Joseph Capriati porta la techno al San Paolo: «Ci siamo tolti un po’ di schiaffi dalla faccia» | Rolling Stone Italia
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Joseph Capriati porta la techno al San Paolo: «Ci siamo tolti un po’ di schiaffi dalla faccia»

Oggi lo stadio intitolato a Maradona ospiterà un evento benefico col dj & friends. Perché «non siamo più parìa e Napoli è una capitale assoluta della techno». Leggere per credere

Joseph Capriati

Foto press

«Come diciamo a Napoli: ci siamo tolti un po’ di schiaffi dalla faccia. Non so se rendo l’idea…»: la rendi caro Joseph Capriati, la rendi. Una volta spiegato bene il contesto, la rendi. Allora, andiamo al punto e chiariamo a modo: oggi per la prima volta la techno conquisterà un posto iconico come il San Paolo di Napoli, sì, esattamente lo stadio intitolato a Diego Armando Maradona. Un luogo che ogni tanto viene prestato ai concerti, ad altre manifestazioni sportive, ma che mai si sarebbe immaginato di poter dare alla techno, a un evento insomma pensato, organizzato, voluto da un dj. Non un dj qualunque, effettivamente: Joseph Capriati è, oggi e già da quasi un decennio, uno di quelli che muove persone a migliaia ovunque vada e che può permettersi – se e quando lo vuole – quei cachet enormi che rendono ormai quasi inquietante per sfarzo e riccanza il caravanserraglio dance, lì dove un tempo non era tutto campagna però, ecco, era decisamente tutto underground e controculturale.

Che poi la polemica in città infuria attorno a questo evento soprattutto tra gli appassionati di clubbing più storici e hardcore, vero, ma lo fa a dire il vero soprattutto per altri motivi: ce la si prende con l’ipocrisia di una amministrazione partenopea – soprattutto dopo il cambio di giunta, ma anche durante l’era De Magistris – che da un lato cede lo stadio a un dj e si fa bella con questo evento (i cui proventi saranno dedicati all’Unicef e alle sue operazioni in primis in Ucraina, per espresso volere di chi organizza), dall’altro però applica politiche sempre più draconiane contro la nightlife, in un afflato legalista-moralista che trova nella repressione della socialità notturna un obiettivo facile e a portata di mano (e pazienza se poi nelle strade desertificate torna a regnare la criminalità).

«Io non sapevo nulla di queste polemiche, è da un po’ che vivo fuori», ci dice inizialmente Capriati, stando sulla difensiva. Dopo una pausa, prosegue: «Poi sì, chiaramente persone che vivono in città mi hanno parlato di tutto questo, mi hanno spiegato. Ma bisogna capire che questo che abbiamo organizzato io e il mio team è un evento va al di là della situazione spicciola. Per parlarci chiaro: è la prima volta qualcosa riconducibile al clubbing ottiene uno specifico riconoscimento da istituzioni come il Comune e la Regione, non so se mi spiego. Per la prima volta il clubbing dimostra di poter dialogare, con questo tipo di istituzioni, a certi livelli. Non cambieremo il corso della storia in un giorno, ma – a me pare una cosa importante: sbaglio? Bisogna capire che la cultura attorno alla musica elettronica è parte integrante della società. Non è qualcosa di antagonista, qualcosa di problematico, qualcosa da reprimere, come oggi ancora troppo spesso viene vista. Un problema più di ordine pubblico che di patrimonio culturale. Sono questi gli schiaffi che per anni ci sono piovuti in faccia, senza appello. È invece il linguaggio delle persone più giovani ed entusiaste, e le persone più giovani ed entusiaste sono il futuro. Fino a quando ignoreremo questa cosa? Ed è anche un linguaggio che muove passioni e interessi enormi in tutto il mondo, cifre tangibili. Che poi proprio a Napoli si continui a fare fatica a capirlo, nella città che ha avuto la scena techno più incredibile che io abbia mai visto, e in questi quindici anni ne ho visti di posti, ho girato il mondo intero, è assurdo. Davvero: assurdo».

Esagerazione campanilista, quella di Capriati, sulla grandezza della scena techno napoletana storica? Detto chiaramente: no. Se ne parla oggi troppo poco (e in fondo se ne parlava troppo poco anche allora, il clubbing era fuori dal radar dei media), ma c’è stato davvero un momento a cavallo tra metà anni ’90 e i primi 2000 in cui la città partenopea ha dato vita a una scena assolutamente pazzesca, per compattezza e qualità, nell’ambito della musica elettronica e della club culture: tutto sotto l’insegna di una techno spigolosa, feroce, serratissima ma al tempo stesso in qualche strano modo anche funk e sensuale. Una techno insomma diversa dalle geometrie essenziali berlinesi, dalle grandiosità svedesi (importanti anch’esse, a partire da Adam Beyer ancora oggi sulla cresta dell’onda), dall’euforia rave inglese, anche dallo spirito sci-fi dei pionieri di Detroit; ma assolutamente influente e splendida, esattamente come quelle citate, e di grandissimo impatto su tutta la scena mondiale. Napoli – lo sanno in pochi, e quelli che sanno (se) lo ricordano sempre meno – è stata insomma una capitale artistica assoluta della techno. «Io di tutta questa gente sono un discepolo. I maestri veri, sono loro. Loro che hanno creato la magia. Marco, Rino, Gaetano, Danilo, Marc Antonio…».

Nel momento in cui Capriati dall’alto della sua fama, del suo ascendente sul mass market del clubbing contemporaneo, della potenza organizzativa del suo team e anche della voglia di fare beneficenza («Erano anni che dicevo ai miei più stretti collaboratori che volevo fare un grande evento di beneficenza in Italia, ma sembrava sempre tutto troppo difficile») ha conquistato un posto di pregio & potenza come lo stadio cittadino per questo evento del 28 maggio, invece di pensare a massimizzare i profitti chiamando i colleghi stranieri più noti e potenti per concedersi così un’ulteriore botta di esposizione, grandeur e fama (fare insomma una specie di Tomorrowland techno in salsa partenopea) ha scelto un’altra via. Una via che passa attraverso la convocazione di colleghi non-così-famosi (Agents of Time, Silvie Loto), di miti personali (l’eterno e ancora poderoso Dj Ralf, e al posto del compianto Claudio Coccoluto il talentuosissimo figlio GNMR), di icone napoletane (storiche come James Senese, oppure contemporanee e “di strada” come Clementino) e soprattutto di due eroi di questa ondata originaria & leggendaria della techno napoletana che scompaginava il mondo, due eroi da troppo tempo immeritatamente – ma anche per loro voglia – fuori dallo star system del clubbing, Markantonio e Gaetano Parisio, che incroceranno i vinili con Luigi Madonna e Roberto Capuano.

Dei grandi maestri e caposcuola di quell’era, manca Marco Carola (il più famoso di tutti, quello che prima, più e con più asciutta convinzione ha abbracciato le regole dello star system danzettaro à la Ibiza e, oggi, à la Tulum), manca Danilo Vigorito, manca Rino Cerrone. Quando parla di quest’ultimo, in questa nostra chiacchierata, l’emozione di Capriati è però tangibile. «Lui oggi vive a Dubai. Anche lui se n’è andato da Napoli. Infatti questa incredibile scena si è sciolta un po’ per consunzione, un po’ perché la gente se n’è andata a stare altrove. Ma io a Rino Cerrone sono legatissimo. Per me era un idolo quando ero un ragazzino, e continua ad esserlo tutt’ora. Me lo fece conoscere un mio amico dj, Sasha Carassi: che proprio sapendo quanto ero fissato con Cerrone – quante albe all’Old River per sentire le sue chiusure! – un giorno a sorpresa lo invitò in studio, quando sapeva ci sarei stato pure io. Da lì siamo diventati amici per la pelle, con Rino. Io, ragazzino; lui dj affermato, già una leggenda in città e non solo in città. Mi offriva sempre da mangiare, mi portava nei migliori ristoranti di pesce e pagava lui: non avevo una lira. Ero imbarazzato, ad un certo punto. “No Joseph, stai tranquillo. Quando inizierai tu a guadagnare qualcosa – e sono sicuro che ci riuscirai, vedo in te il talento – allora potrai offrire tu”. La prima cosa che feci, dopo la prima volta che venni pagato per fare il dj, una cosa tipo 300 o 400 euro, fu invitarlo a cena…».

Nel continuare a parlare di Cerrone, salta poi fuori un concetto importante: «Ci siamo parlati con Rino in questi giorni. Mi ha detto una cosa che mi ha colpito: “Questa cosa dello stadio, alla nostra epoca, sarebbe stata inimmaginabile. Forse non l’avremmo nemmeno voluta”. Ed è vero: erano persone che vivevano per la musica, davano il sangue per la musica, avevano un talento pazzesco, hanno insegnato tantissimo anche alle generazioni più giovani, ma se c’era modo di raccontare tutto questo, di farlo emergere, si tiravano indietro. Volevano stare nel loro, nella nicchia. Probabilmente nemmeno avrebbero accettato di farsi intervistare da Rolling Stone, come sto facendo io adesso. Così come Rolling Stone non li sarebbe però andati a cercare: chi stava nella scena techno era visto come un parìa. Capisci quanto tempo è passato, e quante cose sono cambiate oggi?».

Prima citavamo l’Old River, tempio assoluto della techno napoletana, luogo anche famigerato (è anche lì, senza girarci attorno, che si è fortificata parecchio negli anni la percezione di adunata techno come luogo dove nascono casini: era un luogo bellissimo, scalcagnato, pericoloso, pieno di energia sia buona che cattiva): «All’epoca, quando la techno mi stregò – io infatti da adolescente suonavo essenzialmente house, iniziai con sonorità più morbide – il posto degli appuntamenti più grandiosi era ovviamente l’Old River. Erano momenti che aspettavamo con trepidazione. Ma di cosa parliamo, a pensarci bene? Parliamo di serate con 600, 1000 persone, 1500 se andava bene, 2000 una volta all’anno». In effetti oggi Capriati se si sposta fa dieci volte tanto, se non ci sono limiti di capienza. E come lui, pure altri colleghi di pari livello in campo techno e tech-house, tutta gente che ad inizio millennio dall’Old River ci passava eccome. «Che senso ha parlare di underground, oggi? La techno non lo è più, non può più esserlo. Ed anche i club più ricercati e lodati per integrità – penso al berlinese Berghain, ma anche luoghi più piccoli – in realtà utilizzano i meccanismi dell’hype pure loro. L’underground ci resta nel cuore, chiaro, perché è con quegli insegnamenti che siamo cresciuti e siamo diventati grandi, è con quegli insegnamenti che abbiamo imparato a fare quello che facciamo; ma il mondo attorno è cambiato. Puoi essere d’accordo o meno, però è così. La verità è che se oggi fai techno a un certo livello suoni di fronte a migliaia di persone, in contesti di un certo tipo: entri in un circuito che è underground solo a parole, non invece nei fatti e nelle economie».

Qui Capriati si ferma, con una pausa molto significativa. Per poi aggiungere: «Ma bisogna stare attenti. Se si bada solo al lato economico, sali su una giostra da cui non scendi più. E diventi un burattino». Non possiamo non chiedergli: beh, a te è capitato di esser diventato burattino o giù di lì, di salire insomma sulla giostra e di non capire più se e come scenderne? La risposta è sincera: «Sì. Ti dico la verità: il rischio l’ho corso. Eccome. C’è stato un momento qualche anno fa in cui mi sentivo perso, ma non capivo cosa fosse ed andavo avanti. Tutto ha avuto una svolta nel 2014, quando sono arrivato ad Ibiza, e grazie ad alcune serate-chiave (chi c’era, sa…) la mia carriera si è letteralmente impennata. Attorno a me si è scatenato un hype pesante. E questo hype, beh, ad un certo punto mi stava portando fuori strada». Altra pausa. «È normale, siamo esseri umani». Capriati medita assorto ancora un attmo, poi riprende: «Devo ringraziare il mio team. Io sono uno molto testardo, a un certo ho anche mandato al diavolo parecchi dei miei. È che io devo fare le cose di cuore, sai? Ed era arrivato invece un momento in cui stavo facendo le cose con la mente, non con il cuore». Altra pausa. «La mente la devi usare sempre, sia chiaro, io poi sono da sempre il manager di me stesso. Io attorno a me ho infatti collaboratori, non manager: è proprio quando ti ritrovi a fianco qualcuno che decide per te e gli dici “Fai quello che ti pare, basta che porti a casa i risultati, che porti a casa i soldi” che è più facile vendersi, ed è più facile fare errori da cui poi è dura recuperare. Già ogni tanto sbaglio io da solo quando devo decidere per me; figurati quanto è più facile che sbagli qualcun altro che non sia io. Insomma: il 2014 e il 2015 sono stati anni molto difficili, a livello proprio di stabilità emotiva. Non sapevo bene che fare. Se seguire appunto il cuore, o solo la mente. Avrei potuto fare delle scelte di un certo tipo, in quel frangente, e guadagnare una quantità di soldi pazzesca. Ma sai cosa? Le avessi fatte, quelle scelte, ora la mia carriera sarebbe probabilmente finita. O irrilevante».

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Il racconto di quel periodo particolare continua: «A salvarmi fu una lunga chiacchierata con Carl Cox, per me ovviamente un maestro. “L’hype dura cinque anni, Joseph, mai di più”, mi disse prendendomi da parte, “e tu invece hai tutti i mezzi per avere una carriera sul lungo termine. Pensaci: se fai delle scelte che pensano solo all’immediato, sarà più difficile che tra 15, 20 anni tu sia ancora al livello a cui stai ora. Scegli la strada più lunga, più difficile. Quella più di prospettiva. Non fare cazzate solo per l’ansia del qui e ora”. È stato fondamentale quel discorso. Improvvisamente, ho capito che era stupido litigare per chi aveva il nome scritto più in grande sul cartellone. Se in un posto ti senti desiderato, suonaci; se qualcosa non ti convince, non farlo; ma mai, mai, mai mettersi a fare le guerre. Mai. E per quanto riguarda Ibiza, ho capito che se una collaborazione era andata a finire male, non per forza e per ripicca dovevo mettermi a fare una serata io, con tutte le responsabilità e i rischi del caso. Dovevo invece stare tranquillo, lavorare sodo, andare per la mia strada. E così ho fatto. Da allora ad oggi, ho visto molte persone avere delle parabole incredibili: essere sulla cresta dell’onda, per poi praticamente scomparire poco dopo. Io invece ho ancora il mio pubblico. Non solo: piano piano ne sto conquistando dell’altro. Sto conquistando anche chi in passato mi vedeva con un certo scetticismo. Sto riuscendo a comunicare quanto cuore ci metto in quello che faccio, quanto rispetto questa cultura».

«Metamorfosi, l’album uscito l’anno scorso, è stato un tassello molto importante: un disco quasi concettuale, diverso da quello che molti si aspettavano, molto più orientato alle mie radici house e, credo, in generale molto più maturo. Ma non è che io abbia perso la voglia di fare tracce techno potenti, non credere. Per dire: il mio migliore dj set techno credo sia proprio quello che ho fatto pochi mesi fa a Madrid, al Fabrik, e le mie prossime release torneranno ad andare in quella direzione lì, molto da dancefloor duro, molto potenti. Sento di averne il bisogno. È comunque parte di me. Così come sento che tutto quello che è successo fino ad oggi, in quindici anni di carriera, è solo l’antipasto: il meglio deve ancora arrivare. Ho un tipo di consapevolezza, oggi, che sì, mi fa pensare che il meglio deve ancora arrivare…».

Un meglio che stava per essere stroncato da un episodio di brutta cronaca finito su tutti i giornali, a inizio 2021. Il peggior episodio possibile, sotto certi punti di vista. Con ancora in pieno dispiegamento l’apparato promozionale attorno a Metamorfosi, attorno a questo nuovo Capriati più adulto e non-più-solo-techno, Joseph è finito all’ospedale in fin di vita colpito dal padre con un coltello, dopo una lite famigliare. Al di là del dramma personale, anche la stura al rimettere in campo una serie di luoghi comuni sulla Campania, sul giro techno di quelle parti e la violenza che l’accompagna, i contesti sociali degradati, eccetera eccetera. «All’inizio di tutto questo me ne sono fregato. Ero in ospedale, pensavo prima di tutto a guarire. E poi, una volta che ne sono uscito, a ricomporre le cose famigliari. Perché tutto si può ricomporre. A un certo punto sì, ho sentito tutto quello che si diceva attorno a questa storia, ma qua voglio scandire bene giusto un paio di cose importanti: chi parla da fuori può dire quello che vuole, ma io ho perdonato. E ho perdonato coi fatti, non a chiacchiere. Sì: si perdona coi fatti. E le chiacchiere, beh, quelle stanno a zero: chi mi conosce, e in giro per il mondo ormai sono tante le persone che mi conoscono, sanno chi sono, chi è la mia famiglia, chi è mio padre, chi siamo noi, e quanto io sia orgoglioso di tutto questo. Sono anche orgoglioso di come ho superato alla fine tutto questo momento: sarò sincero, non è stato facile, soprattutto a livello mentale, emotivo… Sfido chiunque ad attraversare esperienze di questo genere. Se sono riuscito a superarle, e a farlo nel migliore dei modi possibili, è stato anche grazie alla musica. Ed alla consapevolezza che tutto quello che ti succede, anche le cose apparentemente peggiori, non succedono mai per caso e – soprattutto – possono e devono servire a migliorarti. Così è stato. Per il resto, come detto e come ripeterò sempre: le chiacchiere stanno a zero».

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