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Jonathan Wilson è il cowboy psichedelico che riscatta il country

A Topanga per incontrare il chitarrista “resident hippy” della band di Roger Waters e farci raccontare il nuovo album ‘Dixie Blur’. «Gran parte del country è dozzinale, la mia è una versione di buon gusto»

Jonathan Wilson

Foto: Chiara Meattelli

Dici Topanga e subito pensi a Neil Young che nello scantinato di casa scrive After the Gold Rush. Oppure al Beach Boy Dennis Wilson, quando se la cantava insieme all’amico Charles Manson, in tempi non ancora sospetti. Si narra pure che Jim Morrison abbia scritto Roadhouse Blues pensando al club Topanga Corral, andato in fiamme nei ’70 (poi ricostruito e ribruciato). Casa di leggendari attori, artisti, musicisti, a una quarantina di chilometri dal caos di Los Angeles, immersa nella natura, montagne e oceano, Topanga non gode più degli affitti accessibili dei decenni scorsi eppure mantiene un forte hippy vibe fuori dal tempo. È qui che Jonathan Wilson ha deciso di costruire il suo nuovo studio, in un compound che comprende anche la nuova casa. «Sono ossessionato dal finire i lavori il prima possibile, ho il terrore che presto sarò chiamato a fare qualcos’altro e bye bye studio» confessa il musicista e produttore americano, reduce da un tour di oltre due anni con Roger Waters, di cui è stato direttore musicale, chitarrista e backing vocalist. In pratica faceva le veci di David Gilmour, come chi una chitarra non la sa solo suonare, ma la fa pure cantare.

Cappello beanie e camicia a quadri, Jonathan si versa un Mezcal e mi scarrozza per il suo nuovo “parco giochi”, spiegandomi con l’entusiasmo di uno scolaretto i segreti di un vero nerd da studio. Poi ci rulliamo una canna (è prassi da queste parti) e in anteprima mi fa ascoltare direttamente dal computer il nuovo Dixie Blur, registrato a Nashville in presa diretta e mixato a Los Angeles nello studio dell’amico Jackson Browne. Dice Wilson, originario del North Carolina: «È un album molto personale. E se qualche indie rocker sofisticato dovesse accusarmi che è troppo country allora rispondo: sì cazzo, è quello il sound del posto da cui provengo». Non solo country: realizzato insieme a Pat Sansone degli Wilco e session men fuoriclasse, Dixie Blur interpreta un’idea molto libera di americana. Un album sincero: nessun trucco da studio, qui contano solo le canzoni.

Come nasce l’idea di registrare a Nashville?
Ero in Colorado a suonare con Steve Earle e parlando di quello che mi sarebbe piaciuto fare per il prossimo album, lui mi ha suggerito di andare a Nashville. Ho pensato: interessante, non l’ho mai fatto prima. Sapevo di volere qualcosa di completamente diverso dal precedente Rare Birds, che si era rivelato un processo doloroso di perfezione nel tentativo di raggiungere un suono super grandioso.

Dixie Blur è co-prodotto da Patrick Sansone degli Wilco: come siete finiti a lavorare insieme?
Patrick è un caro amico da una vita. Vive a Nashville e conosce tutti in città, così mi ha dato una mano. Nashville è un terreno fertile per studi di registrazione e la cultura delle session che tra l’altro trovo molto intrigante: mi stimola vedere così tanti musicisti che riescono a campare di musica e a sfamare le proprie famiglie. Patrick è stato il curatore perfetto: sapeva chi sarebbe stato il migliore musicista per ottenere ciò che volevamo.

Nei tuoi album precedenti avresti pure suonato ciascuno strumento in un singolo brano. Dixie Blur ha invece 13 canzoni interamente registrate in presa diretta…
Esatto, stavolta è stato un processo drasticamente diverso. Può succedere di tutto quando 6-7 persone suonano insieme. Puoi fermarti all’improvviso e decidere di dimezzare il tempo, raddoppiarlo, puoi cambiare tonalità e così via. I ragazzi di Nashville sono pagati all’ora e vanno come macchine, con loro puoi cambiare un arrangiamento nel giro di pochi minuti. Si tratta di avere fiducia nel momento e nei musicisti con cui ti trovi e capire cos’hai tu da offrire.

Quasi viene da pensare che la spontaneità di Dixie Blur provenga da una ribellione dal tuo perfezionismo in studio.
Forse… Di certo nasce dal desiderio di fare qualcosa di diverso dal meticoloso scienziato, e mi sono parecchio divertito, sono orgoglioso dei risultati. Sono due approcci diversi, senza che uno sia necessariamente migliore dell’altro. Basti pensare a Prince che faceva tutto da solo e ha realizzato album super potenti.

Nel video di 69 Corvette vediamo immagini di te ragazzino. È un buon momento questo per guardarsi indietro?
Diciamo che l’intera esperienza Dixie Blur è stata un vero “blur” (un’immagine offuscata, nda) dove ho incluso i ricordi della mia infanzia. Quest’album è il riflesso sonico del posto in cui sono cresciuto, della mia famiglia e di chi realmente sono. Non ci sono forzature, non ci sono regole su quello che posso o non posso fare. Gran parte del country è fatto di musica dozzinale ma io volevo farne una versione di buon gusto. Ero interessato alla parola “americana” perché spesso assume connotazioni negative, così mi sono chiesto cosa realmente significasse e ho voluto sperimentare mischiando suoni differenti che in qualche modo potrebbero far parte di quella definizione.

L’artwork mostra un cowboy psichedelico: è così che ti senti?
È la mia fidanzata Andrea (Nakhla, nda) ad occuparsi della parte grafica e una notte, non so sotto quali effetti, se ne è venuta fuori con questo cowboy colorato. Volevamo rappresentasse anche la città dove sono nato, Thomasville in North Carolina: immagina una downtown minuscola e schifosetta con una sedia gigante come unica attrazione turistica, in onore dell’industria dei mobili che era fiorente quand’ero ragazzino. Così Andrea ha messo anche quella dannata sedia in copertina. C’è davvero da esserne orgogliosi, più o meno come per la Torre di Pisa!

Hai passato più di due anni in tour con Roger Waters, oltre ad avere suonato la chitarra per il suo ultimo album. Cosa ha portato quell’esperienza a Dixie Blur?
Moltissimo. Mi ha dato fiducia per cantare, per la prima volta mi sono sentito davvero sicuro di me. Quando ti trovi a esibirti ogni sera davanti a così tanta gente è come se facessi una costante pratica, sei più concentrato perché senti che la posta in gioco è sempre alta e non puoi fare cazzate. Molti cantano senza sforzo, senza neppure pensarci, io invece devo essere focalizzato in ogni istante, dunque è stata una palestra decisiva.

Waters ti presentava al pubblico come “our resident hippy”. Ti sei mai sentito intimorito in sua presenza? Dopotutto i Pink Floyd sono tra i tuoi gruppi preferiti di sempre…
Roger è stato fantastico e di gran supporto. Cè stato un episodio al primissimo show  di riscaldamento per amici e parenti, tre anni fa, in cui ho fatto un errore e mi sono sentito morire: avevo invertito i versi di Money. Nel backstage però è stato gentile a riguardo, mi ha solo detto: “Interessante ascoltare la tua versione di Money, Jonathan!”. Lui è davvero rock’n’roll, a 76 anni ha più energia di tutti gli altri membri della band.

Due anni fa abbiamo fatto un’intervista on the road da Los Angeles a Joshua Tree: eri in procinto di smontare lo studio di Echo Park per costruirne uno nuovo nel bel mezzo del deserto. Cosa ti ha fatto cambiare idea?
Si è rivelata una manovra troppo complicata, probabilmente se avessi continuato con quel progetto sarei ancora molto lontano dalla fine. Sbaraccare Echo Park è stato un lavoro pazzesco, c’erano giorni in cui mi sdraiavo per terra con la schiena piegata in due troppo stanco per parlare o fare nulla. Bella tutta quella l’attrezzatura eh… Se solo avessi avuto 10 anni per spostarla invece di pochi mesi! Credo che Topanga sia il posto perfetto, mi sto preparando a costruire l’utopia hippy definitiva. Piano piano…  e magari alla fine ci sarà anche un bambino che gironzolerà scalzo intorno e qualche allattamento in pubblico.

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