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Jon Hopkins, l’intervista: il cosmonauta della mente

Non gli piace "Game Of Thrones", è un guru della meditazione trascendentale e suo padre era allievo di Stephen Hawking a Cambridge. E soprattutto, il suo nuovo album "Singularity" è bellissimo.
Foto di Steve Gullick

Foto di Steve Gullick

Mr. Hopkins ha avuto qualche problemuccio col suo volo. Sarebbe dovuto arrivare la sera prima dell’intervista, così avrebbe fatto cena col suo amico Andrea, e poi con tutta la calma del mondo si sarebbe svegliato già nell’hotel dove ha incontrato i vari giornalisti. «Quindi ieri che ero a Lisbona mi sono presentato all’aeroporto» racconta seduto al bar del Principe di Savoia a Milano. «Sai che mi hanno detto? “Il suo volo è partito alle 7 stamattina.” E io: “No che non è partito. Dovrebbe farlo fra un’ora!” Morale della favola: il sistema mi aveva spostato su un altro volo senza dirmi nulla.»

Era quasi impossibile che una delle menti più meticolose e brillanti dell’elettronica contemporanea potesse cadere nel classico cliché dell’artista che perde l’aereo. Una mente così profonda (Brian Eno si è innamorato di lui), che persino lo stesso Jon, 39 anni, una formazione da pianista classica, ha sentito il bisogno di esplorare, molto più di quanto normalmente faccia con la musica.

Singularity è il risultato ultimo di questa odissea nel suo subconscio, un album che lascia sempre più spazio allo stupore delle nebulose sinaptiche e che al contempo sacrifica un po’ la vena techno con cui si è fatto un nome nelle line up di mezzo mondo. Per lui questo rappresenta un punto di arrivo, ma è abbastanza chiaro a tutti (ascoltare per credere) che Singularity sia l’inizio di un nuovo Jon Hopkins. Magari un Jon Hopkins che non perde gli aerei.

Ah, quindi è stato un errore del sistema, non tuo.
Ma ovvio. Non perdo mai gli aerei. Non sono di certo un tipo rock n roll.

Ma neanche un pochino?
Un po’ lo sono, non oggi. Il rock n roll succede dopo un party, non dopo una settimana in cui sei in una nazione diversa ogni giorno a fare interviste. Immagino che avrai incontrato degli artisti rock n roll anche nelle interviste, però io preferisco farle da lucido. Alla fine, se il mio album precedente ha avuto una buona visibilità è stato anche per tutto il supporto della stampa.

Come fai a gestire la mole di stress che comporta una vita come la tua?
Ho molti metodi. Prima di tutto, faccio molta attività fisica. Quella ti aiuta un botto: trazioni, flessioni, sollevamento, corsa, squat. Faccio tutto in un parchetto di fianco a casa. Mi trovi lì anche d’inverno. E poi c’è la meditazione. Ho iniziato tre anni fa e da allora non ho smesso un solo giorno. Fa sentire bene e funziona. Dopo che hai finito, ti infonde un senso di pace che non ti so descrivere.

Serio? Non so. Non sei l’unico che me ne parla bene, però sono un po’ reticente. Le poche volte che ci ho provato ho fallito miseramente. Mi distraggo.
Perché il tipo di meditazione a cui pensi tu è quella detta Mindfulness, quella in cui tenti di non pensare a nulla e di focalizzarti sul tuo respiro. La meditazione trascendentale invece non funziona così. In pratica, tu ripeti mentalmente un mantra che ti viene dato e non cerchi assolutamente di controllare i tuoi pensieri. Li lasci fluire. Anche se lo fai per tre minuti, ogni volta che il mantra viene ripetuto entri in uno stato sempre più profondo di concentrazione. Dopo 20 minuti, ti rendi conto nitidamente degli effetti benefici. Bisogna affrontare le cose, soprattutto i propri lati nascosti. Ho uno dei lavori più belli al mondo ma si porta dietro tutta una serie di contro, tipo l’insonnia. È inevitabile facendo questa vita. Forse quando andrò in pensione passerà tutto.

E che mantra ripeti?
Quello che ti insegnano. Non improvviso nulla. Sono parole senza un significato preciso.

Sbaglio o hai puntato il naso in alto per questo disco? Intendo proprio verso lo spazio.
Per questo disco in particolare, sì. Penso sia più una rappresentazione dello spazio interiore. In più, di recente ho vissuto delle esperienze psichedeliche nel deserto.

Allucinogeni?
Beh, in parte sì ma non a scopo ricreativo. Sono andato in una clinica terapeutica in Olanda. Una struttura legale e riconosciuta dove degli specialisti ti somministrano dosi controllate di funghi allucinogeni a scopo terapico. Non è di certo per sballarsi e andare in botta. Semmai, lo si fa per esplorare le profondità della psiche. Durante queste sedute, avevo visioni del cielo, che poi sono finite in qualche modo nel disco e nella copertina. Il senso della foto di quest’ultima poi è che tutte le stronzate di noi umani sono insignificanti se rapportate al cielo, a tutto ciò che è l’Universo. È un po’ come se volesse dire: “Ricorda, sei un animale su un pianeta e sei anche molto fortunato.” Sono pensieri che sono fluiti nella mia mente durante l’esperienza psichedelica.

Beh, sono pensieri che per fortuna condividiamo in tanti. Stephen Hawking su tutti.
Mi è spiaciuto molto quando è morto. Mi piaceva quell’uomo, per quanto non abbia per niente un cervello scientifico. Per un breve periodo, mio padre è stato un suo alunno a Cambridge.

Tuo padre è un astrofisico?
No, ha studiato matematica ed è finito a lavorare nella finanza, ma da giovane ha lavorato anche al Museo della Scienza. Ha una mente molto scientifica, però non gli ho mai chiesto come fosse Hawking come professore.

Tu hai lavorato parecchio nelle colonne sonore ormai. Non fosse per la parte techno, Singularity potrebbe tranquillamente sembrarne una. Pensi che i tuoi lavori nel cinema abbiano definitivamente contaminato il tuo lavoro di record producer?
Tutto quello che facciamo finisce inevitabilmente per influenzare le nostre azioni future. Quando scrivo album solisti parto da una tela bianca e poi comincio a riempirla con la mia storia e i miei personaggi. Per un film invece, ovvio, la storia è già lì. Io devo solo aggiungere dei colori. Da un punto di vista tecnico però, sì, una cosa finisce per influenzare l’altra. Per un film succede che devo scrivere 29-30 pezzi in due mesi, mentre un album di solito richiede due anni. Fare colonne sonore non ti dà la libertà di un album ma ti insegna a scrivere molto velocemente. Peccato però che non sempre scrivere veloce significhi scrivere bene. C’è voluto tempo prima di poter partorire il primo suono accettabile di questo disco.

“Il primo suono accettabile”, wow. Sei molto critico di te stesso?
Molto. Butto via tante di quelle tracce che non ne hai idea. E le quelle che finiscono sul disco sono delle versioni di tracce iniziali che non riconosceresti nemmeno, da quanto sono diverse. Non mi interessa rifare cose che ho già fatto, mi annoio facilmente. Ci ho messo circa 18 mesi per scrivere il disco. Quelli che senti sono suoni che per tutto quel tempo non hanno mai smesso di eccitarmi, quindi hanno passato il test di qualità. Almeno, il mio. Se qualcosa mi annoia, finisce subito nel cestino. Io voglio fare musica che rimane. Emerald Rush è stato il primo singolo, che ha avuto una miriade di versioni travagliate. Ora quando lo ascolto mi piace ancora, lo amo.

Se sei tanto meticoloso, qual è il modo migliore per ascoltare Singularity?
Ce ne sono vari. Banalmente, le tracce più da club è meglio viversele lì, a patto che l’impianto sia valido. Ma in generale, direi di ascoltare tutto l’album a casa, con i migliori speaker possibili e magari da sdraiati e senza fonti di distrazione. Il tutto per vivere una propria esperienza interiore. Ho notato che rende bene anche sui lunghi viaggi in treno. O magari, se si vuole avere un qualche tipo di esperienza psichedelica, potrebbe essere la giusta soundtrack.

Ti stancherai mai dei club?
È probabile. Magari proprio dopo questo album. È l’album meno techno che abbia mai fatto, però è anche quello verso cui tutti i precedenti hanno sempre puntato. È l’apice di tutto ciò che ho scritto finora. Forse, dopo di questo, un cambiamento sarà necessario.

Tipo dedicarti completamente alle colonne sonore?
Sì, oppure allontanarmi del tutto dalla cassa, dai beat. Dai club.

Anche perché, alla fine, nasci come pianista classico.
Ci sarà sempre e comunque una parte di me che gode a sentire una cassa. Guardare la gente che balla è una visione che mi soddisfa i sensi. Ma ho 38 anni e per quanto molti dei miei colleghi come Four Tet non sembrino avere l’intenzione di cambiare strada, per me forse arriverà quel giorno. Sicuramente tornerò a fare tour con un pianoforte accompagnato da musicisti.

E produrre musica per altri?
Non lo faccio da anni. Ho prodotto un pezzo ai London Grammar e remixato i Disclosure, ma non faccio nulla del genere da almeno tre anni. Dal 2015. In quegli anni ho partecipato anche a brevi sessioni di lavoro sul disco dei Coldplay. Ma poi più nulla.

Mi spieghi come diamine sei finito su un disco di Zucchero Fornaciari?
[ride] Che bello, non me l’aveva mai chiesto nessuno! Anche qui c’entrano i Coldplay. È stato Brian Eno a invitarmi a lavorare sul loro disco. Visto che Zucchero ha amato particolarmente Viva La Vida!, si è messo a spulciare i crediti del disco, trovando il mio nome e quello di Davide Rossi, un grande arrangiatore d’archi italiano. Così ci ha invitato entrambi da lui. È un tipo davvero forte, un giusto. E poi non fa finta di essere altro, tipo il Bruce Springsteen italiano. E poi abbiamo passato giorni magici, lui ha questa tenuta immensa in Toscana con tanto di studio di registrazione. Mi ricordo soprattutto le cene e i pranzi titanici. Ora mangio meglio però.

Qual è la tua opera classica preferita?
Direi tutte le partiture per archi di Stravinsky. Quando aveva una ventina d’anni quell’uomo ha scritto cose oltre l’umana immaginazione. Sono molto affezionato anche al Concerto per pianoforte in Sol maggiore di Ravel, che ho suonato molto quando avevo 16 anni. Mi piace anche Chopin, ma in generale preferisco i compositori moderni. Considero anche Brian Eno uno di questi. Le sue opere ambient come Thursday Afternoon per quano mi riguarda sono classiche.

Lui com’è?
Altro tipo giusto. È un uomo divertente e gentile. Pensano sempre tutti che sia un uomo severo ma non è così. Ogni uomo di grande intelligenza ha anche un grande senso dello humour, non potrebbe essere altrimenti. È bello lavorare con lui.

E con te è bello lavorare?
Beh, sono uno molto preciso. Mi alzo, faccio tutto ciò che posso per rimediare alla perdita di sonno, tipo esercizi fisici. Un ottimo pranzo e poi verso mezzogiorno o l’una—mai prima—vado in studio per cinque ore. Non penso che passare la giornata in studio sia produttivo, preferisco dedicarmi intensamente alla produzione per lasso di tempo preciso. Verso le 6/6 e mezza vado a casa a vivere, vedere persone.

Guardi film?
Sì, anche molte serie. Mi è piaciuta tantissimo la nuova stagione di Twin Peaks, ma era abbastanza scontato. Ho apprezzato molto Mind Hunter e pure Dark. Ho provato a guardarlo doppiato in inglese ma mi stava venendo il nervoso. Meglio la lingua originale sottotitolata. Roba tipo Game Of Thrones invece non riesco a guardarla. È troppo violento, di una brutalità inaudita. E quel che è peggio è che lo guardano tutti.

Però ogni tanto ci sono delle tette.
Quelle non sono male.

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