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Jonathan Coe, il romanziere con l’anima prog

Lo scrittore de 'La casa del sonno' porterà a Milano un progetto con l'Artchipel Orchestra, un ensemble jazz, ispirato alla scena di Canterbury. Ne abbiamo approfittato per un'intervista a tutto campo su musica, cinema e letteratura

Foto: Adolfo Frediani

«Avevate la squadra migliore, va detto». Jonathan Coe parla dalla Francia, è in tour con il suo ultimo libro Io e Mr Wilder, edito in Italia da Feltrinelli, e commenta così la vittoria degli azzurri agli Europei di calcio. Non stupisce, la sua reputazione di gentleman lo precede. «Del resto, gli inglesi non si aspettavano nemmeno di arrivarci, in finale», osserva lo scrittore britannico, con titoli come La famiglia Winshaw, La casa del sonno e La banda dei brocchi uno dei più amati della sua generazione. E dopo essersi scusato per il poco tempo a disposizione, continua: «Sono impegnato, ma contento di aver ripreso a viaggiare, mi mancava, e benché la pandemia non abbia inciso granché sulla mia quotidianità – vivo da sempre in una sorta di lockdown – c’è questo filo sotterraneo di ansia e nervosismo che mi accompagna e che sta cominciando a diventare stressante. Anche perché dopo un anno e mezzo di convivenza col virus ci si continua a contagiare e nemmeno i vaccini sembrano una soluzione definitiva: adesso nel Regno Unito abbiamo più di 40 mila casi al giorno…».

Il periodo è quello che è, ma si fa quel che si può e così Coe lunedì 19 luglio approderà in Italia, al Castello Sforzesco di Milano, per l’anteprima assoluta di Jonathan Coe & Artchipel Orchestra, progetto inedito che vedrà l’Artchipel Orchestra – ensemble diretto dal batterista e compositore Ferdinando Faraò, tra le migliori 10 formazioni jazz nostrane del 2020 secondo la rivista Musica Jazz – eseguire composizioni originali di Coe (serata prodotta da AH-UM Festival). Già, perché non tutti sanno che il romanziere di Birmingham è musicista e compositore. «Per hobby», precisa lui, che però non ha rinunciato a condividere la sua musica su Bandcamp e Spotify in due raccolte intitolate, con l’ironia che lo contraddistingue, Unnecessary Music e Invisible Music. «Sono brani strumentali con una forte enfasi sulla melodia, influenzati dalla scena di Canterbury, filone del rock progressivo anni ’70», spiega Coe. «Nel 2014 Massimo Giuntoli, pianista dell’Artchipel Orchestra, aveva arrangiato dei miei brani per un concerto al Collisioni Festival di Barolo. Fu la prima volta in cui ebbi l’occasione di sentire alcune mie composizioni eseguite dal vivo, ma a Milano sarà diverso: ho sentito dei demo e gli arrangiamenti di Faraò mi sono parsi più ambiziosi, si è preso delle libertà aggiungendo alla mia musica dei passaggi suoi, senza contare che un’orchestra produce un sound potente. Non so cosa ne verrà fuori, ma sono molto curioso».

Probabilmente Coe non suonerà: «Non sono abbastanza bravo, potrei al massimo fare l’ospite in uno o due pezzi, ma perlopiù starò seduto in platea, salirò sul palco giusto per dire qualche parola sulla mia musica». In compenso prima dello spettacolo parlerà di Io e Mr Wilder, il suo romanzo uscito lo scorso febbraio. «È scrivere libri la mia vocazione, il mio mestiere, anche se suono sin dalla giovane età», afferma. «Non ho mai studiato musica, ma mia mamma era una brava pianista ed è stata così perspicace da insegnarmi a suonare il pianoforte. Per qualche anno sono anche andato a lezione di chitarra classica, ma sin da ragazzino ho sempre avuto difficoltà con la notazione musicale, preferivo improvvisare e suonare cose mie. Sai, ero un adolescente molto timido, introverso, non uscivo molto con gli amici, così mi divertivo in due modi: scrivevo storie e incidevo musica col registratore a cassette. Ora non compongo più molto, ma tra i 20 e i 30 anni sono stato parecchio produttivo con questo tipo di registrazioni casalinghe, quasi tutto il materiale che ho messo online risale a quell’epoca».

In realtà l’autore di Middle England, per citare il romanzo del 2018 che ripercorre, non senza spunti comici, la storia della Gran Bretagna fino al terremoto della Brexit, ha avuto in passato altre esperienze musicali. In particolare c’è stato un momento, negli anni ’80, in cui ha militato nei Wanda and the Willy Warmers. «Wanda è un nome di donna, mentre “willy warmers” è un’espressione che sta a indicare degli indumenti in lana che si arrotolano attorno al pene per tenerlo caldo (ride). La band era originariamente formata da tre donne che scrivevano testi e poesie. A un certo punto, su invito di una delle componenti del gruppo, mia amica all’università, mi aggiunsi io in veste di compositore delle basi musicali. Eravamo una combinazione davvero stramba, i testi dei brani erano molto maleducati, aggressivi, sul palco le mie compagne passavano il tempo a insultare gli uomini tra il pubblico e cose del genere, le performance erano irriverenti, provocatorie, e nel mentre c’ero io che suonavo questi miei pezzi melodici, delicati, lirici. Fu decisamente un momento strano della mia carriera, facemmo solo cinque o sei concerti alla fine dei quali non ce la vedemmo così bene, essendo trattati in quel modo gli spettatori diventavano un po’ ostili…».

Facile a credersi, e viene da pensare che oggi niente del genere potrebbe essere portato sul palco. «Già, c’è la questione del politicamente corretto, da noi non è entrata così tanto nel mondo della letteratura, ma nel mondo accademico e delle università sì», dice Coe. «Per quanto mi riguarda mi sento libero di scrivere ciò che voglio, del resto sono sempre stato attento, nei miei libri, a dare spazio a più punti di vista di persone di culture differenti, di ogni genere e sesso. Penso che uno scrittore debba farlo, se non vuole essere autoreferenziale e parlare solo delle proprie esperienze, cosa un po’ noiosa, però deve farlo con sensibilità e intelligenza». E prosegue: «Secondo me è un bene che la gente analizzi cosa fai e come lo fai e che sia pronta a criticarti, perché se è vero che un politicamente corretto eccessivo può diventare un problema, il discorso sull’appropriazione culturale come qualcosa da evitare è importante. Il punto è trovare un equilibrio, non lasciarsi ossessionare dagli estremi, tenere a mente che tra questi c’è un vasto terreno ricco di sfumature che non va dimenticato».

L’Artchipel Orchestra

La conversazione si sposta su Io e Mr Wilder, omaggio a uno dei suoi idoli, Billy Wilder, compianto regista vincitore di sei premi Oscar, raccontato da Coe in un momento delicato della sua carriera, quel momento di transizione che non risparmia nessun artista, in cui l’età inizia a essere avanzata e anche se sei famoso senti che l’attenzione nei tuoi confronti non è più la stessa. Tradotto: quello che emerge dalle sue pagine non è il Wilder di A qualcuno piace caldo, per citare la celeberrima pellicola del ’59 con Marilyn Monroe, e nemmeno quello di Giorni perduti, Viale del tramonto o L’appartamento, bensì quello di Fedora, film del ’78 tra i meno noti del cineasta morto nel 2002. E l’io narrante, in un libro che è un mix di fiction e realtà, è un personaggio inventato di nome Calista, una compositrice greca di colonne sonore residente a Londra e ormai verso la sessantina, che rammenta di quando nel ’77 fu ingaggiata come interprete sul set di Fedora, appunto, il film di Wilder, in quel di Nydri, sull’isola di Leuca.

«Ho quasi 60 anni (li compirà il prossimo 19 agosto, nda) e col passare del tempo mi sono reso conto che tutto ciò che scrivo si lega al periodo della mia infanzia e della mia adolescenza», confida Coe. «Vale per la musica che sentirete a Milano, ma anche per quest’ultimo romanzo nato dalla mia passione per Wilder, nata quando ero un teenager. È stato il primo regista a cui mi sono interessato, ricordo ancora la prima volta in cui vidi il suo Vita privata di Sherlock Holmes in televisione, avevo 14 anni, e fu una di quelle epifanie che si hanno a quell’età quando un’opera d’arte ti smuove toccandoti nel profondo. Rimasi talmente colpito dalla miscela di humor, malinconia, satira e tristezza della pellicola che quando vidi il nome del regista nei titoli di coda decisi che volevo sapere tutto di quell’uomo. Così negli anni successivi guardai il maggior numero possibile di suoi film, e non era facile a quei tempi, non c’erano le piattaforme di streaming, ma nemmeno i dvd, per cui fondamentalmente aspettavo che li passassero in tv. Era bello, però, dover andare a caccia di ciò che desideravi, ed era lo stesso per la musica, da ragazzino non so quante ore ho trascorso nei negozi di dischi». Si ferma un attimo e tira fuori un aneddoto tutto italiano: «Mi viene in mente che una volta, era il ’79, stavo cercando disperatamente un album di un compositore sperimentale, La Monte Young, e alla fine lo scovai, durante una gita scolastica, in un negozio di dischi a Firenze. Non ricordo il nome, mi spiace… Però sia chiaro, non è che sia contrario a Spotify e simili, è bello poter ascoltare di tutto in qualunque momento senza dover fare fatica, ma è innegabile che si è perso qualcosa».

Torniamo a parlare di musica e Coe, appassionato di prog rock, ammette di non essere granché aggiornato sulle novità. «È un paradosso, visto che adesso avrei tutto a disposizione, ma forse è proprio questo il motivo, è come essere immersi in un mare di opportunità e disponibilità che finisci per perderti, anche perché l’algoritmo che ti indica ciò che potrebbe piacerti in base ai tuoi ascolti non funziona, con me solitamente sbaglia. Però vediamo… Mi piacciono molto i Midlake, anche se non so se esistono ancora, pare di sì, ma non fanno un disco nuovo da parecchi anni. Poi i Syd Arthur, band britannica parecchio influenzata dalla scuola di Canterbury. E in questo momento ascolto spesso musica classica del Novecento, ho un orecchio un po’ old fashion, ma conosco anche autori interessanti della scena contemporanea, per esempio c’è questa compositrice meravigliosa, Weronika Ratusińska, che scrive composizioni con echi di Steve Reich, ma non così ripetitive e più ricche armonicamente, l’ho scoperta alla radio e… Ecco, il bello di scoprire certe cose per caso».

Sono lontani, però, i tempi in cui musica e scrittura riempivano le sue giornate: «In passato ho provato a combinare le due attività, ci tenevo a trovare il modo giusto per intrecciarle, ho fatto anche degli spoken word con delle band, senza contare che ero solito ascoltare musica mentre scrivevo i miei libri. Ma da quattro o cinque anni è cambiato qualcosa, al massimo ascolto musica nelle pause, forse per aiutare l’ispirazione, ma quando scrivo prediligo il silenzio. Penso anche che al giorno d’oggi si usi troppo la musica come sottofondo, come accompagnamento di qualcos’altro; personalmente non amo questa modalità: se vuoi davvero sentire la musica, devi essere concentrato solo su ciò che stai ascoltando».

Parole sante, pazienza se soprattutto i più giovani non capiranno, d’altra parte Coe, padre di due figli ormai più che maggiorenni, non dà l’impressione di voler cedere al giovanilismo, non è un caso che tra le pagine di Io e Mr Wilder affiori uno sguardo anche nostalgico e si tocchi il tema del tempo che passa, di come ci si sente quando si avverte che la vecchiaia si sta avvicinando. «Professionalmente è una sfida, questa, ma non solo. Voglio riconciliarmi con l’idea che col trascorrere del tempo un ricambio sia inevitabile, non mi va di trovarmi nella posizione in cui si trovò Wilder quando a fine anni ’70 desiderava tantissimo dirigere nuovi film, ma a Hollywood gli studios avevano perso interesse in lui perché c’erano giovani registi che stavano emergendo. È vero che nel cinema è tutto più complicato, fare film costa così tanto che come regista puoi esprimerti solo se riesci a farti finanziare, per fortuna scrivere un libro è più semplice e il mondo dell’editoria è più aperto e meno guidato da logiche commerciali, ma insomma, il punto è che mi fa piacere vedere crescere una nuova generazione di scrittori che pubblica libri diversi dai miei portando in luce prospettive differenti».

Gli chiediamo qualche nome senza sapere se risponderà, la maggior parte degli intervistati considera certe domande insidiose, da evitare con giri di parole, cambi di discorso e omissioni. Ma Coe non esita. «Di recente ho letto un bel libro di Natasha Brown, Assembly, un romanzo molto interessante e suggestivo, scritto dal punto di vista di una giovane donna nera che lavora nella finanza a Londra. Inoltre, mi piace Niven Govinden, autore di un libro non così distante dal mio Io e Mr Wilder, su un regista britannico che va a un festival del cinema italiano a presentare il suo film: s’intitola Diary of a Film». E a proposito del suo futuro da romanziere: «Posso immaginare che a un certo punto mi sarà difficile comprendere il mondo attorno a me in ogni suo aspetto, ma come scrittore hai sempre un’ampia scelta di temi da trattare, ciò che conta è non mettersi in testa di voler parlare di tutto. Probabilmente i miei prossimi romanzi riguarderanno sempre meno il mondo giovanile e sempre di più i pensieri e le preoccupazioni della mia generazione. Sì, sono certo che i soggetti e i temi dei miei libri cambieranno, meglio siano i ventenni a raccontare se stessi. Io mi rivolgerò a un pubblico un po’ diverso e a essere sincero ho già diverse storie in testa, sto scrivendo persino adesso che sono in tour. Non posso anticipare nulla, ma ho idee per tenermi occupato almeno per i prossimi cinque o sei anni».

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