Rolling Stone Italia

Jon Anderson se ne frega degli Yes che vanno in tour con un altro cantante

Il progetto coi pezzi anni '70 degli Yes, il musical su Marc Chagall, la band che va in tour con un suo "clone", la notte in cui gli è apparso Chris Squire, la possibilità di una riconciliazione con Steve Howe

Foto: Scott Dudelson/Getty Images

Per quarant’anni, gli Yes sono stati al centro della vita di Jon Anderson. Quando ha dovuto mollare per problemi di salute, gli altri hanno deciso di assoldare un nuovo cantante e continuare senza di lui. Sono dieci e passa anni che Anderson sta bene, eppure la band (che al momento comprende tra gli altri il chitarrista degli anni ’70 Steve Howe e il tastierista del periodo di Drama Geoff Downes) rifiuta di riprenderlo nella formazione.

La cosa non ha comunque impedito ad Anderson di rifare la musica degli Yes in concerto. Nel 2016 ha girato con Rick Wakeman e Trevor Rabin col nome ARW (poi cambiato in Yes featuring ARW). L’anno scorso ha celebrato il cinquantesimo anniversario di Close to the Edge suonando l’album per intero coi giovanissimi musicisti della Paul Green Rock Academy.

Nel tour che partirà il prossimo 14 aprile da Westbury, New York, Anderson sarà accompagnato dai Band Geeks, musicisti notevoli con decenni d’esperienza alle spalle. L’idea è rifare alla perfezione brani epici degli Yes degli anni ’70 come Awaken, Gates of Delirium o Close to the Edge. Di questo e di altro abbiamo parlato al telefono con Anderson.

Come ha scoperto i Band Geeks?
Un caro amico lavora a Sirius Radio. «Ti mando il video d’una band», mi ha detto. Suonavano Heart of the Sunrise ed erano davvero bravi. Anzi, non solo bravi, suonano proprio come se fosse il disco. È sorprendente.

E poi?
Ho pensato che sarebbe stato bello pubblicare tutti i pezzoni epici degli Yes in un unico disco, bello per i fan e per chi non conosce bene il repertorio anni ’70. Così un mesetto dopo ho chiamato il bassista, Richie [Castellano]. Gli ho proposto di suonare dal vivo i pezzi classici ed epici degli Yes. Era entusiasta dell’idea. Ed è così che abbiamo iniziato.

Suonate solo canzoni degli Yes degli anni ’70?
Per lo più. Credo che sia questo il fulcro del progetto. Ma, naturalmente, ci sono anche brani degli anni ’80 e ’90 come Mind Drive. La gente si chiede se faremo Owner of a Lonely Heart. Non lo so (ride). Preferisco fare Roundabout e Perpetual Change e canzoni che ricordo di aver contribuito a creare. L’importante è eseguirle come se fossero state scritte quest’anno. Sono ancora… non direi diverse, ma molto fresche dal punto di vista musicale.

Finora avete fissato una dozzina di concerti nella East Coast americana. Se il tour andrà bene, ne farete altri?
Sì. L’idea è fare un tentativo, vedere la reazione dei fan, capire come ce la caviamo e poi semmai andare in Europa e nel resto del mondo.

Che tipo di problemi di salute hai avuto, dopo il tour del 2004, che ti hanno impedito di esibirti per un po’?
Attacchi d’asma. È stato un periodo difficile. A dira tutta, è stata mia moglie a salvarmi la vita. Quando poi ti rimetti, non puoi rifare quel che facevi prima, devi prendertela comoda per qualche tempo. Sono stato in ospedale per un paio di mesi. E quando mi sono ripreso ho messo su uno spettacolo solista con la chitarra.

Gli Yes non sono andati in tour per quattro anni. Immagino sia stato frustrante per loro aspettare.
Io a loro non ho chiesto nulla. Hanno semplicemente deciso di tornare in tour. Come saprai, hanno assunto un cantante canadese, un tipo davvero simpatico. La vita deve continuare, in un modo o nell’altro.

Ma come ti ha fatto sentire?
Ho pensato: chi se ne frega. Andrò in giro da solo a raccontare storie e a suonare in piccoli club. In un certo senso, è stata una svolta. Ero ancora in grado di godermi le canzoni che avevo scritto per la band. Bisogna lasciar andare le cose, andare avanti con la vita.

Un paio di mesi fa, ho parlato col primo cantante che ti ha sostituito. Ha detto che replicare le tue linee vocali è stato talmente dura che alla fine la voce non gli ha retto. Sono parti difficili da cantare tutte le sere.
Sono un tenore alto. In alcune registrazioni della fine degli anni ’70 e degli anni ’80 canto come se avessi inspirato dell’elio.

Lui mi ha parlato del climax di Heart of the Sunrise, il punto in cui canti “Sharp… distance!”. Cercare di ricreare quello che tu hai fatto l’ha quasi distrutto.
È vero. Non è facile arrivare così in alto. Ma io ora lo sto facendo e pare che stia andando piuttosto bene.

Hai avuto modo di fare pace con Chris Squire prima che morisse?
È venuto a trovarmi dopo che è mancato. Ero in vacanza a Maui con mia moglie Jane e ho fatto un sogno bellissimo: c’erano molte persone, alla mia sinistra vedevo una signora in piedi, con una veste. Sembrava un angelo e probabilmente lo era. Mi ha indicato il cielo e lassù c’era Chris che sorrideva, con le lacrime che gli scendevano dagli occhi. Mi sono svegliato e l’ho detto a mia moglie. «Ho appena visto Chris. Stava andando verso la luce del cielo». E lei: «Ti voleva bene». Io ho risposto: «Sì. Eravamo fratelli». È stato un momento incredibile. Un paio di mesi dopo ero a Phoenix per uno spettacolo. Ho incontrato la vedova di Chris, Scotland, e le ho raccontato la storia. Lei mi ha detto: «Prima di morire diceva sempre che voleva andare a Maui».

Non hai parlato direttamente con lui, prima che morisse?
Non ce n’era bisogno. Lui aveva la sua vita e io la mia. La notte scorsa ho fatto un sogno fantastico su Alan White. È stato bellissimo. Era con tutti i ragazzi della band… non solo uno o due, ma tutti quelli che hanno fatto parte della band. Erano lassù a fare un concerto o qualcosa del genere. Un attimo dopo era proprio accanto a me. Ci siamo abbracciati, è stato il testimone al mio matrimonio circa 25 anni fa.

Hai suonato con Alan e Steve alla Rock and Roll Hall of Fame nel 2017. Com’è stato?
Fantastico, ma sono andato in iperventilazione. Mi piaceva l’idea di salire sul palco e suonare un paio di pezzi. Però, quando fai solo un paio di canzoni, sei lì che ti prepari ad andare in scena e incroci le dita perché il suono vada bene. Quando siamo saliti sul palco per i ringraziamenti ero completamente fuori controllo. Continuavo a dire: «Sono tutti magnifici!». Poi Rick si è alzato e ha iniziato a raccontare delle barzellette sconce. È stato perfetto. Mi ha fatto rilassare.

Si vedeva che apprezzavi il discorso di Rick, che credo sia stato uno dei migliori di sempre alla Hall of Fame, se non il migliore in assoluto. A Steve invece non è piaciuto granché.
Eh no (ride).

Gli ARW o Yes featuring ARW erano un gruppo fantastico, ma sono finiti all’improvviso. Come mai?
Era un periodo difficile per tutti. Non sapevamo cosa fare dopo. Io ero pronto a registrare nuova musica, ma ognuno ha la sua vita da mandare avanti e a volte non è possibile trovarsi tutti nello stesso momento. Questo è quanto. Non andava bene per tutti.

Ma avete creato nuova musica?
Abbiamo fatto delle registrazioni a casa di Trevor [Rabin]. Non ha funzionato. Succede.

Sei ancora in buoni rapporti con Trevor e Rick?
Certo. La settimana scorsa ho cantato gli auguri di buon compleanno a Trevor.

Potresti tornare in tour con Rick, come duo, un giorno?
È stato molto divertente. Non si sa mai nella vita. Come ho detto prima, ho lavorato a tante cose, soprattutto negli ultimi due anni: cose che stanno venendo fuori e che voglio sistemare. Voglio produrle, suonarle dal vivo e finire alcune registrazioni. Al momento sto lavorando a un musical che ho scritto 40 anni fa.

Che cos’è?
Ho conosciuto Marc Chagall il giorno del suo novantesimo compleanno. Non avevo idea di quanto fosse famoso. L’ho conosciuto alla sua festa di compleanno, nel sud della Francia. Mi ci aveva portato Bill Wyman. Solo dopo ho scoperto l’arte incredibile di quest’uomo e le vetrate che aveva creato in tutto il mondo. Era così noto nel mondo dell’arte che ho deciso di scrivere un musical su di lui. Mi ha detto: «Jon, se vuoi scrivere un musical, ti ci vorrà un sacco tempo». Pensavo che l’avrei finito nel giro di un anno. Ce ne sono voluti 40 anni, ma siamo sul punto di produrlo.

A che stadio è la lavorazione?
Abbiamo fatto una performance breve del progetto a San Francisco, un mesetto fa. Stiamo testando l’idea dal punto di vista visivo e musicale. Si trattava di una versione ridotta, ma ci ha dato un grande stimolo per andare avanti e magari metterlo in produzione quest’anno o il prossimo. Dopo aver aspettato 40 anni, non importa.

La versione attuale degli Yes è costituita da Steve Howe e da gente nuova, anche se Geoff Downes è stato il tastierista per un po’ di tempo negli anni ’80. La consideri una versione autentica degli Yes?
È l’idea che Steve ha degli Yes. È difficile da inquadrare. Ho ascoltato un paio di pezzi e sono ok. Ma sono ancora preso dall’idea originale degli Yes. Siamo stati molto fortunati a incontrare Trevor Rabin e incidere un disco di successo. Ha dato altri dieci anni di vita alla band. Nei ’70, a livello musicale, c’era una tale energia… è stato un periodo incredibile. Gli Yes ne hanno fatto parte. E credo di volerlo fare ancora.

Stai suonando la musica degli Yes in tour con musicisti nuovi. Steve sta suonando la musica degli Yes in tour con altre persone. Potremmo dire che che quello che stai facendo tu è autenticamente Yes quanto quello che sta facendo lui?
Sì. Però non ho mai visto il suo spettacolo, quindi non posso dirlo (ride).

Ho parlato con Steve un paio d’anni fa. Ha detto che una reunion era «assolutamente impensabile».
(Grande risata).

Perché pensi che sia così categorico?
Sono pessimista… Anzi, sono un ottimista pessimista. Nella vita non si sa mai, era solo ciò che pensava in quel momento. Ho cantato con lui nel mio ultimo album, 1000 Hands. Ho lavorato su un pezzo che avevo iniziato con Chris e Alan circa 28 anni prima. L’ho mandato a Steve e gli ho chiesto: «Potresti suonare una bella linea di chitarra alla fine?». E lui l’ha fatto. L’ho sentita, mi è venuta voglia di cantarla, l’ho fatto.

Ogni sera lui sale sul palco con un cantante che identico a te. Cosa ne pensi?
Come di usa dire, l’imitazione è la forma più sincera di adulazione (ride).

Per me, e per molti fan, voi due siete il Mick Jagger e il Keith Richards del prog. Dovreste essere sul palco insieme.
Per quanto ne so io, non accadrà. Ho detto un paio di volte, nel corso degli anni, che mi rendo disponibile a fare un tentativo. Di questi tempi, però, non si sa mai cosa può accadere.

Loro fanno una cinquantina di concerti all’anno. Qualche anno fa arrivavano quasi a 90. Potrebbe essere troppo faticoso per te viaggiare così tanto, a questo punto della tua vita?
Non credo. Sono sano e felice. Io e mia moglie adoriamo andare in tour. Quest’estate saremo in giro per l’Europa con l’Academy of Rock. Ora stiamo facendo questa meravigliosa esperienza con i Band Geeks. Hanno anche un bel nome.

La tua voce ha retto bene. Molti cantanti molto più giovani di te l’hanno distrutta.
Non mi sono mai dedicato al cantato urlato, selvaggio, punk, rock’n’roll che praticano altri. Ti può rovinare velocemente la voce. E io canto ogni giorno. Tra un’ora andrò nel mio studio a cantare. Scrivo sempre nuove canzoni. Non smetto mai di creare. È una benedizione poterlo fare.

Stai lavorando a un seguito di 1000 Hands?
Ci stiamo lavorando. Credo che sarà pronto per l’anno prossimo. Ho scritto un po’ di canzoni. Ho anche scritto un album in cinese. Cantare in cinese non è facile.

Ti sento ottimista. Altri sarebbero amareggiati se non arrabbiati se la band che hanno fondato, e di cui sono stati leader per decenni, andasse avanti senza di loro.
Vengo dal nord dell’Inghilterra. Ho avuto la mia prima band nel 1963, quando sono usciti i Beatles. Li ho visti prima che diventassero famosi. Continuo ad andare avanti perché la vita è un’esperienza meravigliosa.

Ti vedi ancora in tour a suonare canzoni degli Yes, a 80 anni?
Oh, sì. Certamente.

Non hai mai pensato alla pensione?
Mai. Non ha senso.

Ora ti lascio andare, ma sono convinto che tu e Steve troverete un modo per ricucire il rapporto e suonare di nuovo insieme. Deve andare così.
Non si sa mai, chi può dirlo.

Da Rolling Stone US.

Iscriviti