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Jon Hopkins ha trovato il suono dell’ayahuasca

L'ha provata in una grotta in Ecuador e ha tradotto l'esperienza in suoni, ispirandosi a musicoterapia e meditazione trascendentale. «È architettura liquida, musica da vivere e non solo da ascoltare»

Jon Hopkins

Foto: Steve Gullick

Musica da sentire, ma anche da abitare, che ti mette in contatto con l’inconscio, che espande i sensi. È ciò che aveva in mente Jon Hopkins quando si è messo al lavoro sul suo sesto album solista, Music for Psychedelic Therapy, in uscita il 12 novembre, frutto di un percorso di ricerca che lo ha spinto a esplorare nuovi territori.

«Volevo fare qualcosa che andasse nella direzione opposta rispetto ai precedenti dischi», dice il pianista e producer londinese, candidato ai Grammy 2018 per l’album Singularity, avvolgente miscela di sintetizzatori, muri di bassi distorti, ritmi spezzati, crescendo esplosivi, note di pianoforte, cori e campane acustiche, in bilico tra techno e ambient. Music for Psychedelic Therapy ci porta altrove: «Non è ambient, non è classica, non è drone, ma è tutte queste tre cose insieme, ed è scaturito da un mio interesse personale verso la cultura psichedelica».

Lo si evince dal titolo: dobbiamo prenderlo alla lettera?
Non esattamente, il titolo è più un tributo a Brian Eno, con cui ho avuto la fortuna di collaborare nel 2010 per l’album Small Craft on a Milk Sea, con Leo Abrahams: stando al suo fianco ho imparato molto sul valore dell’improvvisazione. E in particolare, è un omaggio a Music for Airports, e non è che per ascoltare quel disco devi trovarti per forza in un aeroporto (ride). Detto questo, negli ultimi anni ho assistito all’emergere di un mondo di terapisti che utilizzano sostanze psichedeliche, constatando, però, che non si parla ancora abbastanza della funzione terapeutica della musica. In questo disco senza beat i due mondi si uniscono e il risultato è qualcosa da vivere come un’esperienza e non solo da ascoltare.

Anche Singularity – avevi spiegato – era nato da un’immersione nell’inconscio favorita dall’assunzione di funghi contenenti psilocibina, composto chimico presente in natura nel cervello, che avevi voluto provare sotto la guida di esperti.
Sì, anche se quella era stata più un’esperienza ricreativa, non ero andato così a fondo come ho fatto con questo nuovo album, legato all’ayahuasca e che rispetto a Singularity è più profondo, anticonvenzionale e per questo richiede di più all’ascoltatore: credo che per ascoltarlo nel modo giusto si debba davvero sedere o sdraiare al buio e lasciarsi trasportare. In fase di scrittura la libertà dalle strutture ritmiche tradizionali mi ha sbloccato molto, mi sono sentito libero di indagare una nuova forma di ritmo, quella che scopri quando permetti alle cose di fluire dentro di te senza vincoli.

Nel comunicato stampa c’è un tuo virgolettato in cui dici che «l’ayahuasca è guidata dal suono, dal canto, dai fischi» e parli della capacità di questa pianta psicoattiva di trasformare il suono in immagini e visioni. Quando l’hai provata?
Ho provato la DMT (dimetiltriptamina, nda), che è una delle componenti dell’ayahuasca ed è la stessa sostanza prodotta dal nostro cervello durante la fase REM del sonno. È successo tre anni fa nella Cueva de los Tayos, in Ecuador, dove le tribù indigene dell’Amazzonia usavano l’ayahuasca per le loro cerimonie religiose, e quell’esperienza mi è rimasta dentro. Ero stato invitato a partecipare da due amiche, tra cui Eileen Hall, che ha firmato l’artwork dell’album: suo padre aveva passato la vita esplorando quelle grotte e quando è morto lei ha deciso di portare avanti la sua missione e oggi organizza spedizioni per scienziati, ma anche musicisti, fotografi, artisti interessati a sperimentare una nuova dimensione in grado di ispirarli. Ho fatto parte di uno di questi gruppi e ho avuto modo di stare per alcune notti in quel posto incredibile: un ecosistema incontaminato, dove sono riuscito a connettermi e sintonizzarmi in maniera estremamente profonda con la natura, a percepirne l’energia come non l’avevo mai sentita prima. Mi ero portato due piccoli altoparlanti con cui ho riprodotto il suono di una sfera di cristallo che vibrava su un’unica nota e l’ho registrata da 50 metri di distanza, così da catturare lo spazio della grotta. Mentre Mendel Kaelen, un ragazzo che era con noi, si è occupato dei field recordings, catturando ore di suoni della natura poi finiti nel disco.

Si sentono la pioggia battente, canti di uccelli… Ma cosa rappresenta tutto questo per te?
Music for Psychedelic Therapy è la naturale evoluzione di ciò che ho fatto precedentemente con Immunity e Singularity, è il mio tentativo di scrivere una sorta di sinfonia classica dall’andamento lento, caratterizzata da un sound spaziale, multicanale, che ti avvolge da ogni parte, a 360 gradi. L’idea è quella di una musica che sia architettura liquida, che formi un ambiente visitabile come si visita un edificio. Amo quest’idea della musica come qualcosa che abiti e che lavora su di te a livello energetico. Penso spesso a una citazione che ho letto da qualche parte: la musica è architettura liquida, l’architettura è musica congelata. Anche per me è così.

Oggi si parla di rinascimento psichedelico, tu come ci sei arrivato? Prima di calarti in una grotta nella foresta amazzonica ti sarai letto qualcosa, immagino.
Assolutamente, per esempio ho studiato le teorie di Terence McKenna, tra i maggiori esponenti della cultura psichedelica. Ma soprattutto negli anni mi sono interessato agli effetti della musica sul nostro mondo interiore e a come quegli effetti possono essere potenziati da sostanze psichedeliche.

In una recente intervista hai dichiarato che qualche mese prima del mastering hai anche ascoltato il disco sotto effetto di ketamina, per capire che cosa funzionasse e cosa no. Sei convinto che questo tipo di esperienze espandano le possibilità della mente?
Il termine “psichedelico” significa proprio esplorazione della mente e per come la vedo io tale esplorazione si può favorire con sostanze di vario genere, ma non necessariamente: sono convinto che anche la musica abbia il potere di disvelare ciò che c’è nella nostra mente ed essere in tal senso terapeutica.

Che cosa puoi dire dell’ultima traccia dell’album, Sit Around the Fire, con East Forest e Ram Dass?
Sit Around the Fire è una composizione che potrebbe benissimo stare in piedi da sola. L’ho collocata a fine album perché può funzionare come una specie di coda che sintetizza il senso del disco anche a parole, ma in realtà ha una vita a sé stante: il resto dell’album è più astratto ed emotivamente intenso e potente, Sit Around the Fire è più una dichiarazione finale gentile.

Com’è nata?
Il punto di partenza sono stati alcuni discorsi risalenti agli anni ’70 del compianto Ram Dass, psicologo americano che ha studiato gli effetti delle sostanze psichedeliche sull’essere umano; quest’anno si festeggiano i 50 anni del suo libro più popolare, Be Here Now. East Forest, con cui ho prodotto il brano, aveva avuto modo di trascorrere del tempo con lui alle Hawaii prima che morisse alla fine del 2019 e aveva cominciato a mettere in musica certi suoi interventi più rari cui gli era stato dato accesso. Mi ha contattato per parlarmene, inviandomi alcuni spunti di partenza, tra cui i cori che si sentono all’inizio della traccia: ho messo le cuffie e, con la voce di Ram Dass nella testa, mi sono seduto al pianoforte e ho improvvisato, ciò che ne è venuto fuori è una risposta alle sue parole.

Fa pensare a una seduta di meditazione, attività che tu pratichi, giusto?
Sì, la meditazione trascendentale, di cui molti avranno sentito parlare grazie a David Lynch. È parte della mia routine quotidiana così come il lavoro sulla respirazione, mi ha aiutato ad addentrarmi nell’inconscio, a raggiungere parti profonde della mia mente, della mia psiche, della mia memoria. In fondo è tutto collegato, anzi, sono persuaso che sia meglio avvicinarsi alle esperienze psichedeliche di cui abbiamo parlato finora solo dopo un percorso di meditazione, dopo essersi costruiti il background giusto. Bisogna educarsi, non raccomanderei di provare certe cose dal nulla, ma di avvicinarvisi attraverso un percorso.

Tu perché hai avuto bisogno di intraprenderlo, questo percorso?
Perché penso che curare la mente sia un compito a cui dovremmo tutti assolvere ogni giorno, come impegno quotidiano. Anche noi musicisti, perché nonostante il fare musica abbia a che a fare con la creatività, c’è sempre bisogno di staccare a fine giornata. E come si fa? Come fai a spegnere quella canzone o composizione che hai in testa? È impossibile, tendenzialmente chi fa musica è piuttosto ossessivo da questo punto di vista, è la ragione per cui spesso i musicisti soffrono di ansia, sbalzi d’amore e problemi simili. Oggi, poi, viviamo in un mondo talmente squilibrato che imparare ad avere un controllo sulla nostra mente e sulle nostre reazioni a ciò che ci accade intorno è davvero essenziale.

E il contatto con la natura, altro elemento centrale dell’album?
Lo abbiamo perso e il paradosso è che noi stessi siamo natura, benché continuiamo a dimenticarcelo. La civiltà umana non è che un passaggio temporaneo e sia la meditazione trascendentale sia le esperienze psichedeliche hanno anche questo merito: ti insegnano che siamo parte di qualcosa di più grande di noi. Tutto ciò che facciamo come esseri umani in questa società ci fa credere di essere individui che operano autonomamente, ma non è vero: non c’è alcuna barriera tra noi e l’ambiente, e proprio aver perso di vista questa verità ci ha condotti ai disastri ecologici che conosciamo.

Che dici, li risolveremo?
Non so, dovremmo rinunciare a tante delle nostre abitudini per riuscirci sul serio. Ma anche se scompariremo noi, secondo me il pianeta si salverà e questo già mi rasserena.

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