnologia in genere, oltre a essere spaventata dalle fake news noto una dipendenza emotiva nei confronti di cellulari, email e social che mi inquieta. Figurati cosa potrebbe accadere in futuro con degli androidi che potranno sostituire, che ne so, l’ex che ti ha lasciato.

Oddio, mortificante…
Ci si è convinti che sia meglio evitare e rimuovere il dolore e la digitalizzazione ci illude che questo sia possibile, ma come canto in Unreal non c’è niente di più sbagliato. La vita è fatta anche di sconfitte, di fallimenti, di crisi e, appunto, di sofferenza e dolore. Puoi fare ogni sforzo per non pensare a quel dolore, puoi dire “beviamoci su, andrà tutto bene”, ma non per questo scomparirà, anzi, semmai il contrario. Comprendere questo è la condizione dell’empatia nei confronti delle lotte interiori sia proprie, sia altrui.

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