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Johnson Righeira: «Mi manca una sola cosa: essere preso sul serio»

Il fondatore dei Righeira invoca rispetto per gli artisti anni '80, spiega come si mettono assieme sinistra e futurismo, racconta la nascita di ‘Vamos a la playa’, assicura che la sua etichetta Kottolengo sarà situazionista

I Righeira nel 1983: Johnson (a sinistra) e Michael

Foto: Angelo Deligio/Mondadori via Getty Images

Nell’estate del 1983 Vamos a la playa era nelle orecchie di tutti. È stato il più grande successo dei Righeira assieme a No tengo dinero, dello stesso anno, e L’estate sta finendo del 1985, hit che hanno scalato le classifiche anche in Belgio, Germania, Austria, Spagna e trasformato il duo piemontese in una delle icone degli anni ’80. Oggi, dopo alterne fortune e una collaborazione con i Subsonica, nel 2011, per il singolo La funzione, i Righeira come band non esistono più, ma Stefano Righi alias Johnson Righeira ha da poco lanciato la nuova etichetta Kottolengo Recordings, con cui, tra le altre cose, sta per pubblicare il rifacimento della versione demo originale di Vamos a la playa, datata 1981.

«Nel 2021 sarà il quarantennale!», esclama il cantante commentando il nuovo remake del celebre tormentone. Ma in realtà ha già un altro anniversario da festeggiare, i 40 anni di carriera, per l’esattezza dal primo 45 giri Bianca surf/Photoni del 1980. «E il 9 settembre compirò 60 anni», aggiunge dalla sua casa nel Cavanese. «L’avevo affittata per scappare ogni tanto da Torino, ma dato che all’inizio del lockdown ero qui ho deciso di rimanerci. In questo momento mi trovo in una verandina, all’orizzonte ho la campagna, ma anche la Mole Antonelliana, la Torre Littoria… Sto bene, chi me lo fa fare di andarmene?».

Come la vivi questa pandemia?
I primi giorni mi sono chiesto se stavo sognando o vivendo una realtà parallela, non riuscivo a capacitarmi che stesse davvero accadendo una cosa del genere, mi sembrava un film di fantascienza, uno scenario postatomico. Purtroppo era tutto vero e se ci pensi è incredibile che con tutta la tecnologia di cui disponiamo basti un virus per metterci in ginocchio. Ma è così e per come la vedo io questo è un chiaro cartellino giallo inviatoci dal pianeta: occhio che al secondo c’è l’espulsione.

Hai utilizzato l’aggettivo “postatomico”, lo stesso con cui hai sempre definito Vamos a la playa
Una canzone da spiaggia postatomica, certo.

Ricordiamo: musicalmente l’idea era di innestare influenze new wave nella musica che nei primi anni ’60 si era staccata dalla tradizione melodica nostrana, quella di Edoardo Vianello e Peppino Di Capri per intenderci, mentre il testo prende spunto dai cliché delle canzoni tipiche balneari per tratteggiare uno scenario apocalittico fatto di bombe atomiche, radiazioni, mare contaminato, il tutto “nascosto” dall’uso della lingua spagnola.
Già, ma non è che ci fosse l’intenzione di denunciare chissà cosa, Vamos a la playa è una canzone scritta d’istinto, anche se evidentemente la realtà circostante ci aveva condizionati: penso alla Guerra Fredda, alla tensione nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica…

Cantavate di legioni di mutanti, robot, bombe, radiazioni.
Con ottimismo, però: nonostante tutto si andava in spiaggia. Un po’ come adesso, visto che a quanto pare oggi le parole di quel pezzo sono ancora meno distanti dalla realtà: per ripubblicare il remake del demo originale non poteva esserci momento migliore o peggiore, a seconda dei punti di vista. Ma va bene comunque, è un’operazione che sto portando avanti con affetto, come un regalo a me stesso. Devo ancora decidere il colore del vinile, ma ovviamente sarà fluorescente come l’acqua del mare descritta nel brano.

Parli di affetto e non è difficile capirlo, in fondo Vamos a la playa ti ha cambiato la vita.
Eh, cacchio, sì… Mi spiace solo che il servizio militare non mi abbia fatto percepire quel che stava accadendo, la crescita della canzone, il fatto che la suonassero dappertutto, che la gente la cantasse ovunque. Se avessi potuto seguire tutto passo dopo passo avrei avuto una maggiore consapevolezza e capacità di reazione, invece ero chiuso in caserma, uscivo per qualche presentazione, ma è là che stavo.

Dove esattamente?
A Bellinzago, vicino a Novara, uno di quei posti dove al CAR (centro addestramento reclute, nda) tutti speravano di non andare. Invece finii proprio lì, quando uscì Vamos a la playa ero già in piena naja. E a metà agosto dell’83 stavo impazzendo, ti giuro, ero sclerato: eravamo primi in classifica e capitava che andassi in tv e fossi accolto da applausi, urla, ragazze, richieste di autografi, poi rientravo in caserma e la mattina dopo “attenti!”, “riposo!”, con il maresciallo che mi trattava pure male. Alla fine mi feci mandare all’ospedale militare di Baggio per ottenere una diagnosi di depressione, ansia o qualcosa del genere, ma mi rispedirono indietro, fino a quando riuscii a parlare direttamente con lo psicologo, a spiegargli quello che mi stava succedendo e ottenni 20 giorni di permesso dal capitano. Poca roba, ma non ero un raccomandato e oltretutto non potevo immaginare che quasi 40 anni dopo sarei stato ancora qui a parlare di quel pezzo diventato un tormentone: chi poteva pensare che sarebbe entrato nella memoria collettiva e avrebbe avuto un impatto così grande sulla cultura popolare?

Tu, però, era già da un po’ che bazzicavi nell’ambiente musicale.
Sì, ma nell’underground.

E nel ’78 avevi dato vita a una fanzine punk.
Si chiamava Sewer, “fogna” in inglese, la facevo io con i collage, la macchina da scrivere, ritagliavo lettere dai giornali e ci creavo le grafiche in stile Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols. Facevo tutto da solo e non avendo soldi per comprare chissà quanti dischi ci mettevo dentro anche recensioni di album mai ascoltati. Poi c’erano delle interviste, una che ricordo bene la feci ai Krisma, amici e mecenati: Maurizio Arcieri mi comprava sempre un po’ di copie della fanzine e con quel denaro, circa 10 mila lire a numero, preparavo quello successivo. Ecco, con la Kottolengo Recordings vorrei tornare a quello spirito, lo spirito delle origini. Tra l’altro ai tempi era stato avviato un processo di democratizzazione nelle scuole con i cosiddetti decreti delegati, provvedimenti che introducevano i consigli d’istituto, la rappresentanza studentesca, e io che ero un estremista di sinistra deluso dai vari gruppi che stavano da quella parte m’inventai una lista che si chiamava Banana assieme a Michael, che non era ancora Righeira ma era lui, e un nostro amico. Il manifesto recitava “tre degenerati per la rovina dell’Einstein”.

Il liceo scientifico Albert Einstein di Torino.
Esatto, avevamo un programma delirante in cui chiedevamo corsi di volo per non discriminare le persone prive di mobilità e di arti, prendevamo in giro i professori, con ironia naturalmente, l’idea era di mandare tutto in vacca. Dulcis in fundo, il giorno delle elezioni, facemmo una colletta e distribuimmo 27 chili di banane, cosa che ci regalò visibilità: lo scrissero su tutti i giornali.

Sul serio?
Giuro! E prendemmo pure un seggio! Ma per noi era stata solo una performance, era puro situazionismo, il nostro.

Con le banane c’entrava la tua passione per Andy Warhol? So che è uno dei tuoi idoli.
Beh, io mi sento figlio illegittimo di Warhol, sono pop, porto avanti operazioni pop, mi piace la musica pop, mi piace la Pop Art.

È vero che una volta ci hai parlato al telefono?
Può essere, la verità è che una sera in cui avevo sbevazzato – insomma, non ero sanissimo – un amico che aveva vissuto per un periodo a New York e aveva conosciuto Warhol a una festa mi diede quello che disse essere il suo numero di telefono. Numero che in stato di ebbrezza chiamai col batticuore e, per farla breve, mi rispose uno che si presentò effettivamente come Andy Warhol. Ma non ricordo altro, non so cosa gli ho raccontato.

Pop, ironia, situazionismo. Oggi forse si fa fatica a comprendere lo spirito anche provocatorio che c’era una volta dietro a certe operazioni non necessariamente, ma anche commerciali. In fondo voi Righeira mescolavate riferimenti che non c’entravano nulla l’uno con l’altro, giocavate col nonsense. Ma questo è l’aspetto della vostra proposta che è stato capito meno, o sbaglio?
No, è proprio così, c’era sarcasmo, voglia di provocare. C’era anche più libertà.

Adesso, nell’era del politicamente corretto che crea anche mostri, certi accostamenti non potreste nemmeno accennarli senza ricevere critiche.
Il politicamente corretto è uno dei maggiori paradossi della democrazia, dovrebbe garantire rispetto per gli altri e maggiore uguaglianza ma, come dimostra la società in cui viviamo, in realtà è un’enorme ipocrisia. Guarda quante menate ci si fa adesso sulla privacy mentre sul web si cedono i propri dati a chiunque; dai, è tutta una presa per il culo, viviamo in un mondo folle. Sotto questo profilo la Kottolengo è anche un modo per sublimare: non seguirò un genere specifico, ma ogni uscita avrà un’anima situazionista e ho in programma di fare qualcosa con gli Extraliscio di Mirco Mariani, oltre a una cover di The Robots dei Kraftwerk “mashuppata” con Moscow Discow dei Telex e cantata in italiano che uscirà come Johnson Righeira e Gli Algoritmi. Vorrei andarmene via da questo pianeta il più tardi possibile, ma facendo quel cazzo che mi pare.

Adesso che hai citato i Kraftwerk, però, non possiamo non parlare di Luciano Serra Pilota, traccia dal primo album dei Righeira che rimandava alla Neue Deutsche Welle tedesca.
La scena elettronica tedesca è stata un riferimento importantissimo per me e i Righeira, anzi, proprio per questo Vamos a la playa è in spagnolo: in tedesco sarebbe risultata banale e visto che anche l’inglese era scontato optammo per lo spagnolo, dava un bel tocco esotico. Ma mi chiedevi di Luciano Serra Pilota: quel brano si rifaceva soprattutto ai D.A.F., assieme ai Kraftwerk uno dei miei gruppi preferiti. A dire il vero anche assieme ai Devo, che però sono americani; adesso per il Covid hanno realizzato un copricapo tipo portavaso con la visiera che costa 50 dollari: ma cos’è, d’oro?!

Fatto sta che il vostro legame con la scena musicale tedesca è forte, già nel 1981 Michael aveva pubblicato Balla Marinetti, rifacimento di Der Mussolini dei D.A.F., senza contare che la Germania è uno dei Paesi dove avete avuto maggiore successo.
Lì ha giocato anche il fatto che i fratelli La Bionda, i nostri produttori, lavoravano molto da quelle parti. Quanto a Balla Marinetti, all’epoca io e Michael lavoravamo già assieme, il testo della canzone era mio e avevamo scelto assieme anche lo pseudonimo con cui è uscito quel brano: Italo Monitor, bellissimo, devo recuperarlo. Come un altro pseudonimo che mi diedi tempo dopo per un pezzo house, Aspro Marinetti.

Perché hai sempre amato il futurismo, prima avanguardia artistica italiana del Novecento nonché movimento controverso, dato che Marinetti era un interventista e nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti. Si può affermare che come estremista di sinistra – così ti sei definito tu stesso prima – eri anti-ideologico? La già citata Luciano Serra Pilota era una canzone ispirata all’omonimo film fascista di Goffredo Alessandrini, vincitore della Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia del 1938.
Sai, c’era molta ironia. Michael non era politicizzato, io sì, andavo anche ai cortei, ma se da uomo di sinistra ho sempre creduto – e credo tuttora – in una sorta di cristianesimo laico, non sopportavo l’estetica della sinistra, gli eskimo e così via, mentre la cura che aveva avuto il fascismo per lo stile, con le divise eccetera, mi affascinava. In più il futurismo era per la rottura col passato e quel principio per me era un estremismo artistico potente, non a caso in Balla Marinetti c’è un passaggio che dice “contro il passatismo abbatti il Parlamento”. La politica in senso stretto non c’entrava, era tutto rimacinato e filtrato dal sarcasmo, solo che all’epoca scherzare su certe cose era pericoloso.

Ti hanno mai pestato?
No, però c’è stato un periodo in cui mi sembrava di stare sul cazzo a tutti, a quelli di sinistra per i motivi detti finora, ai fighetti perché ero punk. Non ero catalogabile e così… Ma per noi incidere Luciano Serra Pilota significava prendere il film di Alessandrini e trasformarlo in un’altra cosa, fa ridere, dai (intona una strofa e il ritornello del brano, nda). Il punto era tirare un sasso nello stagno e vedere cosa succedeva, per fortuna non ci accadde nulla. L’unico rischio che ricordo riguarda una sera, il 31 dicembre 1981, in cui io e Michael facemmo un Capodanno a Firenze, c’erano anche Tecnospray, Monuments e i Litfiba di Piero Pelù.

Racconta.
Quella sera feci una performance immobile, cantando Vamos a la playa con un neon rosa a forma di cravatta da cui avrei potuto prendermi facilmente una scossa. Poi arrivò Michael, che cantò Balla Marinetti con addosso camicia nera, cravatta colorata, pantaloni alla cavallerizza e stivali. Sai, per fugare ogni dubbio (ride, nda). Non pago di queste suggestioni, io, mentre lui stava ancora cantando, andai a prendere dei volantini disegnati da un amico pittore che purtroppo non c’è più, Raffaello Ferrazzi, su cui c’era scritta una cosa tipo “contro il modernismo, nuova e ben più subdola forma di passatismo, viva l’inarrestabile dinamismo futurista”: li lanciai sul pubblico e lì sì che ci urlarono “fascisti”. Ma mica lo eravamo, io semplicemente non ho mai sopportato gli schemi, le etichette: sono di sinistra e mi piace Marinetti, e allora? Marinetti ha fatto delle cagate, ma fatti suoi, ciò non toglie che il progetto del futurismo fosse una figata. A Torino in quegli anni avevano anche allestito una mostra che s’intitolava “Ricostruzione futuristica dell’universo”, c’era pure la Taverna futurista del SantoPalato con nel menu il Pollofiat e il Carneplastico.

Del resto nel 1988 tornaste con il singolo Compañero.
Infatti, nemmeno tanto velatamente dedicato a Che Guevara. Ma se è per questo nel ’92 con un altro pseudonimo, University of Love, ho pubblicato Vostok 3, pezzo house arricchito da campioni di voci russe e di una decadenza incredibile, come per dire che si stava meglio quando si stava peggio, un po’ alla Good Bye, Lenin!.

Perché nel 1989 era caduto il Muro di Berlino, come avevi vissuto quell’evento?
Beh, ha vinto l’Ovest. Quegli altri hanno esagerato, hanno tradito qualsiasi ideale di socialismo e comunismo, però non è che abbiano vinto i buoni, la verità sta sempre nel mezzo e il vero problema è che l’uomo quando ha il potere lo usa.

Ma a proposito di cravatte colorate, come vi inventavate i look tu e Michael?
Dipende, all’inizio eravamo molto new wave, poi con L’estate sta finendo l’idea era di pigliare per il culo le band new romantic inglesi, i Duran Duran, gli Spandau Ballet. Sostanzialmente li inventavamo divertendoci.

Facendo qualche passo avanti, nel 2006 è uscita la raccolta Ex punk, ora venduto, titolo che si riferisce – così hai raccontato – a una scritta che hai trovato sotto a una tua vecchia firma su un muro a Torino.
Sì, su un muro nel tragitto che facevo per andare al liceo. Leggere “ex punk, ora venduto” sotto al mio nome mi aveva fatto ridere e mi fa ridere ancora oggi.

Non ti offende che qualcuno ti dia del venduto?
Dipende, lì ho riso, ma se qualcuno me lo dicesse seriamente mi arrabbierei e difenderei, perché non mi pento di nulla di quel che ho fatto nella vita, nemmeno delle cazzate.

Nel 1993 ti sei fatto anche cinque mesi di carcere, ti hanno arrestato con una quarantina di persone per spaccio di stupefacenti, ma poi sei stato assolto.
Sono stato incosciente, in quel periodo ero vicino a persone un po’ così e sono diventato uno specchietto per le allodole. Ma ne ho già parlato tanto… Sono stati cinque mesi di merda, ero a Padova in custodia cautelare, avevo paura, per farmela passare facevo un po’ di sport, alla fine è andata com’era giusto che andasse: assolto.

Johnson Righeira con la mascherina della Kottolengo Records

Tornando a tempi più recenti hai anche partecipato ad alcuni cortometraggi e film underground: come sei finito in quel mondo?
Perché sono stato presidente del Festival del Cinema Trash a Torino, cosa che mi ha fatto conoscere alcuni personaggi dell’ambiente. Parliamo di cinema fatto con poco budget ed effetti speciali poverissimi. Il film cui ho partecipato e di cui vado più fiero è Sangue misto, lungometraggio a episodi, ciascuno dei quali vede protagonista, o dalla parte degli aguzzini o dalla parte delle vittime, una comunità di stranieri in Italia: geniale. Io ho fatto un cameo nell’episodio Rigorosamente dissanguati da vivi, dove sono circuìto da una bella nordafricana che mi porta da un kebabbaro nel cui sotterraneo si girano film snuff durante i quali si uccidono gli attori, e ovviamente la carne viene utilizzata per il kebab. C’è una scena in cui sono appeso completamente nudo, ricoperto di sangue, mi tagliano un braccio e lo si vede cascare per terra, ma è chiaramente un braccio di quelli che compri a Carnevale (ride, nda). In un’altra, dopo che il mio corpo è stato smembrato, c’è la mia testa appoggiata su un tavolo con uno dei miei carnefici che fischietta allegramente: la sto guardando al computer, immagine fantastica.

C’è stato anche Sexy Shop, nel 2014.
E prima Pink Forever, del 2007. E Playgirl, cortometraggio molto carino del 2002, con Valerio Mastandrea, Fabio Volo e Daniela Fazzolari, diretto da Fabio Tagliavia e scritto da Marco Ponti.

Stabilito che ti sei divertito parecchio, sarei curiosa di sapere quanto guadagni oggi dai diritti dei successi dei Righeira. Non per farti i conti in tasca, ma perché credo che pochi sappiano quantificare le entrate di chi fa musica.
Lo pubblichi?

No?
Ma sì, magari la gente pensa che sono milionario… Indicativamente adesso prendo 35-40 mila euro l’anno di diritti. Tutto incluso. A metà degli anni ’80 mi è capitato un semestre in cui mi eravamo arrivati 100 milioni di lire, ma non ho la più pallida idea di dove siano finiti quei soldi, come entravano uscivano.

Ne hai buttati via tanti?
Come George Best.

E a frustrazioni come sei messo?
Quello che mi manca è essere preso di più sul serio. Nel nostro Paese non si ha molto rispetto per personaggi come me – o come Donatella Rettore, grande artista, ma ce ne sono altri – che in una determinata epoca hanno segnato la storia della musica italiana. Magari sì, ti invitano in televisione, ma sono sempre situazioni… Sai cos’è? Negli anni ’80 c’era un sacco di musica italiana che andava in classifica non solo da noi, ma anche all’estero, a volte persino in un Paese ostico per la nostra lingua come l’Inghilterra. In quel decennio abbiamo esportato milioni e milioni di dischi, è stato uno dei momenti più creativi della nostra musica, indubbiamente quello in cui abbiamo venduto di più nel mondo. Peccato che in Italia gli anni ’80 siano sbeffeggiati e per me questa è un’ingiustizia storica dovuta in parte a un certo atteggiamento snob del mondo della cultura di sinistra, che cerca sempre l’impegno e di quell’epoca vede solo lo yuppismo… Ma andatevene a fanculo!

E oggi – tuoi progetti ed etichetta a parte – ascolti musica?
Non tanto, il mio ultimo e più totalizzante entusiasmo musicale è stato quello per la house negli anni ’90, allora mi sembrava uscisse il disco della vita ogni settimana. È un genere che sento ancora oggi su Party Groove, radio torinese. Molti lo ritengono freddo, ma è pieno di anima: su un’isola deserta non potrei non portarmi dischi come Can You Feel It di Mr. Fingers alias Larry Heard e Strings of Life di Rhythim Is Rhythim, ossia Derrick May, ma anche i remix di David Morales… Per il resto provo un po’ di disamoramento per la musica, nulla mi ha più catturato così tanto, del resto è cambiato tutto, tra tutte le radio senti 40 canzoni in croce. Per non parlare delle mode come il reggaeton: non ce la faccio, mi fa venire l’orticaria.

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